Author Archives: Tommaso Poggibonsi

Laser industriali tra innovazione e necessità di mercato

Grazie ai laser industriali oggi siamo in grado di raggiungere i risultati che sino a pochi anni fa  parevano difficili da potersi concretizzare. Tali strumenti vengono adoperati in svariati settori che vanno da quello medico-estetico a quello aerospaziale, dalle automotive al campo militare, e per questo oggi i laser di tipo industriale rivestono un ruolo fondamentale in ambito produttivo.

Il motivo per il quale sono così numerose le aziende che decidono di far ricorso al laser produttivo è facilmente intuibile se si pensa ai grandi vantaggi che questo tipo di strumento è in grado di dare rispetto quello che può essere un taglio di tipo manuale, ad esempio.

I vantaggi del laser industriale
Un laser industriale è infatti in grado di garantire grandissima precisione nel taglio nella curvatura ma anche nella saldatura e nella marcatura dei materiali, con un livello di precisione che difficilmente è ottenibile con altri metodi o con azioni di tipo manuale da parte di un operatore. Vi è inoltre un vantaggio non indifferente a livello economico, in quanto vi è chiaramente minore necessità di manodopera ed un minor numero di ore lavorative per riuscire a produrre il numero di pezzi del quale sia bisogno.

Questa è dunque la soluzione perfetta e che oggi consente concretamente alle aziende di ogni settore di rispondere in maniera efficace a quelle che sono le richieste di mercato e alla necessità di produrre ed inviare al cliente finale i pezzi rapidamente.

Una soluzione che nasce dalle esigenze di mercato

Infatti, proprio dalla necessità di rispondere in maniera efficace alle pressioni da parte del cliente finale (i quali non sono più soliti fare grandi ordinativi nel corso dell’anno ma preferiscono invece fare piccoli quantitativi ripetuti periodicamente) nasce la necessità di adottare tale soluzione riuscendo così a soddisfare questa utenza per adattarsi a quelle che sono le nuove esigenze di mercato.

Ecco dunque spiegati quelli che sono i motivi per i quali sempre più aziende decidono di iniziare a sfruttare laser industriali e migliorare così la qualità della propria produzione.

Instagram, l’impatto del Covid su food e travel influencer

Tra stories, foto e dirette su Instagram i settori del travel e del food durante e dopo la pandemia hanno vissuto picchi e crolli vertiginosi. Se i food influencer tra maggio e agosto 2020 hanno visto un’impennata del proprio engagement, con 17,7 milioni di interazioni, +32% rispetto allo stesso periodo del 2019, i travel influencer hanno registrato un andamento completamente inverso, con interazioni ridotte del 15,7%, passando in termini assoluti da 23,5 milioni nel 2019 a poco meno di 20 milioni nel 2020. Lo ha scoperto Influencer Italia Travel & Food, Analisi dell’impatto del COVID19, la ricerca realizzata da Extreme, l’azienda italiana specializzata nella web e social media data intelligence.

Ad agosto 2020 -14% travel influencer e -5,4% food influencer

Extreme ha analizzato l’attività su Instagram di 600 influencer italiani specializzati nel settore travel e nel food, confrontando il periodo compreso tra i mesi di maggio/agosto del 2019 e del 2020. Da una prima comparazione la ricerca evidenzia come il numero degli influencer attivi ad agosto 2019 e 2020 abbia registrato un calo del 14% nel settore travel e solo del 5,4% nel settore food. Pur tenendo conto della normale decrescita fisiologica di soggetti che abbandonano un’attività sempre più affollata e competitiva, la forte contrazione del settore travel racconta una sofferenza generale vissuta dal comparto turistico in questi mesi come conseguenza diretta della pandemia.

Un andamento confermato anche dall’attività dei follower

“Misurando la media dei follower attivi per influencer si nota come il settore food abbia avuto un’interessante crescita nell’anno del Covid – spiega Riccardo Di Marcantonio, ceo di Extreme – se infatti tra maggio e agosto 2019 la crescita media era stata del 3,21%, nello stesso periodo del 2020 ha raggiunto il 5,1%. Se inoltre si considera l’andamento totale dei follower degli account Instagram si rileva come la crescita nel comparto food sia stata pari al 18,8%”.

Insomma, se il food ha svuotato i supermercati non si può dire la stessa cosa per le valigie vuote dei travel influencer, il cui tasso di crescita medio dei follower per influencer nell’anno del Covid19 si è fermato ad 1,76%, contro il 2,38% del 2019.

Ridimensionamento degli hashtag come #ad #adv #sponsoredby #supplied

Per quanto riguarda il numero dei post pubblicati, Extreme segnala una riduzione in entrambi i settori. Tuttavia mentre quella dei food influencer appare più contenuta, con 14.080 post del 2020, contro i 16.114 del 2019 (-12,6%), per i viaggiatori il decremento è stato più significativo, pari al 24% (da 11.600 post a 8.800). Di fatto la pandemia sembra aver decretato un blocco delle attività lavorative dei travel influencer, che hanno avuto più difficoltà a raccontare tramite post, stories e immagini le loro avventure e i loro clienti. Analizzando poi il numero di sponsorizzazioni, emerge come anche i post evidenziati con hashtag quali #ad #adv #sponsoredby #supplied siano stati ridimensionati: -33% sul volume dei contenuti pubblicati e -25% sulla media dei post promozionali per travel influencer.

I vantaggi del 5G per il consumo energetico

Anche la rete di connessione dati può migliorare l’impronta energetica. Uno dei vantaggi nell’adozione del 5G è infatti la consapevolezza di dover impattare meno sul pianeta. Come? Attraverso l’implementazione di meccanismi di efficienza calibrati, tanto che la maggior parte delle antenne sul territorio italiano è stata installata su torri già presenti, senza necessità di innalzarne altre.

Una presa di coscienza che si fonda sulla necessità di considerare come progresso tecnologico non solo uno scenario che permetta di utilizzare meglio e più velocemente internet, ma che si integri sempre più con l’ambiente circostante. Si tratta quindi di un’integrazione che va di pari passo con i livelli di consumo energetico, spesso citati quando si parla di 5G.

Le nuove antenne MIMO

Di fatto, secondo uno studio della NGMN Alliance, ogni passaggio da una generazione di rete mobile a un’altra comporta un guadagno di almeno dieci volte in termini di efficienza energetica. Un passo avanti compiuto dal 5G riguarda l’implementazione di antenne chiamate Massive Multiple-Input Multiple-Output (Massive MIMO), che contrariamente a quelle usate nel 4G, trasmettono il segnale solo nella direzione dello smartphone comunicante.

In questo modo, aumenta in modo significativo la capacità di dati erogata da un’antenna. E utilizzando contemporaneamente più bande, ciascuna è in grado di riutilizzare le frequenze della cella. Inoltre, le antenne MIMO concentrano gli amplificatori di potenza combinando elementi radianti, elettronica analogica e una parte digitale dedicata alle funzioni di gestione del raggio.

Fasce orarie per il traffico di comunicazione

Lo standard permette poi di creare fasce orarie dove il traffico di comunicazione è minimo, al fine di attivare una sorta di modalità di sospensione per una maggiore efficienza energetica. Un primo livello, già attivo per il 4G, prevede lo spegnimento dell’amplificatore di potenza, per una riduzione del 20% del consumo di energia. Ma il 5G sarà in grado di salire al livello 3, con un risparmio energetico di circa il 50%. Conoscere lo stato di tutte le apparecchiature aiuta inoltre a pianificare e gestire le proprie reti in modo molto più efficace. Grazie all’AI il 5G è il primo capace di autodeterminare il proprio funzionamento: una gestione più intelligente consente di ottenere informazioni continue su disponibilità, capacità, prestazioni e stabilità della rete, oltre che consumo di energia.

Il consumo da parte dell’industria Tlc deve diminuire

Ciò è reso possibile da routine avanzate, che sfruttano l’apprendimento automatico, l’automazione e l’analisi predittiva, estrapolando dati di valore dalle operazioni delle antenne, dall’occupazione della banda e dal flusso di connessioni in ingresso. La realtà è che il consumo complessivo di energia da parte dell’industria delle telecomunicazioni deve diminuire. Secondo le statistiche della GSMA il settore è responsabile del consumo tra il 2% e il 3% dell’energia prodotta a livello globale, riporta Ansa. Le telco sono perciò chiamate in causa in maniera diretta, e l’evoluzione al 5G è un’opportunità per assumere un’impronta più sostenibile.

Temporary Cfo, boom di richieste per la ripartenza delle aziende

Tra la fine del lockdown e l’inizio della Fase 2 il temporary management si è trasformato in uno strumento per ridisegnare, o accelerare, il business. In particolare, nei settori aziendali di Finance e Tax & Legal, di Supply Chain e Business Process Rengineering, Strategia commerciale e Marketing, Digitalizzazione e Hr. L’emergenza Covid19 ha posto infatti le imprese di fronte alla necessità di trovare nuove strategie e soluzioni per pianificare la ripresa e tornare rapidamente alla normalità. E Randstad Professionals, la divisione specializzata in ricerca e selezione di middle, senior e top management di Randstad, dall’1 marzo al 30 maggio ha riscontrato l’80% in più di richieste relative ai profili di temporary manager e di fractional manager rispetto al trimestre precedente.

Richiesti i profili coinvolti in progetti di change management

Da un’indagine di Randstad Professionals, che ha coinvolto 260 professionisti per analizzare i profili, i settori e le tipologie aziendali maggiormente interessate dal fenomeno, emergono in particolare le richieste di Temporary Cfo. Si tratta di profili coinvolti in progetti di change management, tipicamente legati all’ingresso di fondi di investimento nel capitale sociale dell’azienda, di operazioni di Due Diligence o Ipo, di fusioni e acquisizioni, di progetti di Business Process Rengineering o piani di ricambio generazionale del management, riporta Adnkronos.

Una strategia vincente per accelerare il business

“L’emergenza Covid19 ha richiesto alla maggioranza delle imprese di riorganizzare strategia e processi per garantire competitività o per guadagnare posizioni rispetto alla concorrenza nei casi di piena attività – spiega Maria Pia Sgualdino, Head of Randstad Professionals – o le ha costrette a ridisegnare il core business quando non è stato possibile ripartire nel breve-medio termine. In questo contesto – continua Sgualdino – inserire un temporary manager offre una strategia vincente per accelerare il business, rivedere i processi, aggredire nuovi mercati o semplicemente implementare strumenti necessari alla sopravvivenza o al rilancio dell’azienda”.

Più in dettaglio, oltre il 50% dei Temporary Cfo intervistati ha maturato la sua ultima esperienza professionale in aziende con meno di cento dipendenti e il 25% in grandi imprese con oltre mille dipendenti.

I settori di appartenenza sono soprattutto quelli dei servizi e dell’industria

I settori di appartenenza dei Temporary Cfo sono soprattutto quelli dei servizi (27,7%) e dell’industria (26,2%), seguiti da automotive (8,2%), food & beverage (7,4%), fashion e retail (7%). Il background accademico del Temporary Cfo rivela una netta prevalenza di professionisti con una laurea in economia e commercio/finanza (80%), mentre il 7,5% si è laureato in altre facoltà e il 10,2% dei candidati si presenta sul mercato con un diploma di scuola media superiore. La grande maggioranza del campione ha un’esperienza di oltre 20 anni nel ruolo di Cfo. Per quanto riguarda la permanenza nel ruolo, il 30% vanta missioni di durata inferiore ai dodici mesi. Si rileva inoltre oltre il 20% di professionisti attualmente inoccupati.

Effetto Covid sull’università, circa 9.500 iscrizioni in meno

L’effetto della pandemia si fa sentire anche sulle iscrizioni all’università. L’anno accademico 2020/21 rischia infatti un crollo degli iscritti, di cui due terzi al Sud. Secondo le stime della Svimez la diminuzione degli immatricolati su scala nazionale ammonta a circa 9.500 studenti, di cui circa 6.300 nel Mezzogiorno e 3.200 nel Centro Nord. Al 2020 si stimano approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Mezzogiorno. Valutando l’impatto della crisi economica sul tasso di passaggio scuola/università, la Svimez prevede quindi una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro-Nord.

Il lento declino nei tassi di proseguimento scuola-università

I dati sul tasso di passaggio scuola-università dal 1991 al 2020 (2019 e 2020 stimati), mostrano come “a fronte del ritardo che ha caratterizzato gli anni ’90, nei primi anni 2000 il Mezzogiorno è riuscito a eguagliare e a superare nel 2003 il tasso di proseguimento del Centro-Nord, forse grazie alla riforma che in quegli anni introdusse il 3+2 nel sistema universitario italiano – sostiene la Svimez -. Da allora, è iniziato un lento declino nei tassi di proseguimento, esasperato dalla crisi 2008-2009 che ha portato il Mezzogiorno a registrare i tassi di proseguimento scuola-università più bassi dell’intera area euro”.

In 5 anni 20mila iscritti in meno nel Mezzogiorno

La crisi economica del 2008-2009, che si è trascinata fino al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle Università, soprattutto nel Mezzogiorno. Tra il 2008 e il 2013 il tasso di passaggio scuola-Università nel Mezzogiorno è crollato di 8,3 punti percentuali, quattro volte la diminuzione del Centro-Nord (1,6%). In un quinquennio gli iscritti si sono ridotti di oltre 20mila unità nelle regioni del Mezzogiorno. Anche nel Centro-Nord, la crisi aveva determinato un calo del tasso di proseguimento degli studi (-2 punti circa), ma per effetto della crescita dei diplomati non si è determinato una flessione del numero complessivo degli iscritti, riporta Adnkronos.

Il parziale recupero del Centro Nord

La ripresa delle iscrizioni e del tasso di passaggio nel periodo di debole ripresa (2013-19) ha consentito solo un parziale recupero per il Mezzogiorno, ancora lontano dai valori del 2008, a differenza del Centro-Nord che è tornato sui valori precrisi. Secondo il dato più recente (2019) il Mezzogiorno ha ancora 12.000 immatricolati in meno, e un tasso di passaggio di oltre 5 punti percentuali più basso. Mentre il Centro-Nord ha registrato per l’intero periodo un aumento di 30.000 immatricolati circa, e un aumento di oltre un punto percentuale del suo tasso di passaggio.

YouTube avvisa quando è ora di dormire

YouTube introduce una nuova funzione che aiuta gli utenti a non fare le ore piccole guardando video sullo smartphone. La novità, annunciata dall’azienda in un post, ricorda infatti agli utenti quando è ora di andare a letto.

Insomma, una sorta di sveglia al contrario, poiché la funzione consente di impostare un orario in cui smettere di guardare video e mettersi a dormire. Per attivarla, spiega una nota dell’Ansa, basta andare sulle impostazioni scegliendo di essere avvisati all’ora precisa in cui si desidera “staccare”, oppure aspettare fino al termine del video in esecuzione.

Guardando i video in un attimo i minuti diventano ore

L’emergenza coronavirus ha costretto molte persone a cambiare abitudini nel giro di pochissimo tempo, in un modo che sembrava impensabile fino a qualche mese fa. Le lunghe settimane di quarantena hanno condizionato vari aspetti della vita di ognuno, tra cui il ritmo sonno-veglia. Pare siano in molti che avendo abbandonato la consueta routine ora vanno a dormire sempre più tardi, svegliandosi stanchi a causa del sonno discontinuo. Spesso, ritrovandosi svegli in piena notte basta iniziare a vedere qualche video su YouTube, e in un attimo i minuti diventano ore. Complici i video consigliati, si entra in una spirale da cui è complicato uscire, si legge su hdblog.it.

Un promemoria ricorda agli utenti che è ora di andare a letto

Il fenomeno è così rilevante che anche YouTube se n’è accorto. E per arginare questa tendenza gli sviluppatori hanno introdotto un promemoria per ricordare agli utenti che è ora di staccare la spina e di andare a letto.

La nuova funzionalità sarà implementata nei dispositivi Android e iOS, e permette di impostare promemoria a orari stabiliti per arginare la visione compulsiva di video. È possibile anche decidere se il comando possa interrompere la visione di un video, oppure attendere che quest’ultimo sia finito. In ogni caso, una volta impostato, il promemoria non è “scolpito sulla pietra”, è sempre possibile ignorarlo o rimandarlo con il comando snooze.

Promuovere il benessere digitale degli utenti

L’iniziativa fa parte di un progetto più ampio promosso da YouTube , e volto a promuovere il benessere digitale degli utenti. L’impostazione si aggiunge infatti ad altre funzioni lanciate nel 2018 volte a limitare il tempo trascorso davanti allo schermo. Allora, erano stati introdotti una serie di strumenti per favorire una buona gestione del tempo speso online. Tra queste, la possibilità di impostare una pausa, con lo stop alla riproduzione dei video che scatta dopo un tempo prefissato tra i 15 minuti e le 2 ore. Da quando il set è stato introdotto, l’app ha invitato gli utenti a prendersi una pausa per più di tre miliardi di volte.

Trasporto aereo in picchiata, a marzo -85% passeggeri

Se la diffusione del Covid-19 ha fermato quasi completamente i trasporti, il comparto che ha subito il più forte impatto è il trasporto aereo di passeggeri. Nel solo mese di marzo 2020 i voli effettuati sono calati del 66,3% e il numero di passeggeri dell’85,1%, passati, secondo un rapporto dell’Istat sul settore aereo, da 13,988 milioni a poco più di 2,083 milioni.

“Benché i servizi per la mobilità delle persone e delle merci siano stati inclusi tra i settori economici e produttivi essenziali non sottoposti a sospensione delle attività – spiega l’Istituto di Statistica – i provvedimenti di contenimento dell’epidemia assunti dalle Autorità nazionali e internazionali hanno di fatto ridotto le possibilità di volare, limitandole a ragioni di lavoro, di salute o di assoluta necessità, prevedendo restrizioni all’ingresso e all’uscita in diversi Paesi e stabilendo la chiusura di alcuni aeroporti”.

Nel 2019 i passeggeri transitati in 39 scali italiani sono stati 193 milioni

I dati testimoniano la drammatica frenata del traffico passeggeri, un settore che per il 2020 a livello mondiale sembrava destinato a una crescita importante, mentre ora sta subendo una crisi globale. Nel 2017 nel settore del trasporto aereo di passeggeri e merci operavano in Italia 193 imprese, che hanno realizzato un fatturato di 9,4 miliardi di euro e occupato poco meno di 20 mila unità di lavoro, di cui il 99,7% sono lavoratori dipendenti. Nel 2019, i passeggeri transitati nei 39 scali italiani monitorati da Assaeroporti sono stati 193 milioni, ovvero 7,4 milioni in più rispetto all’anno precedente, pari al +4%, in linea con il trend positivo degli anni precedenti, anche se a un ritmo di crescita meno sostenuto rispetto al 2018 (+5,9%) e al 2017 (+6,4%).

L’emergenza Covid-19 ha interrotto l’evoluzione positiva del settore

Per il 2020 si attendeva una conferma del trend positivo del traffico aereo a livello mondiale. Anche per il nostro Paese i primi dati registrati nel mese di gennaio lasciavano ben sperare: gli oltre 12,5 milioni di passeggeri transitati negli aeroporti italiani rappresentavano un incremento del 4,1% rispetto al 2019, sostanzialmente lo stesso ritmo di crescita registrato per lo stesso mese dell’anno precedente (+4,9% dal 2018 al 2019). L’emergenza Covid-19 ha interrotto brutalmente l’evoluzione positiva del settore, precipitandolo in una drammatica crisi globale in un brevissimo intervallo di tempo e con proporzioni senza precedenti.

In cinque settimane si è passati da 459.709 passeggeri a 6.780

In sole cinque settimane si è passati dai 459.709 passeggeri in arrivo e in partenza di domenica 23 febbraio 2020, ai 6.780 di domenica 29 marzo.

Rispetto allo scorso anno, il bilancio del mese di marzo 2020 indica un calo del 66,3% di voli effettuati e dell’85,1% del numero di passeggeri. In particolare, i passeggeri trasportati nel mese di marzo sono passati da 4,9 milioni a meno di 748 mila per i voli nazionali, per quelli internazionali, che interessano circa il 64% dei passeggeri, questi sono passati da 9,0 milioni a 1,3 milioni, riporta Italpress.

 

Meno telemarketing e più investimenti in Tlc, lo chiede Federconsumatori

Stop alla portabilità, in fase di emergenza Covid-19 è necessario concentrarsi sul potenziamento dell’infrastruttura. È l’appello di Federconsumatori, l’associazione per l’informazione e la tutela di utenti e consumatori, secondo cui in questa fase emergenziale, anche di accessibilità, sarebbe opportuno un maggior focus sugli investimenti, mentre andrebbe fermato il telemarketing per le campagne di promozione della portabilità tra gli operatori di Telecomunicazioni. Secondo Federconsumatori, limitare l’attività dei call center e la rincorsa alle offerte promozionali oltre ad aiutare a contenere gli effetti del contagio permetterebbe agli operatori di concentrarsi sul potenziamento delle infrastrutture. L’associazione appoggia quindi l’emendamento al Decreto Cura Italia, che allo scopo di limitare i contagi propone infatti di sospendere le operazioni di portabilità di numeri fissi e mobili, e più in generale, la generazione di nuovi numeri che non siano in corso.

Realizzare nel più breve tempo possibile investimenti per potenziare le infrastrutture

Considerate le gravi difficoltà economiche, oltre che sanitarie, “in cui si sono venute a trovare le famiglie e moltissimi operatori economici – puntualizza l’associazione – siamo intervenuti su tutti i gestori di servizi fondamentali e delle reti di comunicazione per evitare il distaccamento per motivi di morosità”.

In queste settimane particolarmente delicate per l’emergenza che ha investito il Paese, riporta Askanews, secondo Federconsumatori è importante soprattutto che “gli operatori delle reti di comunicazione realizzino, nel più breve tempo possibile, investimenti necessari in direzione di una estensione e un potenziamento delle infrastrutture, per renderle accessibili e fruibili in tutte le aree del Paese e a tutti i cittadini”.

Fermare la forsennata rincorsa alle offerte promozionali

La proposta di emendamento al Decreto Cura Italia con cui si intende vietare portabilità e migrazioni nella telefonia sta facendo discutere, e le aziende della filiera e diverse associazioni non sono d’accordo. Federconsumatori, al contrario, si è mossa affinché, per il tempo limitato alla situazione di emergenza, si evitassero ingenti investimenti in campagne promozionali. “In una forsennata rincorsa – commenta l’associazione – a proporre offerte non sempre chiarissime e si arrestasse il telemarketing”.

Limitare la migrazione delle utenze tra gli operatori

“Perciò abbiamo salutato positivamente la proposta di limitare l’attività dei call center ai soli servizi di assistenza agli utenti – aggiunge l’associazione – e sospendere le attività di telemarketing o promozionali sia per ragioni di sicurezza degli operatori dei call center sia per evitare disturbo, e di aggiungere ansia al dolore che è piombato nella vita di noi tutti a causa della pandemia. Ci paiono perciò comprensibili le iniziative tese a limitare nel tempo strettamente legato allo stato di emergenza la migrazione delle utenze tra gli operatori – spiega ancora Federconsumatori – che così possono dedicarsi al potenziamento delle infrastrutture senza intaccare i diritti degli utenti e della concorrenza”.

L’Italia è 14a in Europa per gender gap

Con 63 punti su 100 l’Italia si colloca al 14° posto fra gli stati dell’Unione per disparità di genere. Questa è infatti la posizione del nostro Paese all’interno del Gender Equality Index 2019, l’Indice annuale di parità curato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. La buona notizia però è che il punteggio italiano, che risulta 4,4 punti sotto la media europea, è comunque salito di 3,8 punti tra il 2005 e il 2017. È quanto ha spiegato il Cnel nel corso di un’audizione alla Camera alla Commissione Lavoro della Camera, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge sulle modifiche al codice delle pari opportunità tra uomo e donna.

“Non andiamo bene, ma andiamo meno peggio di altri”

Riguardo la disparità retributiva di genere “non andiamo bene, ma andiamo meno peggio di altri”, commenta il presidente del Cnel, Tiziano Treu, in audizione presso la Commissione Lavoro della Camera. Un dato positivo, spiega il Cnel, è che secondo l’Indice con 88,7 punti l’Italia registra la migliore performance di parità nel campo salute. Male invece le voci lavoro (63,1 punti) e raggiungimento di posizioni di vertice nella società (47,6 punti).

Nel settore conoscenza l’Italia invece registra, nei 12 anni presi in esame, una crescita di 7,1 punti, riporta Ansa.

Nel 2017 gli occupati maschi guadagnano il 7,4% rispetto alle donne

Nell’analisi presentata dal Cnel da un confronto tra gli ultimi dati Istat e quelli della Commissione Europea, entrambi relativi all’anno 2017, emerge che in Italia per gli occupati maschi la retribuzione oraria mediana è di 11,61 euro, superiore del 7,4% rispetto a quella delle donne, che si attesta sui 10,81 euro. Un trend, tuttavia. che risulta essere in calo rispetto all’8,8% registrato nel 2014. Questo, sottolinea il Cnel, per effetto di una maggiore crescita della retribuzione oraria mediana delle donne, salita del +2,4%, rispetto a quella maschile, cresciuta “solo” del +1%.

Un minore divario retributivo non significa che le donne siano pagate meglio

Si tratta di dati che consentono all’Italia di essere uno dei paesi Ue con il minore differenziale retributivo tra uomini e donne. Tanto che in Francia e in Spagna il differenziale è maggiore rispetto a quello italiano, così come in Germania, dove risulta anche più marcato. Tuttavia, come rilevato dalla Commissione europea, un minore divario retributivo di genere, in alcuni Paesi, non significa automaticamente che le donne siano pagate meglio. Un divario retributivo più basso spesso si verifica in Paesi caratterizzati da un tasso di occupazione femminile più basso. È proprio il caso dell’Italia, dove la differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile è il secondo più alto nella Ue, più che doppio rispetto a Germania e Francia. Per questo motivo il Cnel sottolinea come la questione fondamentale sia portare più donne sul mercato del lavoro.

Nel 2019 crolla la produzione industriale italiana

Nel 2019 crolla la produzione dell’industria, e con una riduzione dell’1,3% segna il calo peggiore dal 2014 e la maggior contrazione registrata dal 2013. Secondo l’Istat il calo nel 2019 è stato dell’1,3% in media rispetto al 2018, quando si era registrata una crescita dello 0,6%. Su base mensile a dicembre la produzione ha segnato -2,7% rispetto a novembre, il calo più forte da gennaio 2018, mentre nel quarto trimestre 2019 la flessione è dell’1,4%, la più marcata dal 2012. Su base annua la diminuzione registrata dall’Istat è del 4,3%.

La flessione, secondo l’Istat, è più marcata per i beni intermedi e meno per i beni strumentali. Tra i settori che hanno subìto le maggiori flessioni a livello annuale quello dell’auto (-13,9%), e tra quelli meno colpiti computer, prodotti di elettronica e ottica, industria alimentare, bevande e tabacco.

A dicembre -2,7% rispetto a novembre, e -4,3% su dicembre 2018

A dicembre il calo è stato ancora maggiore: -2,7% rispetto a novembre e -4,3% su dicembre 2018. Il calo tendenziale del 4,3% è il peggiore da dicembre 2018, quando segnò un -5,7%, mentre la diminuzione congiunturale del 2,7% è la più bassa da gennaio 2018 (-3,2%). Male anche il quarto trimestre, che ha evidenziato una diminuzione dell’1,4%. In forte calo, lo scorso anno, anche la produzione auto, scesa del 13,9%, la diminuzione più marcata dal 2012. Mentre a dicembre 2019 la produzione di autoveicoli è diminuita dell’8,6%.

“Considerando l’evoluzione congiunturale dello scorso anno, si è registrato un aumento solo nel primo trimestre (al netto dei fattori stagionali), mentre nei successivi si sono avute continue flessioni, con un calo più marcato negli ultimi tre mesi dell’anno”, spiega l’istituto di statistica, riporta AGI.

Su base mensile marcate diminuzioni congiunturali in tutti i comparti

Nel complesso, nel quarto trimestre il livello della produzione registra una flessione dell’1,4% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile mostra marcate diminuzioni congiunturali in tutti i comparti, con variazioni negative che segnano i beni intermedi (-2,8%), l’energia e i beni di consumo (-2,5% per entrambi i raggruppamenti) e i beni strumentali (-2,3%), riporta Adnkronos. Su base tendenziale e al netto degli effetti di calendario, a dicembre 2019 si registrano accentuate diminuzioni per i beni intermedi (-6,6%), l’energia (-6,0%) e i beni strumentali (-4,7%). Un decremento più contenuto si osserva per i beni di consumo (-0,8%).

Incrementi tendenziali solo per computer, prodotti di elettronica, industria alimentare

I soli settori di attività economica che registrano incrementi tendenziali sono la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (+5,3%), l’industria alimentare, bevande e tabacco (+2,9%) e le altre industrie (+1,1%). Tra i rimanenti settori le maggiori flessioni si registrano nelle industrie (-10,4%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-9,3%) e nella fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-7,7%).