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IWM Depuratori d’Acqua

Il nostro fabbisogno quotidiano di acqua varia in base all’età. Il corpo di un adulto è costituito per il 65% di acqua, quello di un neonato arriva addirittura all’85%. L’idratazione neonatale è fondamentale per garantire al neonato il delicato equilibrio di cui il suo giovanissimo organismo ha bisogno, per cui necessita di un acqua che possa garantirgli il giusto apporto idrominerale, che abbia le giuste caratteristiche e che sia quindi ben bilanciata. Questa necessità sorge in maniera più significativa quando deve essere usato un latte artificiale poiché la sua formulazione prevede appunto l’uso dell’acqua.

Qui entrano in gioco delle caratteristiche fondamentali, quali il grado di mineralizzazione, se contenga nitrati o contaminanti vari, il residuo fisso e così via; ma soprattutto deve essere un’acqua oligominerale, per non rischiare di sovraccaricare i giovanissimi reni. Insomma, di raccomandazioni pediatriche ne abbiamo a sufficienza per preoccupare una neo-mamma che si trova a dover scegliere un’acqua adatta al suo bambino, così via alla ricerca spasmodica delle etichette che riportino la dicitura: utilizzabile nella prima infanzia. Addirittura ci sono acque vendibili esclusivamente nelle farmacie data la loro particolare natura e composizione. Quale madre non baderebbe a spese pur di garantire la salute dei propri figli? Eppure un metodo altrettanto sicuro e certamente meno dispendioso per fare questo esiste ed è commercializzato dalla IWM, International Water Machines, azienda leader nel trattamento delle acque potabili.

Questa importante azienda produce depuratori che erogano acqua oligominerale con lo stesso pH del liquido amniotico, particolarità fondamentale se si pensa all’alimentazione di un neonato, nonché consente, nel processo di purificazione dell’acqua, di mantenere inalterate le caratteristiche anche organolettiche della purezza, permettendo ai minerali di coesistere con questa, al contrario di altri metodi di filtraggio del mercato, garantendo quindi la giusta idratazione ed il corretto apporto di minerali utili al nostro organismo. All’interno del sito internet è possibile trovare esaurienti informazioni circa il depuratore acqua, e gli altri prodotti IWM, in alternativa basta chiamare il numero verde: 800 800 813 per avere a propria disposizione gentilezza, efficienza e celerità, nonché convenienza.

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Come creare un giardino Mediterraneo

Creare un giardino Mediterraneo può essere difficile per chi non ha grande esperienza nella manutenzione giardini, ma seguendo alcuni consigli è possibile ottenere dei risultati apprezzabili. Sicuramente il clima mediterraneo prevede delle piante e degli alberi che siano abituati alla scarsità d’acqua e temperature estive elevate. Nonostante queste caratteristiche, non ci sono limiti che non possano essere superati per portare a termine il tuo bellissimo giardino Mediterraneo. Ecco alcuni aspetti sui quali devi focalizzare l’attenzione.

Scegli le piante giuste

Una delle prime cose da evitare quando si progetta la realizzazione di un giardino mediterraneo è quella di posizionare delle piante che necessitano di molta acqua. Questo non significa che è necessario rinunciare al prato verde, in quanto esistono delle ottime alternative di specie erbacee che possono crescere anche in condizione di scarsa acqua, la gramigna è il tipico esempio. Potresti adoperare anche la ghiaia da posizionare attorno alle piante in quanto questa consente di rallentare l’evaporazione dell’acqua.

Opta per piante resistenti

Nelle regioni Mediterranee ci sono tantissime piante che ben si sono adattate alle condizioni di vita calde e secche tipiche di questa zona. Evita dunque di scegliere piante dal clima continentale o tropicale perché commetteresti un errore. Pensa ad esempio a piante quali i gerani, l’agapanthus, il rosmarino, la salvia, la lavanda e arbusti quali ulivi e cipressi.

Sfrutta i vasi

Tipicamente, nelle zone del Mediterraneo vengono sfruttati i vasi, che ne rappresentano anche lo stile. Si tratta perlopiù di vasi in ceramica che creano dei bellissimi punti focali nel tuo giardino. Potresti pensare di piantare qui le piante aromatiche o fiori quali le ortensie.

Crea un piccolo orto

Un orto è tipico della tradizione Mediterranea e fornisce delle provviste davvero salutari e migliori di quelle che puoi comprare al mercato. Pensa ad esempio a pomodori e zucchine, che sono molto facili da far crescere, così come alberelli di limoni e arance.

Ricorda infine di riservare per il tuo orto la zona più illuminata del giardino, in quanto queste piante hanno bisogno di parecchie ore di sole ogni giorno.

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Laser industriali tra innovazione e necessità di mercato

Grazie ai laser industriali oggi siamo in grado di raggiungere i risultati che sino a pochi anni fa  parevano difficili da potersi concretizzare. Tali strumenti vengono adoperati in svariati settori che vanno da quello medico-estetico a quello aerospaziale, dalle automotive al campo militare, e per questo oggi i laser di tipo industriale rivestono un ruolo fondamentale in ambito produttivo.

Il motivo per il quale sono così numerose le aziende che decidono di far ricorso al laser produttivo è facilmente intuibile se si pensa ai grandi vantaggi che questo tipo di strumento è in grado di dare rispetto quello che può essere un taglio di tipo manuale, ad esempio.

I vantaggi del laser industriale
Un laser industriale è infatti in grado di garantire grandissima precisione nel taglio nella curvatura ma anche nella saldatura e nella marcatura dei materiali, con un livello di precisione che difficilmente è ottenibile con altri metodi o con azioni di tipo manuale da parte di un operatore. Vi è inoltre un vantaggio non indifferente a livello economico, in quanto vi è chiaramente minore necessità di manodopera ed un minor numero di ore lavorative per riuscire a produrre il numero di pezzi del quale sia bisogno.

Questa è dunque la soluzione perfetta e che oggi consente concretamente alle aziende di ogni settore di rispondere in maniera efficace a quelle che sono le richieste di mercato e alla necessità di produrre ed inviare al cliente finale i pezzi rapidamente.

Una soluzione che nasce dalle esigenze di mercato

Infatti, proprio dalla necessità di rispondere in maniera efficace alle pressioni da parte del cliente finale (i quali non sono più soliti fare grandi ordinativi nel corso dell’anno ma preferiscono invece fare piccoli quantitativi ripetuti periodicamente) nasce la necessità di adottare tale soluzione riuscendo così a soddisfare questa utenza per adattarsi a quelle che sono le nuove esigenze di mercato.

Ecco dunque spiegati quelli che sono i motivi per i quali sempre più aziende decidono di iniziare a sfruttare laser industriali e migliorare così la qualità della propria produzione.

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Mediclinics | Asciugamani elettrici di nuova generazione

Quando i clienti raggiungono i servizi igienici dei tuoi locali e utilizzano il lavandino, non sempre (o meglio dire quasi mai) sono contenti di asciugare le mani con il rotolo di cotone presente all’interno del dispenser. Spesso rimangono residui sulle mani, queste comunque non si asciugano del tutto e bisogna uscire dai servizi igienici con le mani ancora umide, sensazione fastidiosa ma inevitabile. Stesso dicasi per i fazzoletti di carta, non sono proprio il massimo dell’igiene e le mani ad ogni modo non vengono asciugate in maniera perfetta, da qui la necessità di trovare una soluzione alternativa che fornisca un servizio eccellente alla tua clientela anche all’interno dei servizi igienici.

La soluzione innovativa e geniale di cui ha ibisogno esiste già ed è rappresentata degli asciugamani elettrici Mediclinics, ovvero quanto di più efficiente e al tempo stesso facile da utilizzare possa esistere. Questo potente dispositivo asciuga le mani in un intervallo di tempo compreso tra i 10 e i 15 secondi grazie al suo potente getto, e consente di risparmiare energia grazie all’assenza di una resistenza. Si tratta di un prodotto interamente realizzato in Europa, ed in particolar modo a Barcellona, e che quindi nulla a che vedere con i prodotti di importazione dai paesi del Sud Est Asiatico. Il suo design accattivante e la possibilità di regolare la potenza di erogazione del getto, rendono questo prodotto facilmente adattabile a qualsiasi tipo di ambiente. L’innovativo sistema di raccolta delle gocce poi, farà si che non si formi la classica pozzanghera d’acqua sul pavimento, in quanto le gocce che colano dalle mani saranno convogliate e raccolte all’interno di un contenitore interno al dispositivo. Quando questo sarà pieno, il dispositivo stesso avviserà tramite un apposito segnale acustico e il personale potrà svuotarlo rapidamente con un semplice gesto.

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Il caffè in Italia | Gusto e Tradizione

Gli italiani sono tra i maggiori consumatori di caffè al mondo: in media consumiamo infatti circa 6kg di caffè a testa ogni anno, e non rinunciamo alla nostra tazzina di benessere quotidiano nemmeno quando siamo in viaggio o al lavoro. La passione degli italiani per il caffè affonda le sue radici nel lontano XVI secolo, quando a Venezia sorsero le prime botteghe dedite alla sua commercializzazione. Oggi conosciamo tutti il gusto le qualità organolettiche del caffè, ed amiamo in particolare la crema e quell’aroma intenso che fino ad oggi è stato possibile trovare soltanto nel caffè del bar. Quel che è davvero interessante per i consumatori abituali, è sapere che questo caffè così ricco ed il suo sapore così avvolgente possono essere consumati anche a casa o in ufficio con una semplicità estrema, senza dunque doversi necessariamente recare al bar.

Le capsule Lavazza a Modo Mio, che puoi acquistare sul sito www.cialdamia.it, racchiudono infatti tutto l’aroma, il gusto e la cremosità del buon caffè del bar, e consentono ogni volta di vivere quel piacevolissimo momento che soltanto una miscela pregiata può regalare. Non è un caso se gli italiani preferiscano proprio le capsule Lavazza, e questa preferenza è giustificata anche dalla vasta possibilità di scelta oltre che dall’assoluta qualità del prodotto. Esistono infatti tantissime miscele differenti ed in grado di regalare quella sensazione di benessere che desideriamo ricevere ad ogni sorso, una piccola parentesi di piacere e sollievo quotidiano alla quale per nulla al mondo saremmo disposti a rinunciare. Le capsule Lavazza a Modo Mio consentono dunque a tutti di poter bere esattamente il tipo di caffè desiderato, e la freschezza della miscela è sempre garantita grazie alla particolare confezione che consente di mantenere inalterato l’aroma e le qualità organolettiche fino al momento dell’utilizzo, per un prodotto che sarà sempre di eccezionale qualità.

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Giordano Mischi | Agenzia Immobiliare a Monza

Giordano Mischi è da oltre 30 anni sinonimo di qualità e professionalità per quanti sono interessati all’acquisto o alla vendita di un immobile prestigioso a Monza e in Brianza. L’agenzia è nota nel territorio per la serietà e la competenza che da sempre la contraddistinguono nel settore, unite ad una profonda conoscenza delle dinamiche di mercato che la pongono tra le primissime agenzie per numero di trattative concluse. La Giordano Mischi Property Solutions opera prevalentemente nell’area di Monza e della Brianza, ed è qui che vengono individuate le soluzioni d’alto profilo (in particolare nella zona del centro storico e del Parco di Monza) atte a soddisfare i desideri e le necessità del cliente. Tra queste, non solo appartamenti o attici ma anche splendide ville a Monza in grado di dare forma ai sogni di tutta la famiglia.

All’interno del sito è già possibile visionare alcune delle soluzioni a disposizione dei clienti di questa rinomata agenzia, e tramite un comodo motore di ricerca interno è possibile filtrare la propria ricerca sulla base della tipologia di immobile desiderato e relativa località, ma anche il numero di locali, le condizioni ed il prezzo. Per ogni immobile restituito dalla ricerca è presente un’ampia ed esauriente galleria fotografica, che consente già di farsi più che un’idea sul tipo di immobile, le sue condizioni e la distribuzione degli spazi. Rivolgersi all’agenzia Giordano Mischi significa dunque avere la certezza di aver scelto professionisti del settore, estremamente competenti e professionali. Ogni pratica viene gestita con la massima trasparenza e con grande chiarezza, nell’ottica di offrire sempre il miglior servizio in assoluto e di aiutare ogni cliente ad individuare la soluzione che più delle altre soddisfa le sue esigenze. Per informazioni è possibile contattare il recapito telefonico 0392315115 o inviare una mail all’indirizzo giordanomischi@giordanomischi.com per ricevere un rapido riscontro.

Isee 2021, come è possibile abbassarlo?

L’indicatore della situazione economica del nucleo familiare, l’Isee, o Dsu (dichiarazione sostitutiva unica), è indispensabile per accedere alla maggior parte delle agevolazioni pubbliche. Oltre a reddito e pensione di cittadinanza, serve infatti a valutare l’entità o l’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie e della mensa scolastica, o il pagamento rateizzato delle cartelle esattoriali. Non sempre, però, l’Isee rispecchia la situazione reale del nucleo familiare, poiché il patrimonio e i redditi di tutti i componenti della famiglia inclusi nella dichiarazione devono risalire al secondo anno precedente alla presentazione della dichiarazione stessa. Inoltre, possono subentrare modifiche nella composizione del nucleo stesso.

Il modello Isee corrente

Esiste un modo per far sì che la dichiarazione Isee rispecchi la reale situazione reddituale della famiglia, ovvero, attraverso la presentazione del modello Isee corrente, che aggiorna i redditi del nucleo familiare in tempo reale. La validità dell’Isee corrente è pari a 6 mesi, e decorre dal momento della presentazione del modulo sostitutivo della dichiarazione. Se però intervengono variazioni nella situazione lavorativa o nel godimento di eventuali trattamenti, l’Isee corrente deve essere aggiornato entro due mesi dalla variazione. Per presentare questa dichiarazione è necessario che esista già, per lo stesso nucleo familiare, un Isee in corso di validità. Inoltre che, dopo il 1° gennaio dell’anno di riferimento dei redditi dell’Isee ordinario, si verifichi uno scostamento della variazione della situazione reddituale complessiva del nucleo familiare, pari almeno al 25% rispetto alla situazione reddituale calcolata con la prima dichiarazione Isee.

Quando si possono togliere familiari dall’Isee?

Uscire dal nucleo familiare per abbassare l’Isee è invece possibile soltanto se si cambia residenza, oppure nel caso in cui ci si possa avvalere del nucleo familiare ristretto per la presentazione di Isee sociosanitario-disabili, includendo solo i redditi del disabile, del coniuge e dei figli. Il nucleo familiare ai fini Isee però non sempre coincide con la famiglia anagrafica. In alcuni casi, si può far parte dello stesso nucleo familiare anche se si ha una residenza differente, si è separati o divorziati. Ad esempio, il figlio maggiorenne non convivente con i genitori fa parte del nucleo familiare dei genitori esclusivamente quando è di età inferiore a 26 anni, è a loro carico a fini Irpef, non è coniugato e non ha figli.

Si possono togliere redditi e patrimoni dall’Isee precompilato?

Dal 2020 ha debuttato l’Isee precompilato: il contribuente, in pratica, trova la dichiarazione Isee nel sito dell’Inps comprensiva di quasi tutte le informazioni occorrenti, come redditi, patrimonio immobiliare e mobiliare. In caso di errori, è possibile effettuare correzioni, ma in caso di controlli è indispensabile conservare la documentazione che comprova la presenza di inesattezze nelle banche dati e la veridicità di quanto dichiarato. Omettere di dichiarare redditi, beni mobili o immobili, riporta Adnkronos, è invece una pessima idea, non solo per le sanzioni penali, ma anche perché, con l’Isee precompilato quasi tutti i dati della dichiarazione saranno conosciuti dall’Inps ancora prima di presentare il modello.

La metà degli under 35 italiani vive con mamma e papà

Rendersi autonomi e poter finalmente lasciare la casa di mamma e papà sembra essere un’utopia per moltissimi giovani. A dirlo è il Report realizzato dal Consiglio Nazionale del Giovani in collaborazione con Eures sulle condizioni e prospettive occupazionali, retributive e contributive degli under 35 sul lavoro, che rivela che nel nostro paese solo un ragazzo su 3 ha un’occupazione stabile a 5 anni dalla fine degli studi. Nel dettaglio, soltanto poco più di un italiano su tre (37%) può contare su un lavoro fisso, mentre il 26% è un giovane precario con contratto a termine e un quarto degli under 35 (24%) risulta disoccupato. Proprio per questa ragione – la precarietà economica – il 50,3% degli under 35 vive ancora con i propri genitori, mentre circa quattro giovani su dieci (38%) vivono da soli o con il proprio partner.

Il futuro fino alla pensione? Un mistero

L’indagine condotta nel periodo di febbraio-aprile 2021 su un campione nazionale di 960 giovani della fascia 18-35 anni include anche una riflessione sulla riforma delle pensioni e sulle responsabilità attribuite dai giovani allo Stato, il cui ruolo dovrebbe essere centrale nei confronti delle criticità dell’attuale sistema previdenziale. “Nel nostro Paese, la discontinuità lavorativa è arrivata a rappresentare una condizione strutturale del mercato del lavoro e il fenomeno della precarizzazione, destinato ad aumentare alla luce della crisi post pandemica, investe inevitabilmente la qualità della vita con conseguenze significative sulla dimensione retributiva dei nostri giovani, anche a causa di un sistema pensionistico messo a rischio dalle passate generazioni”, ha dichiarato Maria Cristina Pisani, presidente del Cng.

Solo il 6,5% degli under 35 ha figli. E il 33% non li vuole 

Questo scenario – che di fatto priva i giovani di certezze dal punto di vista occupazionale – ha anche pesanti riverberi sulla scelta di farsi una famiglia o meno. Solamente il 6,5% dei giovani tra i 18 e i 35 anni afferma infatti di avere figli (8,8% tra i lavoratori stabili), mentre un terzo (33%) dichiara di non averne e di non volerne neanche negli anni a venire. Mancano, infatti, le condizioni per mettere su famiglia: solamente il 12% degli under 35 è proprietario della casa in cui abita. Uno su 10 (11%) ha provato ad acquistare un appartamento e il 7,8% è riuscito ad ottenere un mutuo, mentre a un terzo dei casi (3% del campione) il mutuo è stato rifiutato. Un’altissima percentuale – il 40% dei giovani – non ha nemmeno provato a richiedere un mutuo, sapendo già in partenza che sarebbe stato rifiutato.

Gli italiani e le pulizie di casa nell’anno del Covid

Quando si tratta di pulire la casa gli italiani hanno le idee chiare. Circa 4 su 10 (41%) dedicano a questa attività in media tre ore a settimana, mentre il 23% ammette di non spendere più di due ore del proprio tempo per “tirare a lucido” la propria dimora. Quasi la metà (46%) dichiara poi di occuparsi personalmente delle pulizie domestiche, mentre il 34% divide il compito con il/la convivente, e il 23% si affida a un professionista. Lo ha scoperto Everli, il marketplace della spesa online, che ha indagato l’approccio degli italiani a una delle attività meno amate seppur indispensabile: le pulizie domestiche.

Si pulisce di più e con maggior frequenza

La pandemia sembra avere influito su queste abitudini, soprattutto rispetto al tempo dedicato alla pulizia: il 43% di chi vive da solo e il 36% di chi vive in coppia nell’ultimo anno ha dedicato molto più tempo a questa attività rispetto a quanto facesse prima dell’emergenza. Il 57% dei single e il 33% delle coppie ora dedica quotidianamente maggiore attenzione a tenere in ordine e non sporcare il luogo in cui risiede.Il giorno preferito per le pulizie di casa? Per il 35% è meglio svolgere questa attività durante la settimana, complice anche la modalità di lavoro in smart working, soprattutto venerdì (12%), così da avere il weekend libero, o lunedì (10%), per godersi una settimana intera di pulito.

Guanti in lattice monouso i prodotti più acquistati

Nel 2020 si è poi registrato un incremento a tripla cifra (+375%) degli acquisti online dei prodotti per l’igiene domestica, in particolare quelli eco-friendly, (+408%). Complice il Covid-19 e le sue fasi più acute, i mesi di aprile, maggio e novembre, sono stati quelli in cui gli italiani hanno fatto approvvigionamento di detersivi e prodotti igienizzanti per liberare le proprie case da ogni forma di batterio. Quanto al contenuto dei carrelli, i guanti in lattice monouso sono stati i prodotti più acquistati, seguiti da additivi igienizzanti e candeggina, rispettivamente in seconda e terza posizione. Nei primi cinque posti si trovano anche i prodotti sgrassanti e i detersivi liquidi per il bucato al sapone di Marsiglia.

Trionfano i “sostituti” naturali dei detersivi classici

Il tema della sostenibilità è sempre più importante anche quando si tratta di igienizzare la propria casa. Tuttavia, esistono ancora alcuni ostacoli che impediscono di fare uso di prodotti green con continuità e costanza. Sebbene infatti il 43% degli intervistati apprezzi brand e prodotti eco-friendly, fatica ancora a sceglierli, soprattutto per via del prezzo (35%), la difficoltà ad abbandonare i prodotti tradizionali (25%) e lo scetticismo verso l’efficacia di questi prodotti (21%). Gli italiani si dimostrano invece più aperti verso gli ingredienti naturali come “sostituti” dei detersivi classici, e tra le soluzioni bio più utilizzate trionfa il bicarbonato di sodio (86%), seguito da aceto (76%) e limone (36%). Chiudono la top 5 il sapone di Marsiglia (29%) e gli oli essenziali (5%).

 

Cos’è il nomadismo digitale?

Fino a poco tempo fa la possibilità di essere nomade digitale veniva associata a uno stile di vita avventuroso e poco tempo dedicato al lavoro. Un’immagine stereotipata che vedeva nel cosiddetto Nomadismo Digitale una realtà per pochi, per lo più Millennials desiderosi di fuggire dal quotidiano preferendo il divertimento. Ma è davvero così? Alberto Mattei, fondatore del progetto e della community Nomadi Digitali, chiarisce il fenomeno e gli stereotipi diffusi intorno a questo nuovo stile di vita e di lavoro. Inoltre, se il 2020 può essere considerato l’anno del lavoro da remoto, questa tendenza è destinata a crescere nei prossimi anni, portando un cambiamento culturale e tecnologico che permetterà alle persone di scegliere nuove e inedite postazioni di lavoro.
Un vero e proprio “modus vivendi”
Per dirla con le parole di Mattei, si tratta di “un movimento globale di professionisti, desiderosi di vivere nuove esperienze, di scoprire nuove destinazioni e di conoscere nuovi territori ricchi di cultura e tradizioni, ma al tempo stesso di lavorare e fare impresa in luoghi dove si può vivere meglio, dove i ritmi sono rallentati e dove c’è un rapporto più intimo con la natura”. Tutto ciò a vantaggio di competenze, creatività e soft skills. Con la pandemia questo fenomeno ha subìto un’accelerazione radicale ed è stato facile dimostrare come il lavoro da remoto sia una possibilità concreta per tutti. Internet e le tecnologie digitali diventano quindi uno strumento per permettere a chiunque di seguire le proprie aspirazioni ed esigenze personali senza sacrificare la crescita lavorativa.
I 5 falsi miti più comuni sul Nomadismo Digitale
Il nomadismo digitale non è una soluzione per trasformare la fatica del lavoro in spasso e avventura, bensì un modo per lavorare da remoto senza vincoli di spazio, scegliendo il luogo migliore da cui lavorare. E non si tratta di una scelta per giovani: la maggior parte dei professionisti nomadi digitali sono adulti, non vivono costantemente in giro per il mondo, non sono solo single e non sono necessariamente freelance. Inoltre, non occorre essere geek e possedere strumenti hi-tech di alto livello. Nelle competenze digitali rientra un universo infinito di abilità tecnologiche. Sicuramente chi sceglie di lavorare da remoto e vivere da nomade digitale deve possedere abilità nell’utilizzo delle tecnologie, tuttavia è più importante scegliere strumenti affidabili, con autonomie long lasting, per evitare spiacevoli inconvenienti e compromettere il proprio lavoro e produttività.
Uno stile di vita che permette di essere liberi di vivere e lavorare ovunque
Sono tantissimi i modi di essere, lavorare e vivere da Nomade Digitale. Ognuno può e deve scegliere quello più adatto alle proprie esigenze: il Nomadismo Digitale è un modo totalmente nuovo di intendere la propria vita e il proprio lavoro.
Come ogni scelta nella vita, anche quella di vivere e lavorare da Nomade Digitale richiede rinunce e compromessi. Gli ostacoli possono essere maggiori o minori in base alla condizione di partenza, ma non esiste un profilo univoco. Questo neologismo non descrive una specifica categoria professionale, un target ben definito di persone e nemmeno un loro preciso modus operandi. Essere Nomade Digitale, riporta Ansa, significa scegliere uno stile di vita che permette di essere liberi di vivere e lavorare ovunque, senza essere incasellato in modelli precostituiti.

Il settore della ristorazione scommette sul digitale

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha impresso una generale accelerazione alla digitalizzazione delle imprese, un trend che trova riscontro anche nell’indagine condotta sui propri clienti italiani da Qonto, che traccia un quadro attuale del tasso di digitalizzazione tra le Pmi italiane. Lo spaccato dell’indagine relativo alle Pmi del mondo della ristorazione e dell’ospitalità, di cui il 61% microimprese con un massimo di quattro dipendenti, mette in evidenza come negli ultimi 12 mesi, il settore della ristorazione, diversamente da altri settori, non abbia conosciuto una netta accelerazione verso la digitalizzazione. Solo il 37% delle imprese di questo comparto, infatti, ammette di aver introdotto nel proprio business nuovi strumenti digitali.

L’urgenza di avviare un processo di trasformazione digitale

Nel 2020 solo il 24% delle imprese del comparto ha investito almeno il 10% di budget dedicato all’adozione e implementazione di strumenti digitali, e solo l’8% ha superato il 30%. E il 33% ha dichiarato di aver destinato meno del 5%. Eppure, sembra essere chiara ai più l’urgenza di avviare un processo di trasformazione digitale, pena la perdita di competitività (temuta dal 41% delle imprese intervistate) e di ricavi (24%), maggiori costi di gestione e operativi (20%), e addirittura la non sostenibilità del business nel medio-lungo periodo (10%). Interpellati sul perché l’impresa non investa di più in digitalizzazione, il 20% degli imprenditori ammette la mancanza di risorse economiche per farlo, anche se il 13% si dichiara convinto che tali investimenti non siano necessari alla propria attività.

In quali servizi investire?

I ristoratori che hanno attivato nuovi servizi finanziari sono il 63% del campione, e il 53% ha fatto ricorso a programmi per attività di marketing e pubblicità. Seguono l’adozione di chat e messaggistica (32%) e di piattaforme di e-commerce (32%). Sono però le imprese tra i 5 e i 10 anni di anzianità quelle che hanno vissuto più di tutte un’accelerazione verso la digitalizzazione (50%), poiché le aziende di più recente costituzione sono digital-native, e sono partite più avvantaggiate nell’affrontare l’emergenza sanitaria. Se guardiamo invece alla digital perception, si scopre che il 43% si promuove come molto digitalizzato, a fronte di una valutazione del settore, alta solo per il 33% dei ristoratori.

Per il 2021 quasi il 70% delle imprese sarà più digitalizzato

In ogni caso, per il 2021 quasi il 70% delle imprese intervistate prevede un maggior sviluppo digitale. Una percentuale che mostra come anche i più scettici, magari più lentamente, si stanno convertendo al digitale. Non solo infatti cresce di 13 punti percentuali la quota di aziende che investirà più del 10% del proprio budget in digitalizzazione (il 14% investirà addirittura più del 30%), ma cala anche la percentuale dei ristoratori che non lo farà.

Per il 2021, ancora una volta saranno i servizi legati al marketing e alla pubblicità quelli a cui verranno destinati i budget più consistenti, scelti dal 32% del campione, seguiti dai software di contabilità (21%).

Pagamenti digitali, nel 2020 valgono 268 miliardi di euro

Quanto valgono i Pagamenti Digitali in Italia? Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano nonostante un calo generalizzato dei consumi di oltre il 13%, i pagamenti digitali nel 2020 hanno toccato quota 5,2 miliardi di transazioni, passando dal 29% al 33% del valore totale dei pagamenti, e raggiungendo 268 miliardi di euro, -0,7% rispetto al 2019. A crescere sono stati soprattutto i pagamenti tramite contactless, e ancor più quelli tramite smartphone e wearable, le modalità senza contatto si sono infatti affermate come valide alleate dei cittadini contro la diffusione del contagio da Covid-19.

La spinta degli incentivi governativi

“Prima del lockdown di marzo 2020, nonostante tassi di crescita promettenti, i pagamenti digitali non erano ancora permeati completamente nella quotidianità degli italiani – dichiara Alessandro Perego, Responsabile Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano -. Secondo i dati della Banca Centrale Europea, infatti, l’Italia nel 2019 si posizionava al 24° posto su 27 nella classifica continentale delle transazioni con carta pro-capite seguita solo da Germania, Romania e Bulgaria, tutti Paesi con crescite superiori alla nostra. Oltre alla pandemia – prosegue Perego – nel corso di quest’anno sono entrate in gioco anche alcune iniziative di incentivo del Governo, che hanno acceso i riflettori su queste tematiche e stanno portando, direttamente o indirettamente, sempre più persone a preferire i pagamenti elettronici”.

Gli effetti del lockdown

La chiusura pressoché totale di attività commerciali e servizi non strettamente necessari ha certamente frenato anche le transazioni. Tuttavia, i pagamenti digitali si sono dimostrati importanti alleati per i cittadini nelle prime fasi di forte difficoltà, e molti italiani si sono avvicinati ancora di più al mondo dell’e-commerce e dei pagamenti online. Il comparto dell’acquisto di prodotti online ha fatto segnare, infatti, un aumento del 31% nel 2020, con lo smartphone che diventa il device preferito dagli italiani per effettuare pagamenti da remoto e acquisti online, tanto che il mobile commerce raggiunge quota 15,65 miliardi di euro, per una penetrazione sul totale e-commerce del 51%.

Pagamenti tramite smartphone o wearable in negozio, +80%

“Nonostante mesi di chiusure in cui non sono stati di fatto utilizzabili, gli acquisti in modalità contactless con carta nel corso del 2020 salgono del 29% in termini di valore transato, raggiungendo 81,5 miliardi di euro – commenta Valeria Portale, Direttore dell’Osservatorio Innovative Payments -. Questa crescita, sostenuta dal sempre maggior numero di carte contactless in circolazione, potrà beneficiare in futuro anche della nuova soglia introdotta dalla PSD2 (50 euro) sotto la quale è possibile effettuare transazioni senza passare la propria carta all’operatore in cassa -. Ancora più marcata – aggiunge Portale – è la crescita per i pagamenti tramite smartphone o wearable in negozio, che in questo periodo di incertezza crescono del +80% circa rispetto al 2019, superando i 3,4 miliardi di euro”.

Un anno di Covid, come sono cambiati i consumi in Italia

Tutto è iniziato il 21 febbraio 2020, quanto il purtroppo celebre il “paziente 1” venne ricoverato all’ospedale di Codogno. Da quel giorno, il virus ha iniziato a circolare nel nostro Paese e a distanza di oltre 12 mesi non se ne è ancora andato. Anche se oggi esistono un’infinità di armi in più per contrastare il nemico invisibile, resta il fatto che le nostre esistenze hanno necessariamente subito degli scossoni, costringendoci a cambiare stile di vita e abitudini. Ha fotografato questo strano periodo la ricerca “Eurispes, indagine: un anno di Covid in Italia” che ha analizzato i cambiamenti in atto nel vari settori della società. Condotta su 2.063 cittadini, rappresentativi della popolazione italiana, la ricerca è stata realizzata nel periodo compreso tra novembre 2020 e gennaio 2021. Dalla casa – diventata il centro di tutto – ai consumi, dal rapporto con gli altri e al ruolo del personale medico fino alla portata della Rete, la survey è ricca di spunti interessanti. Vediamone alcuni.

Nuove modalità di consumo

Il 21,9% degli italiani afferma di aver ordinato per la prima volta la spesa a domicilio dopo marzo 2020, ovvero dopo l’esplosione della pandemia da Covid-19. L’abitudine di ordinare la cena o altri pasti a domicilio era già abbastanza diffusa (il 28,6% lo faceva anche prima della pandemia), ma da marzo il 16,8% lo ha fatto per la prima volta. Il 13,1% ha ordinato per la prima volta farmaci a domicilio.

La tecnologia entra in casa

Gli strumenti tecnologici a supporto della comunicazione, già molto diffusi, sono diventati vitali: il 45,2% degli intervistati era già solito comunicare con amici/parenti tramite videochiamata; con la diffusione del virus quasi un terzo lo ha fatto per la prima volta (30,7%).  Il 13,4% degli italiani ha acquistato un abbonamento a piattaforme streaming (il 36,3% già lo aveva). E infine la decisione di acquistare/noleggiare strumenti per fitness domestico ha riguardato una quota non trascurabile del 14% (il 12,2% ne era già in possesso). Eppure, l’e-commerce resta una modalità sconosciuta per tre italiani su dieci, specie fra i cittadini più anziani. D’altra parte, con divese intensità, fare acquisti online sta diventando per molti una consuetudine: il 18,2% del campione fa acquisti online raramente, il 25,9% qualche volta, mentre il 16,3% spesso ed il 10,5% abitualmente. Gli over 64 sono l’unica fascia d’età nella quale prevalgono coloro che non fanno mai acquisti attraverso la Rete (59%).

Abitudini cambiate e non più abbandonate

Oltre un italiano su 4 (25,9%) continua ad ordinare la spesa a domicilio anche dopo la fine del lockdown primaverile, l’8,7% con la stessa frequenza, il 17,2% con minor frequenza. L’ordinazione di farmaci a domicilio continua ad essere utilizzata dal 16,4% degli intervistati (il 10,2% con minor frequenza), mentre il 9,8% ha smesso dopo il lockdown. Il 37,2% degli italiani continua ad ordinare pasti a domicilio, il 14,5% con la stessa frequenza del periodo del lockdown, il 22,7% meno spesso. Il 66,1% continua a videochiamare amici e parenti, il 31,5% con la stessa frequenza, il 34,6% meno spesso rispetto ai mesi della chiusura totale.

In Europa migliora la parità, ma non nelle aziende: solo 6% donne capo

Qualcosa si muove in Europa per l’uguaglianza di genere, ma la strada obiettivamente è ancora lunga, visto che sono appena 42 le società dell’indice di borsa STOXX Europe 600 con a capo una donna (il 6%), e solamente 130 (19%) le realtà in cui è presente una donna a ricoprire almeno una funzione tra ceo o coo. È quanto emerge dall’indice di Gender Diversity in Europa, lo studio europeo rilasciato da EWOB, l’associazione no profit European Women on Boards, di cui Valore D è membro, che ogni anno analizza la rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione e nei vertici aziendali delle 668 più grandi società europee.

Italia al sesto posto nell’indice di Gender Diversity

Le cose possono cambiare, come ha detto il neo presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden alla cerimonia d’insediamento della presidenza americana rivolta a Kamala Harris, la prima donna alla carica di vicepresidente. Ma in Europa la strada è appunto ancora lunga, anche se la lettura dell’indice ha qualche risvolto incoraggiante.  L’Italia occupa infatti al sesto posto nell’indice di Gender Diversity tra i paesi europei esaminati, con il 37% di donne nei cda, il 22% di donne a capo di un cda e il 45% delle donne a capo dei comitati di controllo, parametro per cui l’Italia è in testa alla classifica. Al top dell’indice si trovano Norvegia, Francia, Gran Bretagna, Finlandia e Svezia.

Solo il 17% le donne italiane presenti nei livelli esecutivi

Allo stesso tempo fuori dei consigli di amministrazione, il nostro paese è ancora lontano dall’essere bilanciato, infatti la percentuale di donne nei livelli esecutivi è solo del 17% contro il 33% della Norvegia e il 25% degli UK. Inoltre, in Italia solo il 4% delle donne sono ceo contro il 21% della Norvegia, o il 15% dell’Irlanda. Le prime cinque aziende in classifica, poi, sono inglesi e svedesi, e le prime tre sono accomunate da una leadership perfettamente equilibrata (Gender diversity index = 1). Al top, riporta Ansa, c’è l’inglese Assura, seconda la svedese Wihlborgs Fastigheter, terza l’inglese Grainger, quarte e quinte le svedesi Kinnevic B e Sweco B.

Cultura politica e aziendale dominante alla base della sotto rappresentanza femminile

I dati 2020 sono però da inquadrare in un periodo, come è noto, molto difficile. Oltre alle conseguenze dirette sulla salute la pandemia ha danneggiato il benessere e la conciliazione vita-lavoro di molti lavoratori. Allo stesso tempo, il 2020 è stato un anno di movimenti sociali e proteste che chiedono proprio di affrontare i divari.  Secondo la UE però la sotto rappresentanza femminile nei processi e ruoli decisionali dipende essenzialmente dalla perpetuazione di stereotipi di genere, dalla mancanza di un adeguato supporto a donne e uomini per un corretto bilanciamento tra le responsabilità familiari e lavorative, nonché dalla cultura politica e aziendale dominante nelle società, riferisce Il Mattino.