Author Archives: Tommaso Poggibonsi

Il 29% delle aziende nel mondo è vittima di cyber attacchi

Allarme cybersecurity: i dati aziendali sono sempre più vulnerabili. Nell’ultimo anno il 29% delle aziende a livello mondiale ha infatti subito una violazione dei propri dati, e nonostante gli ingenti investimenti attuati nel settore della sicurezza, solo il 48% delle società, un’azienda su due, dispone di un piano formale per contrastare gli attacchi cyber. Si tratta di alcuni risultati del Data Threat Report 2022, la ricerca del gruppo francese Thales, effettuata e condotta in 17 paesi di tutto il mondo tramite interviste a oltre 2700 responsabili IT. In particolare, secondo la ricerca, il 21% degli intervistati ha raccontato di avere subito un attacco ransomware nel corso dell’ultimo anno, e il 20% del campione ha affermato di avere pagato o pagherebbe un riscatto per rientrare in possesso dei propri dati.

L’aumento del rischio è legato all’adozione crescente del cloud

L’indagine è stata svolta con l’obiettivo di comprendere quali sono i trend che guidano e spingono verso significativi cambiamenti nel settore della sicurezza, e quali i temi legati alla cybersecurity, fondamentali e imprescindibili di un mondo sempre più connesso. Tra le minacce più frequenti sono emersi attacchi di tipo ransomware, tecniche come il phishing e ambienti sempre più vulnerabili, come le piattaforme cloud.
Nel report viene evidenziato infatti come l’aumento del rischio sia legato soprattutto all’adozione crescente del cloud da parte delle aziende.

Ma il 41% delle società non intende investire per la sicurezza

Infatti, il 32% degli intervistati ha affermato di archiviare nel cloud almeno la metà dei propri dati. Tuttavia, l’uso della crittografia risulta molto basso, in quanto metà degli intervistati ha dichiarato di aver crittografato solo il 40% dei propri dati sensibili. Ma lo studio di Thales ha rilevato anche come a fronte di una situazione così allarmante ben il 41% delle società ha ammesso comunque di non avere in programma l’investimento di ulteriori risorse economiche per la sicurezza. Questo, nonostante un’impresa su due non abbia piani di difesa.   Queste tematiche sono state affrontate nello stand Thales del Cybertech Europe da Luca Calindri, Data Protection Country Sales Manager della società per l’Italia e Malta.

Una conferenza internazionale sulla cyber-tecnologia

Thales ha partecipato infatti alla nuova edizione di Cybertech Europe, la conferenza internazionale sulla cyber-tecnologia che si è tenuta a Roma il 10 e 11 maggio. Con uno spazio dedicato, riporta Adnkronos, il Gruppo Thales ha presentato alla kermesse prodotti e soluzioni innovativi di tre delle sue aree di business, Cloud Protection & Licensing, Banking & Payment Services e Secure Communications & Information Systems.

L’e-commerce ha digitalizzato il mondo

Lo shopping online rappresenta oggi una realtà sempre più affermata e in continua accelerazione. L’e-commerce sta infatti contribuendo significativamente alla crescita del settore retail: la Cina è sicuramente in testa, con 10 trilioni di yuan (1,57 trilioni di dollari) spesi online nel 2021, mentre in molti paesi dell’Europa, del Medio Oriente e dell’America Latina, le vendite online hanno subito una crescita a due cifre rispetto a quelle offline. NielsenIQ ha analizzato a fondo lo stato attuale dell’e-commerce in tutto il mondo.

L’aspetto della convenienza

Trascendendo i confini e le distanze, l’e-commerce ha digitalizzato e unito il mondo in un’unica piattaforma che vanta un’ampia scelta ed è estremamente “convenient” per i clienti.

Gli shopper online possono beneficiare di un accesso facile, veloce ed equo a tutti i prodotti, e hanno la libertà di navigare senza problemi tra una vasta gamma di piattaforme, prodotti, prezzi, pagamenti e opzioni di consegna. Barriere come tempi e costi di consegna vengono superate grazie al click and collect e a opzioni di consegna migliorate e più veloci.

Nei paesi sviluppati, la consegna in giornata è diventata un’aspettativa realistica per i consumatori. Le opzioni di click and collect sono molto popolari in Francia e negli Stati Uniti, con un aumento del 147% di ordini di questo tipo registrati negli Stati Uniti. Nei paesi dell’Europa orietale, la consegna a domicilio rappresenta la massima comodità per i consumatori: In Romania, 2/3 degli shopper la menzionano come motivo principale per cui scelgono lo shopping online, mentre la consegna veloce è un driver significativo in Polonia e Turchia. D’altra parte, i costi aggiuntivi potrebbero rappresentare una barriera di adozione; in risposta, i rivenditori in Polonia hanno intrapreso azioni per intensificare le vendite online tramite servizi click and collect. Nel frattempo, le offerte di spedizione gratuita stanno alimentando sostanzialmente gli acquisti online in Brasile.

Le opzioni di quick collect

Le opzioni di quick collect spingono anche le vendite online di una gamma più ampia di categorie. Pertanto, l’investimento in una consegna migliotata sembra produrre un ritorno positivo.
Comprendere i trend e le esigenze dei consumatori che attualmente modellano il panorama e-commerce è un must per avere successo. Assicurati di prendere le misure necessarie per stare al passo con la rivoluzione e-commerce.

Rivoluzione per WhatsApp: arrivano le Community

resto sarà più semplice mandare messaggi a un gruppo numeroso di persone su WhatsApp. L’app di messaggistica del Gruppo Meta sta introducendo la funzione Community in rollout in tutto il mondo. Si tratta di un nuovo sistema di conversazioni multiple che supera i limiti della sezione ‘gruppi’. La nuova funzione prevede di avere il numero di telefono degli interlocutori per poterli aggiungere, e pone il limite a 256 partecipanti. Con le community di WhatsApp, organizzazioni come scuole, uffici e aziende possono organizzarsi più facilmente, e gli amministratori delle chat possono mandare lo stesso messaggio a tutti contemporaneamente, anche se fanno parte di diversi gruppi.
Secondo Meta si tratta dell’evoluzione dell’app in accordo con l’uso che molti ne fanno già ora.

Solo gli amministratori potranno mandare un messaggio a tutti gli utenti

Solo gli amministratori però, riporta Adnkronos, potranno mandare un messaggio a tutti gli utenti della community, mentre i partecipanti potranno dialogare solamente nei sottogruppi.
Per essere aggiunti a una comunità l’amministratore deve avere il nostro numero telefonico, che sarà visibile solo a lui e agli altri membri del sottogruppo.
Ma WhatsApp ha preparato anche un’altra novità nell’aggiornamento, ovvero le reazioni ai messaggi. E presto le chiamate vocali accetteranno un limite massimo di 32 partecipanti.

Meno chat più social

L’obiettivo di Community è quello di riunire sulla chat più gruppi i cui membri si conoscono e si riuniscono in base a un interesse comune, per raggiungere in maniera veloce, con pochi messaggi, un pubblico maggiore.
“Con il lancio di oggi – spiega Mark Zuckerberg -, ci siamo spinti oltre permettendo alle persone di comunicare non solo con gli amici e con i contatti più stretti, ma anche con tutte le diverse community che fanno parte della loro vita. Costruiremo funzioni di messaggistica comunitaria anche per Messenger, Facebook e Instagram”.
Per quanto riguarda la scuola, ad esempio, se a oggi esistono numerosi gruppi relativi a classi e sezioni, gruppi sportivi o di studio, con Community si potrà creare un unico ‘super-gruppo’ utile agli amministratori per inviare avvisi generali su attività che interessano più studenti, notifiche su orari o criticità e molto altro.

Evitare comunicazioni superflue o sovraccarichi

Allo stesso modo, aziende, enti e organizzazioni possono creare le loro comunità per sfruttare WhatsApp come se fosse una bacheca, riferisce Ansa. Il motivo per cui gli iscritti alle Community, i membri dei singoli gruppi aggiunti, possono solo leggere le chat, senza commentare, è semplice. “In questo modo, si eviteranno comunicazioni superflue o sovraccarichi”, spiega WhatsApp, precisando che come nelle chat singole e nei gruppi le conversazioni delle comunità sono protette dalla crittografia end-to-end. In modo che nessun utente, al di fuori delle stanze, possa accedere ai messaggi.

Giovani e device: più di 1 su 2 cerca meno il contatto fisico

Una ricerca condotta dall’Istituto Piepoli per conto del Moige, il Movimento italiano genitori, fa emergere dati preoccupanti. Da quando è scoppiata l’emergenza pandemica il tempo trascorso dai ragazzi davanti ai device tecnologici è aumentato del 67% (+48% nel nord ovest, +71% nel nord est, +71% al centro, +74% al sud, +76% nelle isole). Questo, escluso l’impegno per la DAD. E i genitori sono preoccupati: l’87% di loro ha infatti riscontrato sui propri figli effetti negativi dovuti a un ricorso sempre maggiore della tecnologia nella vita quotidiana. Un altro dato significativo emerso è quello delle conseguenze dovute all’aumento del ricorso al digitale sui rapporti sociali tra i bambini e gli adolescenti. Il 52% dei genitori ha segnalato la perdita del contatto fisico con gli altri coetanei.

Non solo effetti negativi: la tecnologia compensa la mancanza di relazioni

A livello territoriale, la ricerca segnala come i giovani delle isole abbiano maggiormente risentito dell’aumento di utilizzo di device, con addirittura il 94% degli intervistati che ne ha riscontrato gli effetti negativi. Di contro, il 77% riconosce che l’uso dei device ha compensato la mancanza di relazioni aiutando i figli ad affrontare la chiusura forzata e mantenere così le relazioni sociali.
Per questo motivo è partito da Ravenna il web tour del progetto Comunità in rete contro i cyber risk, promosso dal Moige, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Un progetto per diffondere una “sana” cultura digitale 

La campagna coinvolgerà 400 scuole primarie e secondarie di I e II grado sul territorio italiano, oltre a studenti, Giovani Ambasciatori, docenti e genitori degli studenti con l’obiettivo di diffondere una cultura digitale per sensibilizzare sui rischi connessi a un uso improprio delle nuove tecnologie. Il progetto ha inoltre lo scopo di supportare i ragazzi nell’acquisizione di competenze per una gestione costruttiva dei conflitti interpersonali, fornire alle famiglie una formazione digitale consapevole per fronteggiare i pericoli della rete, contrastare il fenomeno delle fake news e informare l’opinione pubblica per contrastare la trasmissione, anche involontaria, di comportamenti devianti ai minori.

Promuovere l’uso corretto del web

Gli studenti saranno protagonisti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web, e verrà messo a disposizione delle scuole anche il Centro mobile digitale, una piattaforma con contenuti realizzati da esperti raggiungibili in qualsiasi momento. Anche i Comuni prenderanno parte all’iniziativa, tramite la creazione di uno sportello territoriale per integrare i servizi di supporto e welfare nelle scuole, integrando la presenza di figure specializzate a fronteggiare tempestivamente fenomeni di bullismo e cyberbullismo.

I giovani e la finanza, il risparmio è ancora una priorità

Cosa vogliono i giovani e sopratutto cosa si aspettano dal loro futuro, anche in termini finanziari? Nonostante le perplessità, i desideri potrebbero essere più simili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti rispetto a quello che si potrebbe pensare. A dirlo è una recente indagine BVA Doxa condotta per Invesco, svolta su un campione di 750 ragazzi in tutta Italia così composto: per genere 50% donne e 50% uomini; per fascia d’età 33% Z Tribe (18-24 anni), Nouveau Millennials (25-29 anni) e Mid Millennials (30-34 anni).

Gli obiettivi a breve e lungo termine

Nel breve periodo, 4 su 10 hanno in programma di risparmiare per il futuro (39%) e praticamente la stessa quota vuole investire il proprio denaro (35%) e, solo dopo, pensano a fare molti viaggi (32%).
Anche i progetti nel lungo periodo esprimono una forte apertura al mondo finanziario: tra quelli più importanti troviamo l’investimento in fondi (29%), seguito dal volersi costruire una pensione (27%), che è ancora più forte tra i Nouveau Millennials (30%). Anche l’aspetto della realizzazione futura acquista importanza su un orizzonte di lungo periodo: come il risparmiare (27%), farsi una famiglia propria (26%) ed investire nell’immobile (23%). Inoltre, sono consapevoli dell’utilità della pianificazione per risparmiare (84%), per realizzare i propri sogni (79%) e per vivere serenamente (71%).

Poche certezze

I giovani intervistati sanno di non poter contare su quelle certezze che hanno caratterizzato l’epoca welfare dei loro genitori, dimostrano di possedere una lucida consapevolezza che ha consentito loro di sviluppare la saggezza antica dei nonni, iniziare cioè il più presto possibile a risparmiare, mettere da parte, accumulare certe somme di denaro che serviranno in futuro per realizzare progetti (la casa, un’attività imprenditoriale in proprio, l’auto, la casa per i figli) e per garantirsi un benessere di base parallelo o complementare al reddito da lavoro in epoche successive.

Il consulente finanziario è… un influencer

Il 70% del campione non ha un consulente finanziario anche se tre giovani su cinque lo considerano importante; le giovani generazioni svelano una precocità di conoscenze e iniziative molto più spiccata e nuova rispetto agli adulti appartenenti alle generazioni precedenti, ma la loro sensibilità ed educazione finanziaria si formano per la gran parte in famiglia, ad opera di genitori e nonni. I giovani ritengono che occuparsi e parlare di finanza sia smart, sia di moda, seguono i cosiddetti finfluencer (influencer finanziari) soprattutto su Instagram e alcuni giovanissimi si dichiarano affascinati dai robo-advisor, da cripto-valute, bitcoins e NFT, ma il loro cruccio maggiore resta il futuro pensionistico.

Giovani e lavoro: come ridurre il mismatch tra domanda e offerta?

Rispetto a una media europea del 41% l’Italia ha un tasso di occupazione degli under 40 del 32%, per una contrazione di occupati in questa fascia d’età che dal 2011 a oggi ha toccato i due milioni. Un trend che la pandemia ha contribuito ad acuire, sebbene nel secondo trimestre 2021 siano stati 233.500 i posti vacanti nell’industria e nei servizi, con un costo annuo generato dal mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro stimato dal Censis in 21 miliardi di euro, l’1,2% del Pil. Ma come ridurre il mismatch tra domanda e offerta di lavoro? Alla questione cerca di rispondere un focus realizzato dalla Fondazione studi consulenti del lavoro dal titolo L’emergenzialità della questione giovanile. 

Serve un sistema nazionale di certificazione delle competenze

Il focus mette a sistema la scarsa offerta di formazione tecnica (sono solo 116 gli Its sul territorio nazionale), con le criticità lamentate dalle aziende in fase di reclutamento, e le basse retribuzioni in ingresso dei giovani. Secondo i consulenti del lavoro sarebbe quindi opportuno stabilire un rinnovato sistema di formazione dei lavoratori, e in parallelo, procedere alla definizione di un sistema nazionale di certificazione delle competenze, che garantisca ai singoli la possibilità di mettere in trasparenza, anche attraverso la blockchain, le esperienze di apprendimento ottenute.

Più strumenti di raccordo tra formazione e lavoro

E ancora, investire in formazione tecnica, a livello secondario e terziario, per avvicinare l’offerta di lavoro, soprattutto per i ‘pandemials’, i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni, alle nuove esigenze delle aziende. Stage, tirocinio e apprendistato possono quindi rappresentare, secondo i dati contenuti nel focus, strumenti di raccordo tra momento formativo e mondo del lavoro, anche in una visione prospettica di rilancio e consolidamento di vantaggi competitivi e duraturi per il Paese.

Promuovere le competenze Stem

È urgente pertanto, riporta Adnkronos. investire nella promozione delle competenze Stem e nell’istruzione professionale per creare profili facilmente assorbibili dal mercato. Colmare il divario che tiene distante chi cerca e chi offre lavoro è infatti necessario, sia per rendere più competitive le aziende italiane sia per invertire quella tendenza che vede crescere i Neet (acronimo inglese di Neither in Employment or in Education or Training, ovvero coloro che non sono impegnati nello studio, né nel lavoro né nella formazione), e il ricorso ai sussidi pubblici.

Le aziende italiane non sono ancora pronte per la trasformazione digitale

Si parla spesso di Industria 4.0, di digitalizzazione e innovazione della PA e delle aziende, ma di fatto la maggior parte delle Piccole e medie imprese italiane non è pronta alla trasformazione digitale. A partire dalla gestione dei documenti, che in alcuni casi viene gestita addirittura ancora manualmente, con la documentazione in formato cartaceo. Di fatto, secondo uno studio effettuato da Digital Innovation, azienda italiana che opera da anni nel settore dell’Office Automation, dell’Information Technology e Digital Solution, risulta che il 65% delle aziende intervistate archivia i documenti in semplici cartelle sul proprio computer, non tenendo conto della sicurezza e della protezione dei dati. Ma questo modo di organizzare i file, con le cartelle che riempiono il computer, influenza in qualche modo la produttività, e aumenta il tempo che si impiega a portare a termine i progetti.

Le Pmi non sono interessate a cambiare il loro modo di lavorare

Al contrario, il processo di archiviazione digitale potrebbe guidare le aziende verso la trasformazione digitale, e al contempo offre alle imprese diversi vantaggi. Circa il 30% delle Piccole e medie imprese intervistate da Digital Innovation ha affermato, inoltre, che al momento non sono interessate a cambiare il loro modo di lavorare, e che un aggiornamento in termini di archiviazione documentale non gli interessa. Il restante 5% invece ha risposto che archivia i documenti ancora in maniera cartacea, poiché in ufficio dispone di spazi molto grandi e di personale per poter gestire l’archivio.

L’archiviazione di documenti in formato cartaceo è sempre più dispendiosa

Eppure l’archiviazione di documenti in formato cartaceo diventa sempre più dispendiosa in termini di produttività, a causa della difficoltà di ricerca e condivisione delle informazioni raccolte nei documenti stessi. Il processo di archiviazione digitale, al contrario, può guidare le aziende verso la trasformazione digitale e offre diversi vantaggi. Innanzitutto in termini di rapidità, perché semplifica e automatizza i flussi di lavoro documentali. Un altro vantaggio è rappresentato da una più semplice condivisione dei documenti stessi, perché l’archiviazione digitale permette di accedere ai dati ovunque e in qualunque formato.

Rapidità, condivisione, risparmio e sicurezza: i vantaggi dell’archivio digitale
Oltre a rapidità e condivisione, secondo Digital Innovation l’archiviazione digitale dei documenti permette alle aziende di risparmiare denaro, perché riduce i costi di stampa e quelli di archiviazione dei documenti. Un ultimo vantaggio è in termini di sicurezza. L’archiviazione digitale consente infatti di elaborare, gestire e archiviare le informazioni in modo decisamente più sicuro.

Investimenti in R&S, il motore della ripresa

Le risorse destinante alla ricerca e sviluppo previste nel PNRR ammontano a circa 17 miliardi di euro, circa il 7,5% complessivo del totale. La maggior parte si concentrano su ricerca applicata e sviluppo sperimentale (10 miliardi), ricerca di base (4 miliardi), azioni trasversali e di supporto (1,88 miliardi) e trasferimento tecnologico (380 milioni). 

Sono alcuni dati emersi dalla terza edizione della Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia – Analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia del CNR. Il PNRR costituisce un’occasione irripetibile “per instaurare il circolo virtuoso tra ricerca e innovazione e sviluppo economico e sociale del paese – afferma Maria Chiara Carrozza, presidente del CNR – e avviare numerosi progetti di sviluppo scientifico e tecnologico e nuove collaborazioni tra mondo accademico, amministrazione pubblica, enti locali e industria”.

Spesa per R&S in rapporto al PIL all’1,4%

Per quanto riguarda i Programmi Quadro europei, l’Italia contribuisce al bilancio per la ricerca comunitaria con il 12,5%, ma i finanziamenti che ritornano sono pari all’8,7%. Ciò dipende anche dal fatto che i ricercatori in Italia sono meno rispetto ai nostri partner europei (6 su mille unità di forza lavoro contro oltre 10 in Francia e Germania).

In Italia la spesa per R&S in rapporto al PIL è in lieve ripresa (1,4%), poiché gli stanziamenti pubblici hanno smesso di ridursi. Anche l’andamento del personale addetto alla R&S cresce, grazie all’incremento del personale nelle imprese, che ha raggiunto 218mila addetti.

Gli iscritti al dottorato sono meno della media UE

Solo lo 0,5% della popolazione in età lavorativa in Italia ha però il dottorato di ricerca, contro l’1,2% della media dell’Unione. Anche gli iscritti al dottorato sono meno della media UE: lo 0,14% contro lo 0,28%. Non sorprende poi che una parte dei nostri studenti svolga il dottorato all’estero: dopo 6 anni dal conseguimento del titolo il reddito medio mensile in Italia è pari a 1.679 euro contro 2.700 all’estero.

È necessario aumentare il numero di coloro che conseguono questo titolo, circa 10 mila studenti l’anno, per compiere un salto nella specializzazione tecnologica e produttiva verso settori e industrie a più elevato contenuto di conoscenza, riporta Italpress.

Più della metà dei dottori di ricerca è donna

La quota di donne rappresenta più della metà dei dottori di ricerca, ma gli uomini coprono il 60% dei posti nelle STEM e le donne il 58% nelle altre materie. Il gap salariale esplode nelle scienze mediche, dove gli uomini, dopo 4-6 anni dal conseguimento del titolo, guadagnano 704 euro in più delle donne. 

Per quanto riguarda la produzione scientifica, si conferma una comunità accademica e della ricerca che risponde alle incertezze istituzionali generando una quantità di pubblicazioni scientifiche pari al 5% sul totale mondiale, e con un impatto in aumento. La produzione di brevetti continua a essere però sotto paesi come Germania e Francia, con 4.600 brevetti italiani depositati all’Ufficio Europeo del Brevetto nel 2020, contro 25.954 in Germania e 10.554 in Francia.

Dop economy, nel 2020 ‘tiene’ e raggiunge 16,6 miliardi

La Dop economy vale il 19% del fatturato complessivo del settore agroalimentare nazionale, e nell’anno segnato dalla pandemia raggiunge 16,6 miliardi di valore alla produzione (-2%) e 9,5 miliardi di export (-0,1%), pari al 20% delle esportazioni nazionali di settore. Questo grazie al contributo delle grandi produzioni certificate, anche se non mancano elementi che confermano un forte dinamismo del sistema delle Indicazioni Geografiche italiane, fra cui l’affermarsi di categorie come le paste alimentari o i prodotti della panetteria e pasticceria. Lo attesta l’analisi del XIX Rapporto Ismea- Qualivita sul settore italiano dei prodotti Dop Igp.

Export a 5,6 miliardi, -1,3% su base annua ma +71% dal 2010

Le esportazioni dei prodotti Dop Igp hanno un peso del 20% nell’export agroalimentare italiano, e raggiungono 5,6 miliardi, per un -1,3% su base annua e un trend del +71% dal 2010. Risentono degli effetti della pandemia soprattutto i mercati extra-UE (-4,3%), mentre cresce l’export in UE (+4,1%) con incrementi a doppia cifra per i Paesi scandinavi e del Nord Europa. Ma i mercati principali si confermano Germania (770 milioni), Usa (647 milioni), Francia (520 milioni) e Regno Unito (268 milioni). Il valore complessivo è frutto anche di un andamento diverso fra i comparti cibo e vino, con il cibo che con 3,92 miliardi registra un incremento del valore esportato del +1,6%, e il vino, che con 5,57 miliardi mostra un calo del -1,3%.

Si conferma la concentrazione del valore nel Nord Italia

Tutte le regioni e le province italiane registrano un impatto economico delle filiere Dop Igp, anche se si conferma la concentrazione del valore nel Nord Italia.
Fra le prime venti province per valore, ben undici sono delle regioni del Nord-Est, a partire dalle prime tre, Treviso, Parma e Verona, che registrano un impatto territoriale oltre il miliardo. Nel 2020 solo l’area Sud e Isole mostra un incremento complessivo del valore rispetto all’anno precedente (+7,5%), con crescite importanti soprattutto per Puglia e Sardegna.

Agroalimentare e vitivinicolo 

L’agroalimentare italiano Dop Igp Stg, riporta Italpress, coinvolge oltre 86mila operatori, 165 Consorzi autorizzati e 46 organismi di controllo. Nel 2020 raggiunge 7,3 miliardi di valore alla produzione, per un -3,8% in un anno e un trend del +29% dal 2010. Stabile il valore al consumo a 15,2 miliardi, per un andamento del +34% sul 2010.
Il vitivinicolo italiano Dop Igp coinvolge invece oltre 113mila operatori, 121 Consorzi autorizzati e 12 organismi di controllo. Nel 2020 registra 24,3 milioni di ettolitri di vino Ig imbottigliato (+1,7% in un anno), con le Dop che rappresentano il 68% della produzione e le Igp il 32%. Il valore della produzione sfusa di vini Ig è di 3,2 miliardi, mentre all’imbottigliato è 9,3 miliardi (-0,6%), con le Dop che ricoprono un peso economico pari all’81%.

Ridurre le emissioni con il digitale: per le aziende è una priorità

La gravità dell’emergenza climatica richiede la mobilitazione da parte delle realtà di ogni settore industriale ed economico. E la tecnologia digitale offre il percorso più diretto per ottenere gli obiettivi stabiliti negli accordi presi alla COP 26. Il report di Schneider Electric, dal titolo Unlocking a sustainable future: Why digital solutions are the key to sustainable business transformation, analizza il ruolo della digitalizzazione ‘nell’arena’ della sostenibilità e dell’efficienza energetica. Condotto insieme a CNBC Catalyst, il report descrive come aziende e istituzioni stanno sfruttando le tecnologie digitali per ridurre le emissioni di gas serra, realizzare la transizione all’energia rinnovabile, e rendere più trasparente la loro supply chain.

Sfruttare AI e machine learning per creare sostenibilità e risparmio energetico

Gli impegni presi durante la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico modificheranno le priorità delle aziende di tutto il mondo. Tanto che ci si aspetta da parte delle aziende un’accelerazione nell’adozione di modelli a zero emissioni come principio organizzativo dell’attività di business. Integrando l’intelligenza umana e quella delle macchine, le aziende incluse nel report hanno sfruttato la capacità degli algoritmi e del calcolo a elevate performance per creare cambiamenti in ambiti essenziali come l’uso dell’energia, la progettazione urbana, il consumo di risorse, l’efficienza della supply chain, e la generazione di energia elettrica

Un futuro più sostenibile è cruciale per assicurare la fattibilità del business

L’aumento delle aspettative rispetto al raggiungimento dei risultati di sostenibilità ha alzato il livello della sfida per le aziende. I messaggi lanciati durante la COP26 hanno enfatizzato la necessità da parte di governi e aziende di dare conto del proprio impegno. Le aziende più progressiste hanno capito che un futuro più sostenibile è cruciale per assicurare la fattibilità del loro business a lungo termine. Swire Properties, ad esempio, ha avviato un percorso di decarbonizzazione focalizzato sulla riduzione dell’intensità di emissioni di gas serra nel suo portfolio immobiliare. Per farlo ha investito in strumenti di misurazione digitale efficienti, e ha stretto una partnership con Schneider Electric per creare un modello dell’efficienza energetica nei suoi edifici. Questo ha portato a una riduzione del 19% nelle emissioni di gas serra complessive generate dalle proprietà.

Misurare e gestire l’impatto ambientale con le piattaforme online

Gli investimenti in tecnologie digitali possono produrre valore rilevante se realizzati con un partner in grado di moltiplicarne gli effetti.
In uno scenario in cui la digitalizzazione è cruciale per la continuità del business, risulta evidente la necessità di agire per un futuro più resiliente, anche grazie all’efficienza energetica. In questo senso, IHG Hotels & Resorts aiuta i suoi partner in franchising di tutto il mondo a misurare e gestire l’impatto ambientale usando una piattaforma online innovativa. E due hotel della catena stanno portando avanti un progetto di decarbonizzazione all’interno di un percorso verso le emissioni zero, attuato sulla base di modelli e valutazioni dell’impatto in termini di emissioni di Co2.