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Report Acronis, le Pmi prese di mira dagli hacker

Durante la prima metà del 2021 quattro organizzazioni su cinque hanno subito una minaccia alla cybersecurity, che ha sfruttato una vulnerabilità nel proprio ecosistema di fornitori terzi. Questo in un momento in cui il costo medio di una violazione dei dati è salito a circa 3,56 milioni di dollari, mentre il pagamento medio di un riscatto del ransomware ha subito un’impennata del 33%, superando i 100.000 dollari. Stando ai trend osservati durante i primi sei mesi dell’anno sono le Pmi a essere particolarmente a rischio di attacchi informatici. È quanto emerge dall’aggiornamento del report di Acronis sulle minacce digitali 2021.

Attacchi alla supply chain dei Service Provider gestiti (MSP)

Se queste cifre rappresentano un brutto colpo finanziario per qualsiasi organizzazione, segnerebbero la fine della maggior parte delle Pmi. Sferrando attacchi alla supply chain dei Service Provider gestiti (MSP), gli hacker ottengono infatti sia l’accesso all’attività degli MSP sia a quella di tutti i clienti aziendali. Insomma, un attacco messo a segno può comportare la violazione di centinaia o migliaia di Pmi negli anelli inferiori della supply chain. Un esempio è la violazione subita da SolarWinds lo scorso anno, così come l’attacco ai danni di Kaseya VSA avvenuto all’inizio del 2021

Le e-mail di phishing aumentano del 62% tra il primo e il secondo trimestre del 2021

Oltre agli attacchi di alto profilo che hanno dominato i titoli dei giornali durante gli ultimi sei mesi, e ai rischi che Acronis sta segnalando riguardo all’impatto sugli MSP e le piccole imprese, l’edizione di metà anno del Report Acronis sulle minacce digitali 2021 ha rilevato anche il dilagare degli attacchi di phishing. In seguito all’uso di tecniche di social engineering per spingere con l’inganno gli utenti a cliccare su allegati o link dannosi, le e-mail di phishing sono aumentate del 62% tra il primo e il secondo trimestre dell’anno. Un picco particolarmente preoccupante, poiché il 94% del malware viene introdotto tramite e-mail. Nello stesso periodo, Acronis ha bloccato per i suoi clienti oltre 393.000 url dannosi e di phishing, impedendo agli hacker di accedere a dati preziosi e introdurre malware nei sistemi dei clienti.

Rilevate oltre 1.100 fughe di dati nella prima metà dell’anno 

Nel 2020, più di 1.300 vittime di ransomware hanno visto i loro dati divulgati pubblicamente, poiché gli hacker cercano di ottimizzare il tornaconto economico ottenuto da attacchi messi a segno. Durante la prima metà del 2021 poi sono state già rilevate oltre 1.100 fughe di dati, il che potrebbe significare un incremento del 70% entro la fine dell’anno. Inoltre, se sulla scia della pandemia di Covid-19 prosegue la necessità di ricorrere ai lavoratori remoti, due terzi dei lavoratori ora utilizzano i dispositivi aziendali per attività personali e i dispositivi personali per attività lavorative. Di conseguenza, gli hacker stanno studiando attivamente chi lavora da remoto. Acronis ha osservato un incremento di oltre il doppio degli attacchi informatici a livello globale, con un aumento del 300% degli attacchi brute-force ai danni dei sistemi remoti sferrati tramite RDP.

Mutui, l’andamento del primo semestre 2021 è positivo

Gli italiani hanno sempre voglia di casa, e l’andamento dei mutui nel primo semestre 2021 lo conferma. In particolare, nei primi sei mesi di quest’anno sono cresciute le domande, gli importi medi erogati e soprattutto si è assistito a un cambiamento importante nella compravendita degli immobili. Infatti, l’interesse degli acquirenti si è spostato verso le località di provincia piuttosto che nelle grandi città. Ancora, cresce la quota di giovani che si avvicinano al finanziamento per poter comprare la prima casa. Sono queste alcune delle evidenze emerse dall’osservatorio congiunto Facile.it – Mutui.it. Il primo dato significativo è che l’importo medio chiesto nei primi sei mesi del 2021 abbia raggiunto i 137.626 euro, valore in aumento del 2% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Come sono cambiati gli importi?

Oltre alla crescita dell’importo medio, una certa flessibilità delle banche ha fatto sì che risulti in crescita anche l’importo medio erogato, arrivato a circa 136.480 euro, l’1% in più rispetto al 2020. Anche al netto dell’effetto pandemia e lockdown, i valori sono in positivo; se confrontati col primo semestre del 2019, la richiesta media è aumentata del 3,3%, l’erogato del 4,6%.

Dove si cerca casa?

Un altro aspetto interessante è lo spostamento delle compravendite dalle grandi città ai centri di provincia. L’osservatorio lo rivela benissimo, insieme ai darti elaborati da Facile.it: nel primo semestre 2021 la richiesta di finanziamenti per immobili ubicati in comuni con meno di 250.000 abitanti è stata pari al 77% del totale, in aumento del 7% rispetto al 2017. E anche guardando ai mutui effettivamente erogati, è cresciuta del 6%, arrivando al 74% del totale, la quota di quelli ottenuti per abitazioni ubicate in piccole città.

I mutui sono anche per giovani

Ancora, una “novità” di questa ultima rilevazione è che aumentano in modo significativo i giovani che si rivolgono alle banche per un mutuo. Dall’analisi dei dati dei richiedenti, sempre riferita al primo semestre del 2021, si scopre che gli under 36 anni sono stati il 34,3% del totale, con un incremento del 12,3% rispetto al 2020. Secondo gli esperti, questo numero è destinato ad aumentare nei prossimi mesi grazie agli incentivi messi in campo dal Governo e destinati proprio alle fasce di popolazione più giovane. Infine, una nota sui tassi di interesse e le preferenze degli italiani. I nostri connazionali non sembrano voler rinunciare ai tassi fissi: più di nove su dieci potenziali mutuatari scelgono questa opzione.

Cresce il ricorso all’arbitrato semplificato, +19% negli ultimi 6 mesi

La procedura di arbitrato semplificato, adottata in epoca Covid il 1° luglio 2020 in Camera Arbitrale di Milano compie un anno.
La procedura, avviata con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento Arbitrale, ha l’obiettivo di venire incontro alle esigenze delle imprese provate dalla crisi economica innescata dalla pandemia, e oggi è uno strumento più adattabile ai fabbisogni delle Pmi.
Questa procedura dimezza, infatti, i tempi del procedimento: il caso con l’arbitrato semplificato si chiude in media in 6 mesi e il costo si riduce di un terzo rispetto al procedimento arbitrale ordinario. Inoltre, i costi di un arbitrato in Camera Arbitrale di Milano sono certi e prevedibili, perché stabiliti da un tariffario.

Cos’è l’arbitrato semplificato?

Questo tipo di procedura ha il vantaggio appunto di dimezzare i tempi e ridurre i costi rispetto al procedimento arbitrale ordinario. La decisione è affidata all’arbitro unico (anziché a un collegio di tre arbitri), i tempi prevedono 3 mesi per il deposito del lodo anziché i 6 ordinari, e il numero di memorie è ridotto e si svolge, al più, in un’unica udienza. In media in 6 mesi si arriva all’esito del procedimento e i costi per gli onorari della Camera Arbitrale e dell’arbitro unico si riducono in media del 30%.  La procedura si applica ai procedimenti instaurati dopo il 1° luglio se il valore della domanda di arbitrato non sia superiore a 250.000 euro.

Nei primi 6 mesi ha coperto il 29% del totale delle procedure

In un anno, su un totale di 109 nuove domande di arbitrato depositate in Camera Arbitrale di Milano, il 32% è stato amministrato con la procedura semplificata. Nei primi 6 mesi di avvio l’arbitrato semplificato ha coperto il 29% del totale delle procedure, mentre nei 6 mesi successivi la quota della procedura del semplificato è stata del 36%, rispetto al totale delle procedure. Il ricorso a questo nuovo strumento è quindi cresciuto del 19%, nel confronto tra i primi 6 mesi di avvio e i successivi sei mesi di consolidamento della procedura.

Le materie del contendere e chi utilizza l’arbitrato

La maggior parte delle controversie amministrate con la procedura dell’arbitrato semplificato ha avuto per oggetto il mancato pagamento di fatture, liti societarie, l’affitto del ramo d’azienda. Seguono consulenza, violazione del patto di non concorrenza, fornitura, leasing, vendita, e franchising. Le parti che nel 2020 hanno fatto ricorso all’arbitrato sono persone giuridiche nel 68% dei casi, mentre per il 55% sono società di capitali. Tra le persone fisiche (32%) si registra un incremento del numero dei professionisti (10%), e tra le materie del contendere primeggiano l’ambito societario (48%), il settore appalti (9%) e quello dell’affitto, la vendita e cessione del ramo d’azienda (7,5%).

I rumori “cancellati” dalla pandemia. Quali ci mancano di più?

La pandemia ha “cancellato” molti rumori a cui eravamo abituati, come la musica live dei concerti, i suoni delle posate al ristorante, o gli applausi dei teatri. Ma quali di questi ci sono più mancati in questo anno e mezzo di emergenza sanitaria? Tra lockdown e vita casalinga, molti suoni che caratterizzavano i nostri momenti di svago fuori dalle mura domestiche sono quasi scomparsi dalla nostra vita. Secondo una ricerca diffusa da Jabra e condotta da Censuswide in dieci nazioni, Italia compresa, a più di un anno dall’esplosione della pandemia tra le molte cose che “prima erano normali e ora sembrano un lontano ricordo” ci sono anche alcuni rumori.

La musica live dei concerti, le risate intorno a una piscina, gli applausi a teatro

Stando ai risultati della ricerca la musica live dei concerti (65%), gli spruzzi d’acqua e le risate intorno a una piscina (60%), i rumori di posate in una cena al ristorante (58%), gli applausi dei teatri (56%), il tipico rumore dei bar e dei pub (53%) sono i suoni che più suscitano nostalgia, e che maggiormente ci sono mancati in questi lunghi mesi di restrizioni.

Aumenta l’ascolto dei Podcast, soprattutto per i giovani uomini

In particolare, riguardo la fruizione della musica, il focus sull’Italia ha fornito un quadro interessante delle abitudini del campione degli intervistati a seconda del genere, l’età e la provenienza geografica. Dall’inizio della pandemia il 27% degli uomini, ad esempio, ha infatti dichiarato di avere aumentato l’ascolto dei Podcast (26,13% le donne), e tra questi la fascia di età che più ha contribuito all’incremento è quella che va dai 16 ai 24 anni (36,36%).

Esponenziale la crescita della fruizione della radio

Esponenziale per l’Italia è anche la crescita della fruizione della radio, riferisce Adnkronos, con una quota pari al 41,30% per gli uomini e il 40,28% per le donne, e con la fascia di età 25-34 a guidare il range (46,50%). E la regione che ha visto maggiormente aumentare l’ascolto della radio è la Liguria (60.87% del campione).
Più contenuti i dati relativi agli Audio books, e la percentuale degli uomini che ne ha aumentato l’ascolto è del 17,98%, mentre è del 19.25% quella delle donne.
La musica live però manca “molto” al 45,71% del campione, e “abbastanza” al 31,33% degli intervistati. Per il “massimo grado di nostalgia” prevalgono le donne, pari al 49,71% contro il 41,70% degli uomini, e per tutte le fasce che vanno dai 16 ai 54 anni per la voce “molto” la percentuale ha una media che sfiora il 50%.

L’impatto del Covid sullo sport, e le conseguenze sui giovani

L’interruzione della pratica sportiva durante l’emergenza sanitaria ha giocato un ruolo importante sulle abitudini dei più giovani, e nella fase di ripartenza la ripresa dell’attività fisica avrà sicuramente un ruolo decisivo nella vita dei giovani italiani. L’impatto del Covid-19 su ogni aspetto della nostra vita quotidiana è indiscusso, ma gli effetti sulla diminuzione, se non addirittura l’interruzione, delle attività sportive da parte dei ragazzi, è causa per loro di malessere fisico e mentale.
L’indagine di Ipsos dal titolo L’impatto del Covid sull’attività sportiva dei giovani, fornisce una fotografia della popolazione sportiva, che proprio a causa della pandemia è stata costretta a cambiare improvvisamente il proprio stile di vita. Più in particolare, l’indagine di Ipsos ha delineato le ripercussioni che tale cambiamento ha avuto non solo sul settore, ma anche sullo stato di salute psicologico e fisico degli sportivi, con un focus particolare sui minorenni.

Le implicazioni in termini di salute fisica e mentale generate dalle restrizioni

L’obiettivo principale dell’indagine, condotta per il Dipartimento per lo Sport e realizzata con la collaborazione dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive dello Spallanzani, il Policlinico Gemelli e l’Ospedale Pediatrico del Bambino Gesù, è quello di misurare l’impatto quantitativo, determinato dai cambiamenti nell’attività sportiva dei giovani italiani confrontando le pratiche pre- e in-Covid, e misurare l’impatto emotivo e le implicazioni in termine di salute mentale e fisica, generato dalle restrizioni legate all’emergenza sanitaria.

L’abbandono dell’attività e le ricadute psicologiche

Gli attivi che praticavano sport nel periodo pre-Covid erano il 73% nella fascia 6-13 anni, il 59% in quella 14-19 anni, e il 20% tra gli adulti. Con l’avvento della pandemia però gli abbandoni sono stati molto elevati: il 48% tra i piccoli, il 30% tra i ragazzi e il 26% tra gli adulti. Un terzo di coloro che hanno continuato ha cambiato attività, e più della metà ha cambiato modo di fare sport, con attività all’aperto e home fitness. Le ricadute psicologiche delle restrizioni dovute al Covid, invece, hanno avuto un impatto sullo stato d’animo in particolar modo dall’83% delle bambine e bambini appartenenti alla fascia 6-13 anni, e dall’85% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni.

Tristezza, apatia, ansia, e cambiamento nel ritmo sonno-veglia

Per quanto riguarda le condizioni mentali tra coloro che hanno dovuto smettere di fare sport e i sentimenti maggiormente provati dai giovani italiani, rientrano tristezza (55% tra i giovanissimi e 69% tra i ragazzi), apatia (53% tra i giovanissimi e 58% tra i ragazzi), ansia (40% tra i giovanissimi e 56% tra i ragazzi) e irascibilità (46% tra i giovanissimi e 43% tra i ragazzi). Quanto al ritmo sonno-veglia, il cambiamento è stato dichiarato dal 31% delle bambine e bambini appartenenti alla fascia 6-13 anni (di cui il 29% si è rivolo a un medico), e dal 39% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni (di cui il 25% ha assunto farmaci).

Isee 2021, come è possibile abbassarlo?

L’indicatore della situazione economica del nucleo familiare, l’Isee, o Dsu (dichiarazione sostitutiva unica), è indispensabile per accedere alla maggior parte delle agevolazioni pubbliche. Oltre a reddito e pensione di cittadinanza, serve infatti a valutare l’entità o l’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie e della mensa scolastica, o il pagamento rateizzato delle cartelle esattoriali. Non sempre, però, l’Isee rispecchia la situazione reale del nucleo familiare, poiché il patrimonio e i redditi di tutti i componenti della famiglia inclusi nella dichiarazione devono risalire al secondo anno precedente alla presentazione della dichiarazione stessa. Inoltre, possono subentrare modifiche nella composizione del nucleo stesso.

Il modello Isee corrente

Esiste un modo per far sì che la dichiarazione Isee rispecchi la reale situazione reddituale della famiglia, ovvero, attraverso la presentazione del modello Isee corrente, che aggiorna i redditi del nucleo familiare in tempo reale. La validità dell’Isee corrente è pari a 6 mesi, e decorre dal momento della presentazione del modulo sostitutivo della dichiarazione. Se però intervengono variazioni nella situazione lavorativa o nel godimento di eventuali trattamenti, l’Isee corrente deve essere aggiornato entro due mesi dalla variazione. Per presentare questa dichiarazione è necessario che esista già, per lo stesso nucleo familiare, un Isee in corso di validità. Inoltre che, dopo il 1° gennaio dell’anno di riferimento dei redditi dell’Isee ordinario, si verifichi uno scostamento della variazione della situazione reddituale complessiva del nucleo familiare, pari almeno al 25% rispetto alla situazione reddituale calcolata con la prima dichiarazione Isee.

Quando si possono togliere familiari dall’Isee?

Uscire dal nucleo familiare per abbassare l’Isee è invece possibile soltanto se si cambia residenza, oppure nel caso in cui ci si possa avvalere del nucleo familiare ristretto per la presentazione di Isee sociosanitario-disabili, includendo solo i redditi del disabile, del coniuge e dei figli. Il nucleo familiare ai fini Isee però non sempre coincide con la famiglia anagrafica. In alcuni casi, si può far parte dello stesso nucleo familiare anche se si ha una residenza differente, si è separati o divorziati. Ad esempio, il figlio maggiorenne non convivente con i genitori fa parte del nucleo familiare dei genitori esclusivamente quando è di età inferiore a 26 anni, è a loro carico a fini Irpef, non è coniugato e non ha figli.

Si possono togliere redditi e patrimoni dall’Isee precompilato?

Dal 2020 ha debuttato l’Isee precompilato: il contribuente, in pratica, trova la dichiarazione Isee nel sito dell’Inps comprensiva di quasi tutte le informazioni occorrenti, come redditi, patrimonio immobiliare e mobiliare. In caso di errori, è possibile effettuare correzioni, ma in caso di controlli è indispensabile conservare la documentazione che comprova la presenza di inesattezze nelle banche dati e la veridicità di quanto dichiarato. Omettere di dichiarare redditi, beni mobili o immobili, riporta Adnkronos, è invece una pessima idea, non solo per le sanzioni penali, ma anche perché, con l’Isee precompilato quasi tutti i dati della dichiarazione saranno conosciuti dall’Inps ancora prima di presentare il modello.

La metà degli under 35 italiani vive con mamma e papà

Rendersi autonomi e poter finalmente lasciare la casa di mamma e papà sembra essere un’utopia per moltissimi giovani. A dirlo è il Report realizzato dal Consiglio Nazionale del Giovani in collaborazione con Eures sulle condizioni e prospettive occupazionali, retributive e contributive degli under 35 sul lavoro, che rivela che nel nostro paese solo un ragazzo su 3 ha un’occupazione stabile a 5 anni dalla fine degli studi. Nel dettaglio, soltanto poco più di un italiano su tre (37%) può contare su un lavoro fisso, mentre il 26% è un giovane precario con contratto a termine e un quarto degli under 35 (24%) risulta disoccupato. Proprio per questa ragione – la precarietà economica – il 50,3% degli under 35 vive ancora con i propri genitori, mentre circa quattro giovani su dieci (38%) vivono da soli o con il proprio partner.

Il futuro fino alla pensione? Un mistero

L’indagine condotta nel periodo di febbraio-aprile 2021 su un campione nazionale di 960 giovani della fascia 18-35 anni include anche una riflessione sulla riforma delle pensioni e sulle responsabilità attribuite dai giovani allo Stato, il cui ruolo dovrebbe essere centrale nei confronti delle criticità dell’attuale sistema previdenziale. “Nel nostro Paese, la discontinuità lavorativa è arrivata a rappresentare una condizione strutturale del mercato del lavoro e il fenomeno della precarizzazione, destinato ad aumentare alla luce della crisi post pandemica, investe inevitabilmente la qualità della vita con conseguenze significative sulla dimensione retributiva dei nostri giovani, anche a causa di un sistema pensionistico messo a rischio dalle passate generazioni”, ha dichiarato Maria Cristina Pisani, presidente del Cng.

Solo il 6,5% degli under 35 ha figli. E il 33% non li vuole 

Questo scenario – che di fatto priva i giovani di certezze dal punto di vista occupazionale – ha anche pesanti riverberi sulla scelta di farsi una famiglia o meno. Solamente il 6,5% dei giovani tra i 18 e i 35 anni afferma infatti di avere figli (8,8% tra i lavoratori stabili), mentre un terzo (33%) dichiara di non averne e di non volerne neanche negli anni a venire. Mancano, infatti, le condizioni per mettere su famiglia: solamente il 12% degli under 35 è proprietario della casa in cui abita. Uno su 10 (11%) ha provato ad acquistare un appartamento e il 7,8% è riuscito ad ottenere un mutuo, mentre a un terzo dei casi (3% del campione) il mutuo è stato rifiutato. Un’altissima percentuale – il 40% dei giovani – non ha nemmeno provato a richiedere un mutuo, sapendo già in partenza che sarebbe stato rifiutato.

Gli italiani e le pulizie di casa nell’anno del Covid

Quando si tratta di pulire la casa gli italiani hanno le idee chiare. Circa 4 su 10 (41%) dedicano a questa attività in media tre ore a settimana, mentre il 23% ammette di non spendere più di due ore del proprio tempo per “tirare a lucido” la propria dimora. Quasi la metà (46%) dichiara poi di occuparsi personalmente delle pulizie domestiche, mentre il 34% divide il compito con il/la convivente, e il 23% si affida a un professionista. Lo ha scoperto Everli, il marketplace della spesa online, che ha indagato l’approccio degli italiani a una delle attività meno amate seppur indispensabile: le pulizie domestiche.

Si pulisce di più e con maggior frequenza

La pandemia sembra avere influito su queste abitudini, soprattutto rispetto al tempo dedicato alla pulizia: il 43% di chi vive da solo e il 36% di chi vive in coppia nell’ultimo anno ha dedicato molto più tempo a questa attività rispetto a quanto facesse prima dell’emergenza. Il 57% dei single e il 33% delle coppie ora dedica quotidianamente maggiore attenzione a tenere in ordine e non sporcare il luogo in cui risiede.Il giorno preferito per le pulizie di casa? Per il 35% è meglio svolgere questa attività durante la settimana, complice anche la modalità di lavoro in smart working, soprattutto venerdì (12%), così da avere il weekend libero, o lunedì (10%), per godersi una settimana intera di pulito.

Guanti in lattice monouso i prodotti più acquistati

Nel 2020 si è poi registrato un incremento a tripla cifra (+375%) degli acquisti online dei prodotti per l’igiene domestica, in particolare quelli eco-friendly, (+408%). Complice il Covid-19 e le sue fasi più acute, i mesi di aprile, maggio e novembre, sono stati quelli in cui gli italiani hanno fatto approvvigionamento di detersivi e prodotti igienizzanti per liberare le proprie case da ogni forma di batterio. Quanto al contenuto dei carrelli, i guanti in lattice monouso sono stati i prodotti più acquistati, seguiti da additivi igienizzanti e candeggina, rispettivamente in seconda e terza posizione. Nei primi cinque posti si trovano anche i prodotti sgrassanti e i detersivi liquidi per il bucato al sapone di Marsiglia.

Trionfano i “sostituti” naturali dei detersivi classici

Il tema della sostenibilità è sempre più importante anche quando si tratta di igienizzare la propria casa. Tuttavia, esistono ancora alcuni ostacoli che impediscono di fare uso di prodotti green con continuità e costanza. Sebbene infatti il 43% degli intervistati apprezzi brand e prodotti eco-friendly, fatica ancora a sceglierli, soprattutto per via del prezzo (35%), la difficoltà ad abbandonare i prodotti tradizionali (25%) e lo scetticismo verso l’efficacia di questi prodotti (21%). Gli italiani si dimostrano invece più aperti verso gli ingredienti naturali come “sostituti” dei detersivi classici, e tra le soluzioni bio più utilizzate trionfa il bicarbonato di sodio (86%), seguito da aceto (76%) e limone (36%). Chiudono la top 5 il sapone di Marsiglia (29%) e gli oli essenziali (5%).

 

Un anno di Covid, come sono cambiati i consumi in Italia

Tutto è iniziato il 21 febbraio 2020, quanto il purtroppo celebre il “paziente 1” venne ricoverato all’ospedale di Codogno. Da quel giorno, il virus ha iniziato a circolare nel nostro Paese e a distanza di oltre 12 mesi non se ne è ancora andato. Anche se oggi esistono un’infinità di armi in più per contrastare il nemico invisibile, resta il fatto che le nostre esistenze hanno necessariamente subito degli scossoni, costringendoci a cambiare stile di vita e abitudini. Ha fotografato questo strano periodo la ricerca “Eurispes, indagine: un anno di Covid in Italia” che ha analizzato i cambiamenti in atto nel vari settori della società. Condotta su 2.063 cittadini, rappresentativi della popolazione italiana, la ricerca è stata realizzata nel periodo compreso tra novembre 2020 e gennaio 2021. Dalla casa – diventata il centro di tutto – ai consumi, dal rapporto con gli altri e al ruolo del personale medico fino alla portata della Rete, la survey è ricca di spunti interessanti. Vediamone alcuni.

Nuove modalità di consumo

Il 21,9% degli italiani afferma di aver ordinato per la prima volta la spesa a domicilio dopo marzo 2020, ovvero dopo l’esplosione della pandemia da Covid-19. L’abitudine di ordinare la cena o altri pasti a domicilio era già abbastanza diffusa (il 28,6% lo faceva anche prima della pandemia), ma da marzo il 16,8% lo ha fatto per la prima volta. Il 13,1% ha ordinato per la prima volta farmaci a domicilio.

La tecnologia entra in casa

Gli strumenti tecnologici a supporto della comunicazione, già molto diffusi, sono diventati vitali: il 45,2% degli intervistati era già solito comunicare con amici/parenti tramite videochiamata; con la diffusione del virus quasi un terzo lo ha fatto per la prima volta (30,7%).  Il 13,4% degli italiani ha acquistato un abbonamento a piattaforme streaming (il 36,3% già lo aveva). E infine la decisione di acquistare/noleggiare strumenti per fitness domestico ha riguardato una quota non trascurabile del 14% (il 12,2% ne era già in possesso). Eppure, l’e-commerce resta una modalità sconosciuta per tre italiani su dieci, specie fra i cittadini più anziani. D’altra parte, con divese intensità, fare acquisti online sta diventando per molti una consuetudine: il 18,2% del campione fa acquisti online raramente, il 25,9% qualche volta, mentre il 16,3% spesso ed il 10,5% abitualmente. Gli over 64 sono l’unica fascia d’età nella quale prevalgono coloro che non fanno mai acquisti attraverso la Rete (59%).

Abitudini cambiate e non più abbandonate

Oltre un italiano su 4 (25,9%) continua ad ordinare la spesa a domicilio anche dopo la fine del lockdown primaverile, l’8,7% con la stessa frequenza, il 17,2% con minor frequenza. L’ordinazione di farmaci a domicilio continua ad essere utilizzata dal 16,4% degli intervistati (il 10,2% con minor frequenza), mentre il 9,8% ha smesso dopo il lockdown. Il 37,2% degli italiani continua ad ordinare pasti a domicilio, il 14,5% con la stessa frequenza del periodo del lockdown, il 22,7% meno spesso. Il 66,1% continua a videochiamare amici e parenti, il 31,5% con la stessa frequenza, il 34,6% meno spesso rispetto ai mesi della chiusura totale.

Pil italiano, +5,6% nel 2021. Si tornerà a livelli pre-crisi nel 2022

Nel 2021 il Pil italiano tornerà a crescere, ma i livelli pre-Covid si raggiungeranno solo nel 2022. A quanto prevede l’agenzia di rating Moody,s dopo il -9% del 2020 nel 2021 l’economia dell’Italia crescerà del 5,6%. Per quanto riguarda la ripresa economica in Europa l’Agenzia prevede che “sarà lenta, irregolare e fragile”, e nel 2021, dopo la contrazione del 7,7% del 2020, Moody,s prevede che il Pil europeo crescerà al +4,6%. Solo la Lituania, secondo Moody’s, tornerà ai livelli pre-crisi durante l’anno appena iniziato, mentre Italia, Francia e Spagna “impiegheranno almeno fino al 2022” per tornare ai livelli pre-crisi. Per tutti gli altri Paesi l’Agenzia sostiene che i rischi “rimangano elevati e volti al ribasso”, a causa degli “sviluppi incerti della pandemia e le potenziali azioni dei governi”, costretti in molti casi a reintrodurre le restrizioni, che verranno mantenute sicuramente fino ai primi mesi di quest’anno.

Italia e Spagna particolarmente esposte alle restrizioni dei governi

“Italia e Spagna – rileva ancora l’Agenzia – sono particolarmente esposte alle restrizioni interne”, perché hanno economie molto dipendenti dal settore dei servizi. In particolare, continueranno a risentire del minor afflusso di turisti. Sempre secondo Moody’s, è improbabile che la domanda di turismo internazionale torni ad avvicinarsi ai livelli precedenti, “fino a quando un vaccino efficace non sarà largamente in circolazione o non si avrà un trattamento che ridurrà significativamente i decessi”.

Un maggior rischio di credito in caso di nuovi shock all’economia

Inoltre, se Italia, Francia e Spagna registreranno dei tassi di crescita più elevati nel 2021 ciò riflette in gran parte un rimbalzo “meccanico” dopo le notevoli contrazioni dello scorso anno e la loro produzione rimarrà ben al di sotto dei livelli pre-crisi, riporta Agi. L’Italia, insieme a Spagna, Portogallo e Cipro, è tra i Paesi europei considerati dall’agenzia di rating a maggior rischio di credito in caso di nuovi shock all’economia.

“I rischi maggiori per il credito – si legge nel report di Moody’s – sono in Italia, Cipro, Spagna e Portogallo data la loro elevata esposizione economica alla crisi e il loro più limitato spazio fiscale”.

La Bce continuerà a svolgere un ruolo cruciale nel sostenere la fiducia degli investitori

Tuttavia, questi rischi sono mitigati dall’impegno della Banca centrale europea a fare tutto il necessario per fornire sostegno all’economia e aiutarla a superare la crisi innescata dalla pandemia. La Bce, secondo Moody’s, “continuerà a svolgere un ruolo cruciale nel sostenere la fiducia degli investitori e nel mantenere bassi i costi di rifinanziamento”.