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I dieci trend che stanno cambiando il Non Food

L’Osservatorio Non Food 2021 di GS1 Italy ha stilato il decalogo delle tendenze e dei fenomeni di consumo per il settore No Food.
Trend che spesso rimangono confinati all’interno di un singolo comparto, ma che invece rappresentano tendenze di fondo comuni e che impattano, in modalità diverse, tutto il mondo del largo consumo non alimentare. La prima è un nuovo carrello della spesa. La minor vita sociale ha tagliato infatti molte esigenze degli italiani, facendo diminuire la spesa per prodotti come rossetti, sneaker e ferri da stiro. Al contrario, la maggior vita domestica ha spronato gli acquisti di altri prodotti (tagliacapelli, macchine per il caffè, ciabatte…), e l’home working ha imposto nuove esigenze, che hanno attutito il calo storico di comparti come cancelleria e tessile casa.

L’edutainment vola e nuovi stili di consumo affossano il lusso

In cinque anni l’edutainment è passato dal 3,2% al 4,9% di incidenza sul totale dei consumi Non Food in Italia, e oltre la metà delle vendite è realizzata online. Ma il commercio urbano centrale resta ancora il più rilevante tra le sei tipologie di agglomerazioni commerciali classificate dall’Osservatorio. Con la pandemia ha visto la riscoperta da parte degli italiani, e non solo per ragioni di comodità, ma anche perché ha saputo rispondere in modo più efficace alle nuove esigenze.  Il ritorno all’essenzialità e la riduzione degli acquisti voluttuari hanno poi penalizzato i beni di lusso. Ma sul luxury shopping ha avuto un impatto negativo anche il crollo del turismo straniero.

La distribuzione ‘alternativa’ conquista per la sua comodità

D’altronde, le misure sanitarie hanno penalizzato anche i centri commerciali e accelerato il loro processo di cambiamento. Nel post Covid-19 sarà quindi ancora più importante riposizionarsi come luoghi di ristoro ed entertainment, e non solo di shopping. Le limitazioni agli spostamenti e i timori sanitari hanno poi spinto l’e-commerce: le vendite online hanno guadagnato quota e valore in tutti i comparti del Non Food, con performance di spicco nell’elettronica di consumo e nei piccoli elettrodomestici, dove il web è diventato il primo canale di vendita. Accelera poi la crescita delle forme di distribuzione alternativa, come le vendite a domicilio o per corrispondenza, e quelle realizzate nei distributori automatici e nelle cosiddette ‘tabelle speciali’ (tabaccherie, stazioni di carburanti e farmacie).

Il ruolo degli influencer

Negozi di ottica e computer shop, mobilifici e ferramenta, garden center e autofficine sono invece alcuni negozi specializzati che stanno dimostrando di saper resistere all’evoluzione dei consumi non alimentari. E se uffici chiusi e lavoro da casa hanno penalizzato le attività commerciali nei business district, il permanere dello smart working potrebbe portare alla rivitalizzazione stabile dei centri di minori dimensioni. Ma se 88 italiani over 14 su 100 sono internauti, e amano soprattutto i social, si tratta di un trend che i retailer del Non Food hanno ben intercettato. Emblematici sono i casi dell’ottica e dei libri non scolastici, dove l’aumento delle vendite online è stato sostenuto da influencer e blogger.

In Lombardia cresce il volume d’affari delle costruzioni

Nel secondo trimestre 2021 le imprese lombarde delle costruzioni e dell’edilizia registrano una forte crescita del volume d’affari. Un trend positivo confermato dalla variazione rispetto al trimestre precedente: l’incremento sul primo trimestre dell’anno sfiora il 5%, registrando il quarto valore positivo consecutivo. Secondo l’indagine trimestrale di Unioncamere Lombardia, su base annua il balzo è del +37,4%, frutto della ripresa a pieno regime dopo la riduzione delle attività che aveva caratterizzato l’analogo periodo del 2020 in piena emergenza sanitaria. Si conferma quindi la velocità di marcia sostenuta già registrata nei primi tre mesi dell’anno, e con questi risultati l’indice di Unioncamere Lombardia del volume d’affari torna a superare quota 100, ovvero sia al di sopra sia dei livelli pre-crisi sia della situazione relativa agli anni precedenti: era dal 2010 che non si raggiungevano valori simili.

Migliora il clima di fiducia

Gli imprenditori sembrano scommettere sul proseguimento della tendenza positiva, mostrando un ulteriore miglioramento del clima di fiducia. Il saldo tra aspettative di crescita e di diminuzione per il prossimo trimestre risulta ampiamente positivo (+27) e rappresenta il valore massimo della serie storica.
“Le costruzioni rivestono un ruolo fondamentale nell’economia lombarda e il loro rilancio può fare da importante volàno anche per molti altri settori – dichiara il Presidente di Unioncamere Lombardia, Gian Domenico Auricchio -. I fattori che hanno permesso questa ripresa dell’edilizia sono numerosi: dalla maggiore importanza attribuita agli spazi domestici dopo la pandemia, alle condizioni favorevoli di accesso al credito, agli incentivi fiscali e alla ripartenza degli investimenti pubblici”.

Diminuisce il grado di indebitamento

L’indagine di Unioncamere Lombardia ha approfondito anche il tema della situazione finanziaria delle imprese di costruzioni e del mercato del credito, registrando una diminuzione del grado di indebitamento e un miglioramento dei giudizi relativi alle condizioni di accesso al finanziamento bancario. Tra i motivi per ricorrere al credito spiccano le necessità di liquidità e cassa, anche in via precauzionale (79%), mentre emerge anche la rinnovata volontà delle imprese di tornare a investire: la percentuale che indica questa motivazione sale al 42%, superando così i valori del 2019.

I fattori che rischiano di compromettere la crescita del settore

Inoltre, vengono rilevati con meno frequenza i fattori negativi che un anno fa, a seguito dell’emergenza, penalizzavano la situazione finanziaria delle imprese, come ritardi di pagamento, difficoltà a sostenere le spese correnti e nel rimborso dei finanziamenti. Le questioni legate all’approvvigionamento e al rincaro dei materiali sembrano però rappresentare in questo momento un fattore cruciale che rischia di compromettere la crescita del settore, rallentando l’attività ed erodendo i margini delle imprese. Lo dimostra il dato sui costi di magazzino che registra una crescita di ben venti punti, dal 9% al 29%.

Squid Game, gli attacchi informatici si ispirano alla serie coreana

Squid Game è diventata in pochissimo tempo la serie più vista in assoluto sulla piattaforma Netflix, con oltre 111 milioni di spettatori. E il successo planetario della produzione coreana ha anche creato una fanbase sterminata: ovvio che, con queste premesse, i criminali informatici si siano “buttati” sull’appeal della storia, inventando nuove esche per “pescare” e truffare online gli ignari fan. Gli esperti di Kaspersky hanno condiviso ciò che hanno scoperto sulle minacce più comuni e sofisticate relative a Squid Game, che comprendono Trojan, adware e offerte di phishing per costumi di Halloween ispirati alla serie.

Era solo questione di tempo

“Era solo una questione di tempo prima che Squid Game diventasse una nuova esca di successo. Come per qualsiasi altro argomento di tendenza, i criminali informatici sanno bene come sfruttarli. Infatti rileviamo ogni giorno molte pagine di phishing che offrono di acquistare i costumi della serie o che invitano gli utenti a giocare online ai giochi dello show. Naturalmente le vittime finiscono poi col perdere dati, denaro e installare malware sui propri dispositivi. È molto importante che gli utenti controllino sempre l’autenticità dei siti web che visitano per guardare serie in streaming o per acquistare del merchandising”, ha commentato Anton V. Ivanov, security expert di Kaspersky.

I rischi connessi

Nella maggior parte dei casi presi in esame, sono stati scoperti Trojan-downloader in grado di installare programmi dannosi, ma anche diversi Trojan e adware. Uno degli schemi di truffa analizzati dava la possibilità agli utenti di visualizzare la versione animata di un finto gioco online tratto dalla serie e, contemporaneamente lanciava un Trojan che, agendo di nascosto, rubava dati dai vari browser degli utenti per indirizzarli ai server degli attaccanti. Inoltre, gli esperti hanno osservato che veniva creato un collegamento ad una delle cartelle per consentire agli attaccanti di lanciare il Trojan ogni volta che veniva avviato il sistema. Tra i vari sistemi escogitati dai cybercriminali, c’è anche un malware mobile che fa credere all’utente di scaricare un episodio di Squid Game invece del Trojan. Si tratta di frodi così sofisticate che spesso vengono bypassati i normali controlli del server, quelli che vengono effettuati ad esempio sulle app attraverso l’apertura di una nuova scheda nel browser o l’invio un SMS ai numeri ricevuti dal server di controllo. La morale è sempre la stessa: quando un fenomeno diventa così di moda, bisogna stare attentissimi sul web, perchè si può stare sicuri che i cybercriminali lo sfrutteranno per i loro affari.

Social media, ci sono anche gli effetti negativi: per la precisione, 46

Ormai tutti utilizziamo almeno un social network, per non parlare delle fasce più giovani della popolazione che si muovono fra app e siti con la massima disinvoltura. Oggi gran parte delle relazioni sociali, professionali, ma anche il nostro desiderio di informarci o di intrattenimento passa proprio attraverso queste applicazioni. Ma è tutto oro quel che luccica? No, almeno a quanto afferma un team di ricercatori dell’University of Technology di Sydney, che ha analizzato i potenziali effetti negativi dell’esposizione ai social. Trovandone addirittura 46. Tra questi ci sarebbero ansia, depressione, molestie, incitamento al suicidio, cyberstalking, delinquenza, gelosia, sovraccarico di informazioni e mancanza di sicurezza, rivelano gli scienziati australiani in uno studio ad hoc. Nel complesso, i problemi connessi ai social media vanno da disagi di salute fisica e mentale a impatti negativi sul lavoro e sul rendimento scolastico, oltre ai rischi legati alla sicurezza e alla privacy.

Sei i macro temi che “scottano”

I ricercatori hanno raggruppato tutti i possibili effetti collaterali negativi derivanti dall’utilizzo dei social in sei macro aree, identificate per temi. C’è ad esempio il “prezzo dell’interazione sociale”, che comprende sia danni psicologici, come depressione, ansia o gelosia, sia altri costi come tempo, energia e denaro sprecati. Nel gruppo dei “Contenuti fastidiosi” rientrano una vasta gamma di azioni o informazioni che infastidiscono, turbano o irritano, come contenuti inquietanti, violenti, a sfondo sessuale. Alla sfera dei “Problemi di privacy” fanno parte  tutte le minacce alla privacy personale relative all’archiviazione, al riutilizzo o alla condivisione di informazioni personali con terze parti, mentre nel tema “Minacce alla sicurezza” ricadono i danni derivanti da frode o inganno come il phishing. Infine, ci sono il macro argomento del  “Cyberbullismo”, che include qualsiasi abuso o molestia da parte di gruppi o individui come ad esempio messaggi offensivi, stalking o diffamazione, mentre è più inedito il tema del “Basso rendimento”, che si  riferisce all’impatto negativo che l’eccesso di social potrebbe avere sul lavoro o sulla resa scolastica.

Serve più consapevolezza

Dato che sono poco meno di 4 miliardi le persone che in tutto il mondo sono quotidianamente connesse ai social, serve un’attenzione particolare verso queste problematiche. Secondo il team di ricercatori, una maggiore consapevolezza dei potenziali pericoli può spingere gli utenti a una migliore moderazione e aiutare tutte le figure coinvolte, dagli informatici ai progettisti fino agli educatori e ai politici, a sviluppare strategie atte a ridurre al minimo i possibili danni da esposizione a social.  

Andare al cinema fa bene alla mente e al corpo

Andare al cinema fa bene alla mente e al corpo: la conferma arriva da uno studio inglese dell’University College of London, che ha pubblicato i risultati di una ricerca commissionata da Vue International, il gruppo proprietario del circuito di sale cinematografiche, The Space Cinema, per esplorare cosa succede al corpo e alla mente durante la visione di un film in sala. ‘Magia’ del cinema a parte, anche la scienza ribadisce i benefici fisici, mentali ed emotivi dell’esperienza cinematografica in sala. In particolare, la ricerca suggerisce tre elementi specifici e distintivi dell’esperienza cinematografica, ovvero, l’attività focalizzata, la socialità condivisa, e l’elemento culturale.

Un’esperienza culturale che stimola la concentrazione e l’attenzione

“Esperienze culturali come andare al cinema offrono al nostro cervello l’opportunità di dedicare la nostra completa attenzione per periodi di tempo prolungati – commenta il Dr Joseph Devlin, Professore di Neuroscienze Cognitive all’UCL -. Al cinema nello specifico, non c’è altro da fare se non immergersi. La nostra capacità di mantenere la concentrazione e l’attenzione gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della nostra resilienza mentale, perché la risoluzione dei problemi richiede in genere uno sforzo concentrato per superare gli ostacoli – aggiunge il Dr Devlin -. Le attività con un focus sociale condiviso, d’altra parte, aumentano la nostra creatività, le prestazioni di squadra e il legame con gli altri, ed è stato anche dimostrato che riducono i sentimenti di solitudine e depressione”.

Aumento della frequenza cardiaca e dell’eccitazione emotiva 

Allo studio, condotto dalla Facoltà di Psicologia Sperimentale dell’Università londinese, ha partecipato un gruppo di volontari che ha preso parte alla proiezione di un film della durata di due ore indossando sensori biometrici, con i quali i ricercatori sono stati in grado di misurare un notevole aumento della frequenza cardiaca dei partecipanti. Il monitoraggio ha rilevato anche un progressivo allineamento dei battiti degli spettatori, quasi fino a sovrapporsi per andare all’unisono. I test sulla cute hanno mostrato inoltre che in alcuni momenti più coinvolgenti nella trama si è innescato un aumento dei livelli di eccitazione emotiva.

Uno degli ultimi posti in cui ci si può davvero perdere

“Tra il destreggiarsi tra più dispositivi e il vivere in un mondo in cui non siamo quasi mai offline, spegnere tutto non è mai stato così importante – puntualizza Tim Richards, ceo di Vue International -. Il cinema è uno degli ultimi posti in cui ci si può davvero perdere, e questa ricerca conferma che non è solo un modo di dire, ma che gli effetti benefici sono persino misurabili scientificamente”.
Insomma, perdersi nell’esperienza di un film al cinema è ritrovarsi migliorati nello spirito e nel corpo. Ma è anche una sfida contro il multitasking, la vita always on, con le continue distrazioni davanti a display e monitor.

Sostenibilità, il 7% degli italiani pronto a modificare il proprio stile di vita

Gli italiani sono sempre più attenti alla sostenibilità, e non hanno paura di dover modificare il proprio stile di vita a vantaggio della collettività e dell’ambiente. A dirlo è il 1° Rapporto Edison-Censis “La sostenibilità sostenibile”. Ma cosa intendono per sostenibilità i nostri connazionali? Ecco le principali evidenze del report: nella percezione degli italiani, la forma di sostenibilità considerata prioritaria è la sostenibilità economica (41,1%). Al secondo posto c’è quella ambientale (32,1%), legata all’impegno per ridurre l’inquinamento e lottare contro il riscaldamento globale. Al terzo posto, la sostenibilità sociale (26,8%), prioritaria per garantire la tutela dei gruppi sociali svantaggiati. Anche le fasce di popolazione più giovane si riconoscono in queste priorità: il 46,2% dei giovani indica la sostenibilità economica, il 24,7% quella ambientale e il 29,1% quella sociale. Insomma, i nostri connazionali fanno coincidere sostenibilità con inclusione, in un’ottica che abbina ambiente ed equità socio-economica.

Niente barriere ideologiche

Un ulteriore aspetto che emerga dalla ricerca è che gli italiani hanno una visione green, ma libera da condizionamenti ideologici. Il 79% degli italiani ha dichiarato di essere pronto a modificare il proprio stile di vita per ridurre l’impatto ambientale, a condizione però che i cambiamenti siano distribuiti in modo equo nella società (42,5%) e che i costi siano compensati dai vantaggi (33,2%). La sostenibilità ambientale deve contribuire a vivere meglio, mai a ridurre il proprio benessere economico. Anche la pandemia da Covid-19 ha contribuito a far cambiare diversi punti di vista, pure per quanto concerne la sostenibilità. Ad esempio, il 48,2% tornerà a usare il reddito come faceva prima dell’emergenza, mentre il 31,8% aumenterà il risparmio e solo il 9% consumerà di più (l’11% è indeciso). In questo clima di incertezza, il consumatore decide come muoversi pensando non solo al prezzo – che comunque conta – ma riconoscendo i valori che un’impresa incarna e la qualità della relazione che è capace di instaurare con i suoi clienti.

Acquisti, le altre variabili oltre al prezzo

La sostenibilità è una discriminante anche in fatto di acquisti. Gli italiani si dicono disposti a spendere di più per prodotti e servizi che rispettano l’ambiente (58,7%) e a premiare le aziende che rispettano i diritti dei lavoratori (50,8%), il 54,6% degli italiani è disposto a pagare di più per prodotti e servizi italiani e il 49,6% per aziende impegnate in progetti sociali. Il 41,5% si dichiara intenzionato a spendere qualcosa in più per un’azienda che ispira fiducia e mantiene sempre quel che dice, il 37,8% premia la disponibilità di punti vendita e di assistenza fisici, il 29,1% apprezza la trasparenza nei costi, il 23,6% è interessato a un call center ben funzionante e di facile accesso, il 22% vorrebbe ricompensare le aziende che non si avvalgono di pratiche di marketing aggressivo. Infine, per 8 italiani su 10 è essenziale la social reputation di un’azienda.

Commercio al dettaglio, a luglio 2021 lieve flessione congiunturale

Nel mese di luglio 2021 l’Istat stima una lieve flessione per le vendite del commercio al dettaglio, pari al -0,4% in valore e al -0,7% in volume. Secondo le stime dell’Istituto di statistica, rispetto a giugno le vendite dei beni non alimentari diminuiscono a livello congiunturale del -0,6% in valore e del -1,0% in volume, mentre quelle dei beni alimentari risultano stazionarie in valore e in lieve calo in volume (-0,3%). Sempre in termini congiunturali, nel trimestre maggio-luglio 2021, le vendite al dettaglio stimate aumentano invece dello 0,5% in valore e dello 0,4% in volume. In questo caso, risultano in crescita le vendite dei beni non alimentari, che registrano un +0,7% sia in valore sia in volume, mentre secondo le stime Istat restano sostanzialmente invariate quelle dei beni alimentari. In questo caso, la crescita del +0,1% in valore compensa infatti la diminuzione del -0,1% in volume.

Rispetto a luglio 2020 andamento positivo, +6,7% in valore e +8,8% in volume

L’andamento è diverso, e decisamente più positivo, per quanto riguarda le vendite a livello tendenziale. Rispetto allo stesso periodo del 2020, infatti, a luglio 2021 le vendite del commercio al dettaglio aumentano del 6,7% in valore e dell’8,8% in volume. L’incremento, si legge sul documento rilasciato dall’Istat, riguarda sia le vendite dei beni alimentari, che risultano pari a un aumento del +4,4% in valore e del +4,2% in volume, sia quelle dei beni non alimentari, che aumentano del +8,5% in valore e del +12,3% in volume.

Aumenti maggiori soprattutto per Abbigliamento e pellicceria (+15,4%)

Tra i beni non alimentari, l’Istituto nazionale di statistica registra variazioni tendenziali positive per tutti i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano soprattutto il segmento Abbigliamento e pellicceria (+15,4%) e quello che comprende Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (+12,0%), mentre l’Istat rileva incrementi più contenuti per Utensileria per la casa e ferramenta (+1,4%) e Dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+2,3%).

Su base tendenziale cresce il valore delle vendite in tutti i canali distributivi

Inoltre, sempre secondo la relazione dell’Istituto nazionale di statistica, e sempre rispetto a luglio 2020, il valore delle vendite al dettaglio cresce in tutti i canali distributivi. La grande distribuzione cresce infatti del +5,6%, il commercio elettronico del +6,4%, le vendite al di fuori dei negozi del +2,6%, e le imprese operanti su piccole superfici del +8,2%, a conferma del ritorno degli acquisti da parte dei consumatori presso i negozi di prossimità.

Report Acronis, le Pmi prese di mira dagli hacker

Durante la prima metà del 2021 quattro organizzazioni su cinque hanno subito una minaccia alla cybersecurity, che ha sfruttato una vulnerabilità nel proprio ecosistema di fornitori terzi. Questo in un momento in cui il costo medio di una violazione dei dati è salito a circa 3,56 milioni di dollari, mentre il pagamento medio di un riscatto del ransomware ha subito un’impennata del 33%, superando i 100.000 dollari. Stando ai trend osservati durante i primi sei mesi dell’anno sono le Pmi a essere particolarmente a rischio di attacchi informatici. È quanto emerge dall’aggiornamento del report di Acronis sulle minacce digitali 2021.

Attacchi alla supply chain dei Service Provider gestiti (MSP)

Se queste cifre rappresentano un brutto colpo finanziario per qualsiasi organizzazione, segnerebbero la fine della maggior parte delle Pmi. Sferrando attacchi alla supply chain dei Service Provider gestiti (MSP), gli hacker ottengono infatti sia l’accesso all’attività degli MSP sia a quella di tutti i clienti aziendali. Insomma, un attacco messo a segno può comportare la violazione di centinaia o migliaia di Pmi negli anelli inferiori della supply chain. Un esempio è la violazione subita da SolarWinds lo scorso anno, così come l’attacco ai danni di Kaseya VSA avvenuto all’inizio del 2021

Le e-mail di phishing aumentano del 62% tra il primo e il secondo trimestre del 2021

Oltre agli attacchi di alto profilo che hanno dominato i titoli dei giornali durante gli ultimi sei mesi, e ai rischi che Acronis sta segnalando riguardo all’impatto sugli MSP e le piccole imprese, l’edizione di metà anno del Report Acronis sulle minacce digitali 2021 ha rilevato anche il dilagare degli attacchi di phishing. In seguito all’uso di tecniche di social engineering per spingere con l’inganno gli utenti a cliccare su allegati o link dannosi, le e-mail di phishing sono aumentate del 62% tra il primo e il secondo trimestre dell’anno. Un picco particolarmente preoccupante, poiché il 94% del malware viene introdotto tramite e-mail. Nello stesso periodo, Acronis ha bloccato per i suoi clienti oltre 393.000 url dannosi e di phishing, impedendo agli hacker di accedere a dati preziosi e introdurre malware nei sistemi dei clienti.

Rilevate oltre 1.100 fughe di dati nella prima metà dell’anno 

Nel 2020, più di 1.300 vittime di ransomware hanno visto i loro dati divulgati pubblicamente, poiché gli hacker cercano di ottimizzare il tornaconto economico ottenuto da attacchi messi a segno. Durante la prima metà del 2021 poi sono state già rilevate oltre 1.100 fughe di dati, il che potrebbe significare un incremento del 70% entro la fine dell’anno. Inoltre, se sulla scia della pandemia di Covid-19 prosegue la necessità di ricorrere ai lavoratori remoti, due terzi dei lavoratori ora utilizzano i dispositivi aziendali per attività personali e i dispositivi personali per attività lavorative. Di conseguenza, gli hacker stanno studiando attivamente chi lavora da remoto. Acronis ha osservato un incremento di oltre il doppio degli attacchi informatici a livello globale, con un aumento del 300% degli attacchi brute-force ai danni dei sistemi remoti sferrati tramite RDP.

Mutui, l’andamento del primo semestre 2021 è positivo

Gli italiani hanno sempre voglia di casa, e l’andamento dei mutui nel primo semestre 2021 lo conferma. In particolare, nei primi sei mesi di quest’anno sono cresciute le domande, gli importi medi erogati e soprattutto si è assistito a un cambiamento importante nella compravendita degli immobili. Infatti, l’interesse degli acquirenti si è spostato verso le località di provincia piuttosto che nelle grandi città. Ancora, cresce la quota di giovani che si avvicinano al finanziamento per poter comprare la prima casa. Sono queste alcune delle evidenze emerse dall’osservatorio congiunto Facile.it – Mutui.it. Il primo dato significativo è che l’importo medio chiesto nei primi sei mesi del 2021 abbia raggiunto i 137.626 euro, valore in aumento del 2% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Come sono cambiati gli importi?

Oltre alla crescita dell’importo medio, una certa flessibilità delle banche ha fatto sì che risulti in crescita anche l’importo medio erogato, arrivato a circa 136.480 euro, l’1% in più rispetto al 2020. Anche al netto dell’effetto pandemia e lockdown, i valori sono in positivo; se confrontati col primo semestre del 2019, la richiesta media è aumentata del 3,3%, l’erogato del 4,6%.

Dove si cerca casa?

Un altro aspetto interessante è lo spostamento delle compravendite dalle grandi città ai centri di provincia. L’osservatorio lo rivela benissimo, insieme ai darti elaborati da Facile.it: nel primo semestre 2021 la richiesta di finanziamenti per immobili ubicati in comuni con meno di 250.000 abitanti è stata pari al 77% del totale, in aumento del 7% rispetto al 2017. E anche guardando ai mutui effettivamente erogati, è cresciuta del 6%, arrivando al 74% del totale, la quota di quelli ottenuti per abitazioni ubicate in piccole città.

I mutui sono anche per giovani

Ancora, una “novità” di questa ultima rilevazione è che aumentano in modo significativo i giovani che si rivolgono alle banche per un mutuo. Dall’analisi dei dati dei richiedenti, sempre riferita al primo semestre del 2021, si scopre che gli under 36 anni sono stati il 34,3% del totale, con un incremento del 12,3% rispetto al 2020. Secondo gli esperti, questo numero è destinato ad aumentare nei prossimi mesi grazie agli incentivi messi in campo dal Governo e destinati proprio alle fasce di popolazione più giovane. Infine, una nota sui tassi di interesse e le preferenze degli italiani. I nostri connazionali non sembrano voler rinunciare ai tassi fissi: più di nove su dieci potenziali mutuatari scelgono questa opzione.

Cresce il ricorso all’arbitrato semplificato, +19% negli ultimi 6 mesi

La procedura di arbitrato semplificato, adottata in epoca Covid il 1° luglio 2020 in Camera Arbitrale di Milano compie un anno.
La procedura, avviata con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento Arbitrale, ha l’obiettivo di venire incontro alle esigenze delle imprese provate dalla crisi economica innescata dalla pandemia, e oggi è uno strumento più adattabile ai fabbisogni delle Pmi.
Questa procedura dimezza, infatti, i tempi del procedimento: il caso con l’arbitrato semplificato si chiude in media in 6 mesi e il costo si riduce di un terzo rispetto al procedimento arbitrale ordinario. Inoltre, i costi di un arbitrato in Camera Arbitrale di Milano sono certi e prevedibili, perché stabiliti da un tariffario.

Cos’è l’arbitrato semplificato?

Questo tipo di procedura ha il vantaggio appunto di dimezzare i tempi e ridurre i costi rispetto al procedimento arbitrale ordinario. La decisione è affidata all’arbitro unico (anziché a un collegio di tre arbitri), i tempi prevedono 3 mesi per il deposito del lodo anziché i 6 ordinari, e il numero di memorie è ridotto e si svolge, al più, in un’unica udienza. In media in 6 mesi si arriva all’esito del procedimento e i costi per gli onorari della Camera Arbitrale e dell’arbitro unico si riducono in media del 30%.  La procedura si applica ai procedimenti instaurati dopo il 1° luglio se il valore della domanda di arbitrato non sia superiore a 250.000 euro.

Nei primi 6 mesi ha coperto il 29% del totale delle procedure

In un anno, su un totale di 109 nuove domande di arbitrato depositate in Camera Arbitrale di Milano, il 32% è stato amministrato con la procedura semplificata. Nei primi 6 mesi di avvio l’arbitrato semplificato ha coperto il 29% del totale delle procedure, mentre nei 6 mesi successivi la quota della procedura del semplificato è stata del 36%, rispetto al totale delle procedure. Il ricorso a questo nuovo strumento è quindi cresciuto del 19%, nel confronto tra i primi 6 mesi di avvio e i successivi sei mesi di consolidamento della procedura.

Le materie del contendere e chi utilizza l’arbitrato

La maggior parte delle controversie amministrate con la procedura dell’arbitrato semplificato ha avuto per oggetto il mancato pagamento di fatture, liti societarie, l’affitto del ramo d’azienda. Seguono consulenza, violazione del patto di non concorrenza, fornitura, leasing, vendita, e franchising. Le parti che nel 2020 hanno fatto ricorso all’arbitrato sono persone giuridiche nel 68% dei casi, mentre per il 55% sono società di capitali. Tra le persone fisiche (32%) si registra un incremento del numero dei professionisti (10%), e tra le materie del contendere primeggiano l’ambito societario (48%), il settore appalti (9%) e quello dell’affitto, la vendita e cessione del ramo d’azienda (7,5%).