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Approvato disegno di legge sulla sicurezza delle reti cibernetiche

Il 19 luglio scorso è stato approvato un disegno di legge sulla sicurezza nazionale delle reti informatiche. Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, ha approvato un disegno di legge in materia di perimetro di sicurezza nazionale cibernetica. Il provvedimento aggiorna il decreto 21 del 2012 relativo alla normativa sulle prerogative “speciali” che lo Stato può usare a difesa degli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. Il testo del disegno di legge, spiega una nota di palazzo Chigi, introduce disposizioni volte ad assicurare un livello elevato di sicurezza delle reti, dei sistemi informativi e dei servizi informatici delle Amministrazioni pubbliche, degli enti e degli operatori nazionali, pubblici e privati, da cui dipende l’esercizio di una funzione essenziale dello Stato.

Definite le finalità del perimetro e le modalità di individuazione dei soggetti coinvolti

Tale funzione prevede la prestazione di un servizio essenziale per il mantenimento di attività civili, sociali o economiche fondamentali per gli interessi dello Stato, e dal cui malfunzionamento o interruzione, anche parziali, ovvero utilizzo improprio, possa derivare un pregiudizio per la sicurezza nazionale. A questo scopo, il disegno di legge prevede, tra l’altro, la definizione delle finalità del perimetro e delle modalità di individuazione dei soggetti pubblici e privati che ne fanno parte, nonché delle rispettive reti, dei sistemi informativi e dei servizi informatici rilevanti per le finalità di sicurezza nazionale cibernetica per i quali si applicano le misure di sicurezza e le procedure introdotte.

Istituzione di un meccanismo che assicurare un procurement più sicuro

Il progetto prevede inoltre l’istituzione di un meccanismo teso a garantire un procurement più sicuro. In particolare, per i soggetti inclusi nel perimetro che intendano procedere all’affidamento di forniture di beni e servizi ICT destinati a essere impiegati sulle reti, sui sistemi e per i servizi rilevanti.

Per i soggetti privati inclusi nel perimetro il disegno di legge prevede anche l’individuazione delle competenze del Ministero dello sviluppo economico e dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) per le Amministrazioni pubbliche, riporta Askanews.

Un sistema di vigilanza e controllo per il rispetto delle norme introdotte

Inoltre, il disegno di legge supporta l’istituzione di un sistema di vigilanza e controllo sul rispetto degli obblighi introdotti, attraverso lo svolgimento delle attività di ispezione e verifica da parte delle strutture specializzate in tema di protezione di reti e sistemi. Nonché, per quanto riguarda la prevenzione e il contrasto del crimine informatico da parte delle Amministrazioni da cui dipendono le Forze di polizia e le Forze armate, che ne comunicano gli esiti.

Multe, le pagano la metà degli automobilisti. E i Comuni non incassano

Nel 2017 solo il 40,8%o degli automobilisti ha pagato la contravvenzione inflitta dalla Polizia municipale per aver violato il Codice della Strada. Sebbene ci sia stato un lieve aumento rispetto all’anno precedente, dieci anni prima la riscossione era stata del 59,1%. In pratica, segnala l’Ufficio studi della Cgia, dei 2,6 miliardi di euro che nel 2017 i quasi 8 mila Comuni italiani avrebbero dovuto riscuotere dai trasgressori, ne è stato incassato poco più di 1 miliardo. Non è comunque da escludere che coloro che non lo hanno fatto due anni fa abbiano effettuato il pagamento successivamente, usufruendo della rottamazione delle cartelle esattoriali introdotta negli ultimi anni.

Con i rilevatori elettronici molte Amministrazioni hanno fatto cassa

I numeri della Cgia di Mestre raccontano anche come i Comuni, nonostante abbiano incassato meno di quanto dovuto, continuino a utilizzare lo strumento delle contravvenzioni per far cassa. “E se rispetto a 10 anni prima l’importo complessivo in euro delle contravvenzioni pagate ai Comuni è salito del 68% – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo – è evidente che attraverso l’utilizzo dei rilevatori elettronici di velocità molte Amministrazioni comunali hanno fatto cassa, coprendo una parte dei mancati trasferimenti imposti per legge dallo Stato centrale. Detto ciò, è utile ricordare, soprattutto ai Sindaci, che gli automobilisti, e in particolar modo i conducenti professionali, non sono dei bancomat”.

Alcune infrazioni prevedono aggravi sanzionatori per i conducenti professionali

“Molti enti locali, pertanto, dovrebbero utilizzare gli autovelox e i T-red con maggiore attenzione – continua Zabeo – tenendo conto delle fasce orarie della giornata che, come si sa, registrano flussi di traffico molto differenziati”.

Se il giro di vite imposto dal legislatore ha messo in apprensione molti automobilisti la cosa è ancor più sentita tra i conducenti professionali, come gli autotrasportatori, i taxisti e gli autonoleggiatori con conducente. Per queste ultime categorie, che per esercitare l’attività di trasporto di persone o merci hanno l’obbligo di conseguire la Carta di Qualificazione del Conducente (CQC), alcune infrazioni del Codice prevedono aggravi sanzionatori che possono accelerare il ritiro o la sospensione della patente, con conseguente interruzione dell’attività lavorativa.

Da gennaio multe più salate

Lo scorso 1° gennaio è scattato l’adeguamento biennale all’inflazione degli importi delle multe stradali (+2,2%). Un aggiornamento al costo della vita che non ha lasciato invariati gli importi per la maggior parte delle violazioni. Per questa tornata di aumenti sono state escluse solo poche violazioni penali previste dal Codice. Dal 10 giugno scorso, inoltre, le multe hanno subito un ulteriore rincaro, riporta Agi, nei casi in cui la notifica sia consegnata al trasgressione da Poste italiane. Tutto questo perché dopo le recenti modifiche di legge le Poste hanno aumentato le tariffe per la spedizione. Che se riguarda lettere o plichi di peso fino a 20 grammi è salita da 6,80 a 9,80 euro. Un incremento del 44%.

Facebook scommette sull’Italia: “100.000 persone formate con competenze digitali entro il 2019”

Facebook scommette sull’Italia. E lo attraverso un piano di formazione imponente, come ha sottolineato Sheryl Sandberg, direttore finanziario di Facebook, per la prima volta nel nostro paese: “Molte persone hanno difficoltà nel lavoro perché mancano le competenze digitali, in Italia solo 1 su tre le ha. ‘Binario F’ è il nostro grande investimento nel paese, vogliamo formare 100mila persone entro l’anno”. Le dichiarazioni di Sandberg sono state raccolte dall’Ansa in occasione dell’allargamento di Binario F, il centro italiano dedicato alla formazione digitale di persone, imprese, associazioni e istituzioni ospitato presso l’Hub di LVenture Group e LUISS EnLabs alla stazione Termini. “Non siamo così antichi come la città eterna, ma sono onorata di essere qui per mettere insieme persone e community, non c’è un posto migliore di Roma che ha connesso strade e idee. Su Facebook ci sono 31 milioni di italiani e 27 milioni partecipano alle Community”, ha aggiunto Sandberg.

Uno spazio di 900 metri quadrati

Adesso Binario F, “il maggiore investimento realizzato finora da Facebook in Italia”, è “cinque volte più grande”: si sviluppa infatti  su 900 metri quadrati e ha a disposizione nuove aree di formazione per raggiungere l’obiettivo di trasferire le competenze digitali “a 100mila persone in Italia entro la fine del 2019”, ha aggiunto il braccio destro di Mark Zuckerberg.

Cosa sta accadendo in Facebook

Inevitabile che il direttore finanziario di Facebook affrontasse in Italia anche i temi di più calda attualità: “Sappiamo di dover risolvere problemi come l’hate speech e la disinformazione soprattutto nelle elezioni politiche, ma ci siamo impegnati con i fact checkers, nel controllo degli annunci pubblicitari elettorali e questo lavoro ha avuto un impatto”. “Dal 2016 le interazioni con le notizie false sono dimezzate e il 65% del linguaggio d’odio è stato rimosso rispetto al 24% di due anni fa. Abbiamo ancora del lavoro da fare, lanceremo nuovi strumenti”. Sandberg ha poi voluto ribadire che FB “affronta le sfide che affronta tutto internet, dobbiamo stare vigili e collaborare con i governi per nuove regole e per la privacy. Siamo determinati ad essere parte della soluzione”. 

Le competenze digitali per la crescita dell’Italia

“Le competenze digitali sono un requisito imprescindibile per la crescita economica del Paese e sono le imprese stesse a sostenerlo” ha poi aggiunto Luca Colombo, Country Director di Facebook. “Secondo una recente ricerca di Morning Consult, infatti, l’87% delle PMI in Italia afferma che le competenze digitali di un individuo sono più importanti del percorso scolastico in fase di assunzione di nuovi dipendenti. Facebook è da tempo impegnata, sia in Italia sia all’estero, a supportare persone e imprese nello sviluppo delle competenze digitali e Binario F ne è l’espressione concreta”. Mentre Laura Bononcini, Public Policy Director Southern Europe di Facebook ha precisato che “Nonostante le digital skills siano fondamentali per lo sviluppo e la crescita del tessuto sociale ed economico del nostro Paese, in Italia non c’è ancora un livello adeguato e oltre 280mila posizioni specializzate rischiano di rimanere scoperte da qui al 2023. Ad ottobre abbiamo lanciato Binario F e, grazie alla preziosa collaborazione con i numerosi partner, siamo riusciti ad erogare oltre 844 ore di formazione, toccando audience diverse”. 

I musei italiani sono diventati social. Ma si può fare di più

Anche i turisti sono diventati digitali, non si scappa. Chi ha dimestichezza con la rete, per programmare un viaggio si affida in gran parte a Internet. Eppure, le attrazioni turistiche – anche se molto, moltissimo è stato fatto – non seguono ancora il passo. Qualche dato: per il 48% dei turisti digitali italiani, i principali strumenti di ispirazione sono recensioni e commenti letti online, a cui si aggiunge un 19% che trae indicazioni da post di altri utenti sui social network, ma in media solo il 4% dell’incasso da biglietteria per i musei italiani proviene dal sito web proprietario e l’1% da altri canali online. Aumenta l’offerta dei supporti digitali messi a disposizione (il 58% delle istituzioni culturali mette a disposizione dei visitatori il wi-fi e il 17% le app) ma in 7 casi su 10 il visitatore non ne è nemmeno a conoscenza. Sono dati emersi dalla terza edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Come e cosa ricercano i turisti digitali

Per i turisti digitali italiani internet è utilizzato ampiamente per avere idee e spunti sui luoghi da visitare (dal 68% dei turisti) e per cercare informazioni per la vacanza (dall’83%). Per il 48% del campione i principali strumenti di ispirazione sono recensioni e commenti letti online. Non meno rilevanti si confermano però anche i consigli di amici, parenti e conoscenti, che sono la prima fonte di ispirazione non digitale (per il 40%) insieme alla nostalgia per un’esperienza passata che si vuole rivivere (25%) e alle conversazioni casuali (20%). Per quanto riguarda i siti museali, monitorati per il terzo anno consecutivo, l’analisi evidenzia che l’85% dei musei ha un sito web, ma solo il 47% ha un sito relativo alla propria istituzione culturale (negli altri casi si tratta di una presenza all’interno di altri siti web). Passi avanti significativi sono necessari anche sul fronte dell’accessibilità: il 41% dei siti è disponibile solo in lingua italiana e il 48% non è compatibile con i dispositivi mobile. “Rimanendo sui canali proprietari, il 69% dei musei è presente su almeno un canale social media (erano il 57% nel 2018), dove Facebook si conferma il canale più diffuso (67%, in salita rispetto al 54% del 2018), seguito da Instagram (26%, era 23% nel 2018), che è in continua crescita” dichiara Deborah Agostino, direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali. “Anche le newsletter sono uno strumento molto usato per aggiornamento su attività ed eventi (nel 76% dei musei). Per quanto riguarda i canali non proprietari, il 76% dei musei è presente su Tripadvisor (+1% rispetto al 2018). È invece ancora poco diffusa la valorizzazione di altri canali come le online travel agency (OTA) o i tour operator online”.

Prenotazione, acquisto e visita

Nell’attività di prenotazione e acquisto di servizi per attività culturali i canali online sono meno utilizzati rispetto a quelli fisici (52% dei turisti digitali ha acquistato o prenotato su internet contro il 65% che lo ha fatto di persona), in controtendenza rispetto a quanto avviene per altri servizi esperienziali più digitali. Le attività culturali sono inoltre acquistate principalmente in loco (73%) e facendo uso di contanti (66%). Nonostante il 78% dei musei dichiari di avere un sistema di biglietteria (nei musei ad accesso gratuito spesso manca un sistema di biglietteria e di controllo degli accessi), solo il 20% consente l’acquisto online del biglietto stesso. Inoltre, solo l’8% delle istituzioni consente di effettuare l’ingresso senza dover stampare il biglietto su carta. Per quanto riguarda la visita, la presenza di strumenti per l’interazione onsite non è spesso comunicata e valorizzata efficacemente: oltre il 70% degli intervistati non era a conoscenza del supporto digitale presente (che nella maggior parte dei casi non è stato il motivo rilevante di attrazione). I dati mostrano una fotografia che vede il digitale ancora poco presente in loco: il 58% delle istituzioni culturali mette a disposizione dei visitatori il wi-fi e il 36% le audioguide. Queste percentuali salgono quando si focalizza l’analisi sulle sole istituzioni pubbliche: sono presenti il wi-fi nel 69% delle istituzioni e le audioguide nel 40%. Si diffondo anche realtà virtuale (16%), realtà aumentata (12%) e videogiochi (10%) come modalità di ingaggio e interazione con il visitatore.

Trasparenza sui social, arriva una proposta di legge contro i profili fake

Una proposta di legge che tuteli la sicurezza degli utenti e garantisca trasparenza e tracciabilità dei dati. E che punti a monitorare le informazioni nell’ambito dei servizi di social network, a cominciare dal fenomeno dei troll, o falsi profili. A presentarla alla Camera è il deputato di Forza Italia Andrea Ruggieri, primo firmatario del testo di 4 articoli dal titolo Nuove disposizioni in materia di tracciabilità degli account social. Secondo il deputato chiunque è libero di pubblicare quel che vuole su Facebook, Twitter e Instagram a patto però che si sappia a chi appartiene l’account. ”Massima libertà di pubblicare ciò che si vuole sui social – spiega all’AdnKronos Ruggieri – ma altrettanta massima identificabilità di chi pubblica, abbinando i profili a un codice fiscale”.

Contenuti falsi dalla forte influenza

A tal proposito l’esponente forzista cita tre casi, il primo riguarda un filmato da 4 milioni di visualizzazioni in cui un finto funzionario Bce afferma: “dobbiamo prendere alla gola gli italiani e strozzare l’Italia”. Secondo Ruggieri si tratta di “un chiaro esempio di contenuto chiaramente falso, con una sua forte influenza ed effetto fuorviante”. Ma c’è anche il recente video con 5 milioni di visualizzazioni di un ragazzo che si finge un ladro sul letto di un ospedale, e che ferito dichiara “la prossima volta vuol dire che mi porterò anch’io una pistola”.

Inoltre, continua Ruggieri, “di recente sono circolate immagini di due persone che avevano ottenuto il reddito di cittadinanza e sbeffeggiavano i lavoratori che ancora si alzano la mattina per lavorare. Poi si è scoperto che quel video era falso, ma nessuno è riuscito a sapere chi lo aveva messo in giro”.

Una maggiore consapevolezza nell’uso delle tecnologie digitali

“La mia proposta non impedisce a una persona di avere anche 5mila profili, ma devono essere tutti chiaramente riconducibili a qualcuno che risponde di quello che pubblica e che rimane libero di pubblicare ciò che vuole”, precisa Ruggieri.

L’utilizzo assai diffuso dei social network comporta la necessità di una maggiore consapevolezza nell’uso delle tecnologie digitali, divenute oramai principale veicolo di diffusione delle informazioni. “Ciò rende improcrastinabile una regolamentazione o, quantomeno, dei filtri di autenticazione – commenta il deputato – anche perché il dibattito in rete che deriva dalla interconnessione tra più soggetti può in ogni caso generare contenuti giuridicamente rilevanti”.

Chiedere il codice fiscale al momento della registrazione di un account

“Rendere trasparente il sistema delle piattaforme social – assicura il deputato – può avere effetti positivi sia in termini di sicurezza e tutela per i cittadini che in termini di qualità delle informazioni, a garanzia di un uso responsabile della rete internet e del dibattito online”.

Prevedere, quindi, la “tracciabilità dei dati degli utenti dei social network è ormai priorità sia dal punto di vista sociale che normativo”. A tal fine, la pdl obbliga i fornitori di servizi di social network elettronici di richiedere, al momento della registrazione di un account, oltre ai dati anagrafici anche il codice fiscale, e copia una fotostatica in digitale dello stesso.

Dieta Mediterranea, dagli USA arriva un riconoscimento

La dieta mediterranea aumenta la longevità e aiuta a prevenire le malattie croniche non trasmissibili. Dagli Stati Uniti è arrivato un ulteriore riconoscimento sui benefici che la dieta mediterranea assicura ai consumatori. Lo rende noto Confagricoltura, sulla base della classifica stilata dalla Us News and World Report, l’autorità a livello mondiale nella consulenza ai consumatori che si avvale dei pareri resi da un gruppo di esperti sanitari indipendenti. Gli esperti hanno esaminato 41 regimi alimentari, fra i quali rientra anche la dieta mediterranea.

Un modello alimentare con valenza nutrizionale, sociale e culturale

Il 16 novembre 2010 la dieta mediterranea è stata riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, poiché rappresenta un vero e proprio modello alimentare salubre, con valenza nutrizionale, sociale e culturale. Ma il valore della dieta mediterranea è entrato in gioco anche nella edizione 2019 del Bloomberg Healthiest Country Index, che analizza 169 economie sulla base dei fattori che contribuiscono alla salute generale dei loro abitanti, e in cui l’Italia si è piazzata al secondo posto.

L’indice Bloomberg giudica le nazioni sulla base di variabili come le aspettative di vita e su fattori di rischio, come fumo e obesità. Inoltre, secondo uno studio dell’università di Navarra (Spagna), “la dieta mediterranea, integrata da olio extravergine di oliva e noci, provoca meno disturbi cardiovascolari di una dieta a bassi contenuti di grassi”, riporta OnuItalia.com.

Confagricoltura: un riconoscimento anche per il Made in Italy

“Questo ennesimo riconoscimento giunto dagli Stati Uniti – dichiara il presidente della Confagricoltura, Massimiliano Giansanti – conferma l’assoluta mancanza di fondamento delle indicazioni di nocività dei prodotti destinati all’alimentazione basate sul contenuto di grassi, zucchero e sale. Mi riferisco – prosegue Giansanti – ai sistemi di etichettatura cosiddetti a ‘semaforo’ e ‘nutriscore’ in vigore in alcuni Stati membri dell’Unione europea. Senza dimenticare che nei mesi scorsi in seno all’Onu si è discusso, per fortuna senza esito, sul varo di politiche fiscali per dissuadere dal consumo di cibi insalubri, tra quali sarebbero rientrate alcune eccellenze del Made in Italy agroalimentare”.

“I consumatori in tutto il mondo apprezzano sempre di più i nostri prodotti”

“Resta comunque che il fatto che i consumatori in tutto il mondo continuano ad apprezzare in misura crescente i nostri prodotti”, aggiunge il presidente di Confagricoltura. Tanto che alla fine dello scorso anno l’export del settore agroalimentare italiano ha superato i 41 miliardi di euro. Una cifra in crescita rispetto ai livelli del 2017, nonostante il contesto di contrazione della dinamica relativa agli scambi commerciali su scala mondiale, riferisce Askanews.

Milano meta turistica, un business da 8 miliardi l’anno

A Milano il turismo continua a prendere il volo. Smessi i panni di capitale del lavoro e del business Milano riveste quelli di città d’arte e divertimento. In particolare dal 2015, anno di Expo, che ha trainato il settore turistico consacrandola come meta di vacanza. Il tutto si traduce in un giro d’affari che vale otto miliardi di euro all’anno,, generato dalle 11mila imprese del settore, che fra ristornati, alberghi, musei e imprese del divertimento, occupano 120mila addetti, e in quasi dieci anni sono cresciute del 67%.

Traina la ristorazione, con 6mila imprese, +99% in circa dieci anni

Si tratta della stima contenuta in una elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e di Osservatorio Bit, la Borsa internzionale del turismo, che si è svolta al Mico. Centrali nella crescita del turismo sono stati appunto i due anni di Expo: dal 2014 al 2015 gli alberghi e gli alloggi sono cresciuti di 222 imprese, e i ristoranti di 495. Ma il trend positivo continua, e nell’ultimo anno ci sono 118 e 370 unità in più.

Secondo la stessa fonte, a trainare il settore è la ristorazione, con 6mila imprese, +99% in circa dieci anni, seguita dagli alberghi, con 1.572 imprese (+113% nello stesso periodo), e i musei e le biblioteche (76 imprese, +52%).

Milano, Brescia e Bergamo sul podio in Lombardia

Sempre secondo i dati della Camera di commericio e dell’Osservatorio Bit risulta positivo anche il dato relativo delle 498 imprese di divertimento milanesi (+39%), e quello delle attività creative e di intrattenimento, che contano oltre mille imprese, cresciute del 14%, mentre le agenzie di viaggio sono a quota 1.237 (+12%).

Allargando lo sguardo alla Lombardia se le imprese del settore risultano concentrate a Milano se ne contano anche 6mila a Brescia, 4mila a Bergamo, oltre 2mila a Varese, Como, Monza.

Al primo posto la ristorazione, con 25mila operatori, seguita dall’ospitalità. con 7mila tra alberghi e affittacamere, intrattenimento e divertimento, con 5mila operatori che includono attività creative, cultura, biblioteche, musei, discoteche, e agenzie di viaggio e tour operator (quasi 4mila).

In Italia la prima città per numero di imprese è Roma

In Italia, riporta Askanews, la prima città per numero di imprese è Roma, a quota 29mila, di cui 7mila tra alberghi e alloggi, cresciuti del 5% in un anno e del 55% in dieci anni, seguita da Milano con 16mila (+5% e +63%), Napoli, con 14mila (+7% e +51% ), Torino con 10mila, Firenze, Bolzano e Venezia, con oltre 7mila tra hotel e altre strutture ricettive.

Prima per numero di imprese in Italia, è ancora una volta la ristorazione, con 174mila operatori, seconda l’ospitalità, con 75mila tra alberghi e affittacamere, terza intrattenimento e divertimento, con 43mila operatori che includono attività creative, cultura, biblioteche, musei, discoteche. In quarta posizione, agenzie di viaggio e tour operator, che sono invece oltre 22 mila.

Etici, giovanili e disconnessi. La top 10 trend dei consumatori per il 2019

Etici, disconnessi, superesperti e autosufficienti. Ma soprattutto giovanili. Si calcola che nel 2030 gli ultra 65enni in Italia saranno 16,2 milioni, una tipologia di consumatori che ha molto più in comune con i valori e le priorità delle giovani generazioni di quanto si possa pensare. Di fatto, i consumatori più anziani vogliono essere trattati “da giovani”, e il mercato ne deve tenere conto. Secondo l’annuale report Global Consumer della sezione Lifestyle di Euromonitor International l’Age Agnostic è infatti il primo fra i 10 trend del 2019 per i consumatori.

Dagli Age Agnostic ai Conscious Consumer

Si tratta di una tendenza che riguarda soprattutto l’Italia, il secondo paese più longevo al mondo e il primo in Europa. D’altronde siamo anche il paese con il tasso di crescita di vegetariani e vegani più elevato al mondo negli ultimi cinque anni. Quindi se da noi abbondano i senior consumer super attivi non sono da meno i Conscious Consumer (i consumatori consapevoli), la seconda tendenza per il 2019 di cui il mercato deve tener conto, con un maggiore coinvolgimento di grandi aziende in prodotti eticamente adeguati.

Joy Of Missing Out e Finding My JOMO

Al terzo posto della top 10 dei trend internazionali evidenziati dal report Global Consumer c’è la cosiddetta Joy Of Missing Out. Dopo l’ubriacatura da iperconnessione, che negli anni scorsi aveva originato la Fomo, ovvero la paura di restare senza campo, ora la tendenza è quella di riscoprire la libertà di non essere connessi. Un trend considerato il vero nuovo lusso, e che in ambienti come la city di Londra ha fatto scoppiare la dump phone mania (avere un cellulare senza web). E Finding My JOMO, la quarta tendenza battezzata da Euromonitor, riguarda i consumatori che vogliono detecnologizzarsi per proteggere il loro benessere mentale e dando priorità al proprio spazio personale, riporta Ansa.

Dal Back to Basics for Status al Loner Living passando per il tuttologo

Dal ritorno a esigenze base, ossia a una qualità elevata lontana dal materialismo (Back to Basics for Status) all’aumento della confidenza con la tecnologia da remoto e la domotica (Digitally Together) la settima tendenza, l’Everyone’s an Expert, è quella di considerarsi super esperti di tutto (il “tuttologo”). Sempre più persone poi sono in grado di badare a se stesse in ogni campo ed essere autosufficienti senza consultare un professionista (I Can Look After Myself). Ulteriori tendenze, il forte impegno sulla sostenibilità ambientale (I Want a Plastic-free World), la ricerca di gratificazioni immediate (I Want it Now!), e vivere da soli. Sembra infatti che il Loner Living, vivere in solitudine e in modo indipendente, sia non solo sempre più diffuso, ma ormai anche accettato socialmente.

Quali università frequentare per diventare ricchi?

Avere una laurea dovrebbe garantire guadagni più alti rispetto al non averla. Ma non tutti i corsi di laurea, e non tutte le università, danno la medesima garanzia. Scegliere l’università giusta è il primo passo per ottenere poi successo nel mondo del lavoro, specialmente nel lungo termine. Ad esempio, tra la retribuzione media di un neolaureato e quella di un laureato di fascia d’età compresa tra i 45 e i 54 anni c’è un distacco del 70,6%.

Secondo i risultati dall’annuale report realizzato da JobPricing, nei primi anni di carriera, invece, la differenza è di appena il 10,4%. A conferma che per raccogliere i frutti dei sacrifici fatti durante gli anni di studio bisogna attendere diversi anni.

Al primo posto la Bocconi di Milano

Ovviamente, per scegliere l’ateneo giusto bisogna prima di tutto capire quali sono le proprie attitudini e i propri interessi. E se si punta a una professione che assicuri un reddito alto consultare le classifiche degli atenei e delle facoltà che offrono maggiori opportunità di guadagno dopo la laurea potrebbe essere d’aiuto. Una classifica di questo tipo è contenuta nell’University Report 2018 di JobPricing, che indica l’Università Bocconi di Milano come l’ateneo che fin da subito garantisce le migliori opportunità di guadagno. Un laureato alla Bocconi, infatti, ha un retribuzione annua lorda di 35. 500 euro già intorno ai trent’anni.

Nel medio termine è la facoltà di Scienze biologiche a offre le migliori opportunità

Sempre secondo l’University Report 2018 di JobPricing al secondo posto nella classifica delle università più remunerative si trova un altro ateneo milanese, ossia il Politecnico di Milano, mentre più giù troviamo un’università della Capitale, la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli, l’ateneo privato di studi socio economici. Anche la facoltà però, riferisce Adnkronos, rappresenta un fattore determinante se si è determinati ad avere successo nel mondo del lavoro. Nel medio termine, infatti, può essere interessante sapere che la facoltà di Scienze biologiche è quella che offre le migliori opportunità per diventare ricchi, seguita da Scienze giuridiche e Scienze fisiche.

La facoltà più remunerativa è Scienze economiche

Eppure, nonostante Economia e Commercio sia solo al 7° posto (Scienze economiche), secondo i dati aggiornati a novembre è proprio questa la facoltà dove si è laureato il top manager italiano Urbano Cairo, proprietario del Torino Calcio, di RCS Media Group e di La7. Insomma, cosa e dove si studia è importante, ma resta determinante l’impegno che si mette nel raggiungere ogni risultato, sia durante il percorso di studi sia nel corso della carriera.

Donne e ragazzi puntano sul franchising

In Italia il franchising è una formula che appare in buona salute e soprattutto in rapida espansione. Lo dicono i numeri. Secondo i dati del Rapporto Assofranchising 2018, nel 2017 i franchisee di età compresa tra i 36 e i 45 anni sono più di 26.000 e rappresentano oltre il 64% del totale, seguiti da imprenditori ancora più giovani, compresi fra i 25 e 35 anni di età, il 24,6% del totale. Un mondo giovane e per i giovani dunque, reso ancora più allettante dalle ragionevoli richieste di investimento per avviare la propria attività che in alcuni casi non superano i 10.000 euro. Ecco perché questa tipologia di affiliazione piace e conquista nuovi spazi.

Il franchising è un mondo femminile

Ma il franchising è anche un settore dove le donne scommettono sempre di più: il franchising al femminile, infatti, vede coinvolte in Italia più di 11.500 imprenditrici. Un numero importante, se si considera che sul totale dei licenziatari le signore incidono per il 35,6%. “In un Paese come l’Italia dove giovani e donne sono spesso sinonimo di precarietà occupazionale – afferma Italo Bussoli, Presidente di Assofranchising – rilevare che in un settore non solo c’è molto spazio, ma anche notevole capacità imprenditoriale, è davvero importante se non addirittura in controtendenza. Da un rapido sguardo ai dati di settore del 2017, si può notare come l’età media di un franchisee sia notevolmente più bassa rispetto all’immaginario che si ha dell’imprenditoria italiana. Questo perché l’affiliazione è un sistema in grado di dare sicurezza: chi non ha mai avuto alcuna esperienza imprenditoriale, può lanciarsi in un settore totalmente nuovo, con la certezza di essere seguito da professionisti affermati, in grado di trasmettere know-how di valore”.

In pole position il settore dell’abbigliamento

Tra i diversi settori in cui operano le imprese in franchising, appare in vistosa crescita il comparto abbigliamento-accessori per bambini con 1.156 punti vendita in franchising. Subito alle spalle segue a ruota il comparto della GDO Food, con 1.139 negozi, e dell’abbigliamento uomo-donna con 924 esercizi. Per gli imprenditori compresi nella fascia d’età 36-45 anni il business trainante sembra esser quello delle agenzie e dei servizi immobiliari, seguito anche in questo caso dalla GDO food e dall’abbigliamento per uomo e donna. Sognatori e giramondo, invece, i giovanissimi baby imprenditori dai 25 ai 35 anni, che scelgono le categorie dei viaggi e del turismo, gli accessori moda e il benessere della persona aprendo palestre, centri estetici e parrucchieri