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Il 29% delle aziende nel mondo è vittima di cyber attacchi

Allarme cybersecurity: i dati aziendali sono sempre più vulnerabili. Nell’ultimo anno il 29% delle aziende a livello mondiale ha infatti subito una violazione dei propri dati, e nonostante gli ingenti investimenti attuati nel settore della sicurezza, solo il 48% delle società, un’azienda su due, dispone di un piano formale per contrastare gli attacchi cyber. Si tratta di alcuni risultati del Data Threat Report 2022, la ricerca del gruppo francese Thales, effettuata e condotta in 17 paesi di tutto il mondo tramite interviste a oltre 2700 responsabili IT. In particolare, secondo la ricerca, il 21% degli intervistati ha raccontato di avere subito un attacco ransomware nel corso dell’ultimo anno, e il 20% del campione ha affermato di avere pagato o pagherebbe un riscatto per rientrare in possesso dei propri dati.

L’aumento del rischio è legato all’adozione crescente del cloud

L’indagine è stata svolta con l’obiettivo di comprendere quali sono i trend che guidano e spingono verso significativi cambiamenti nel settore della sicurezza, e quali i temi legati alla cybersecurity, fondamentali e imprescindibili di un mondo sempre più connesso. Tra le minacce più frequenti sono emersi attacchi di tipo ransomware, tecniche come il phishing e ambienti sempre più vulnerabili, come le piattaforme cloud.
Nel report viene evidenziato infatti come l’aumento del rischio sia legato soprattutto all’adozione crescente del cloud da parte delle aziende.

Ma il 41% delle società non intende investire per la sicurezza

Infatti, il 32% degli intervistati ha affermato di archiviare nel cloud almeno la metà dei propri dati. Tuttavia, l’uso della crittografia risulta molto basso, in quanto metà degli intervistati ha dichiarato di aver crittografato solo il 40% dei propri dati sensibili. Ma lo studio di Thales ha rilevato anche come a fronte di una situazione così allarmante ben il 41% delle società ha ammesso comunque di non avere in programma l’investimento di ulteriori risorse economiche per la sicurezza. Questo, nonostante un’impresa su due non abbia piani di difesa.   Queste tematiche sono state affrontate nello stand Thales del Cybertech Europe da Luca Calindri, Data Protection Country Sales Manager della società per l’Italia e Malta.

Una conferenza internazionale sulla cyber-tecnologia

Thales ha partecipato infatti alla nuova edizione di Cybertech Europe, la conferenza internazionale sulla cyber-tecnologia che si è tenuta a Roma il 10 e 11 maggio. Con uno spazio dedicato, riporta Adnkronos, il Gruppo Thales ha presentato alla kermesse prodotti e soluzioni innovativi di tre delle sue aree di business, Cloud Protection & Licensing, Banking & Payment Services e Secure Communications & Information Systems.

Rivoluzione per WhatsApp: arrivano le Community

resto sarà più semplice mandare messaggi a un gruppo numeroso di persone su WhatsApp. L’app di messaggistica del Gruppo Meta sta introducendo la funzione Community in rollout in tutto il mondo. Si tratta di un nuovo sistema di conversazioni multiple che supera i limiti della sezione ‘gruppi’. La nuova funzione prevede di avere il numero di telefono degli interlocutori per poterli aggiungere, e pone il limite a 256 partecipanti. Con le community di WhatsApp, organizzazioni come scuole, uffici e aziende possono organizzarsi più facilmente, e gli amministratori delle chat possono mandare lo stesso messaggio a tutti contemporaneamente, anche se fanno parte di diversi gruppi.
Secondo Meta si tratta dell’evoluzione dell’app in accordo con l’uso che molti ne fanno già ora.

Solo gli amministratori potranno mandare un messaggio a tutti gli utenti

Solo gli amministratori però, riporta Adnkronos, potranno mandare un messaggio a tutti gli utenti della community, mentre i partecipanti potranno dialogare solamente nei sottogruppi.
Per essere aggiunti a una comunità l’amministratore deve avere il nostro numero telefonico, che sarà visibile solo a lui e agli altri membri del sottogruppo.
Ma WhatsApp ha preparato anche un’altra novità nell’aggiornamento, ovvero le reazioni ai messaggi. E presto le chiamate vocali accetteranno un limite massimo di 32 partecipanti.

Meno chat più social

L’obiettivo di Community è quello di riunire sulla chat più gruppi i cui membri si conoscono e si riuniscono in base a un interesse comune, per raggiungere in maniera veloce, con pochi messaggi, un pubblico maggiore.
“Con il lancio di oggi – spiega Mark Zuckerberg -, ci siamo spinti oltre permettendo alle persone di comunicare non solo con gli amici e con i contatti più stretti, ma anche con tutte le diverse community che fanno parte della loro vita. Costruiremo funzioni di messaggistica comunitaria anche per Messenger, Facebook e Instagram”.
Per quanto riguarda la scuola, ad esempio, se a oggi esistono numerosi gruppi relativi a classi e sezioni, gruppi sportivi o di studio, con Community si potrà creare un unico ‘super-gruppo’ utile agli amministratori per inviare avvisi generali su attività che interessano più studenti, notifiche su orari o criticità e molto altro.

Evitare comunicazioni superflue o sovraccarichi

Allo stesso modo, aziende, enti e organizzazioni possono creare le loro comunità per sfruttare WhatsApp come se fosse una bacheca, riferisce Ansa. Il motivo per cui gli iscritti alle Community, i membri dei singoli gruppi aggiunti, possono solo leggere le chat, senza commentare, è semplice. “In questo modo, si eviteranno comunicazioni superflue o sovraccarichi”, spiega WhatsApp, precisando che come nelle chat singole e nei gruppi le conversazioni delle comunità sono protette dalla crittografia end-to-end. In modo che nessun utente, al di fuori delle stanze, possa accedere ai messaggi.

Giovani e device: più di 1 su 2 cerca meno il contatto fisico

Una ricerca condotta dall’Istituto Piepoli per conto del Moige, il Movimento italiano genitori, fa emergere dati preoccupanti. Da quando è scoppiata l’emergenza pandemica il tempo trascorso dai ragazzi davanti ai device tecnologici è aumentato del 67% (+48% nel nord ovest, +71% nel nord est, +71% al centro, +74% al sud, +76% nelle isole). Questo, escluso l’impegno per la DAD. E i genitori sono preoccupati: l’87% di loro ha infatti riscontrato sui propri figli effetti negativi dovuti a un ricorso sempre maggiore della tecnologia nella vita quotidiana. Un altro dato significativo emerso è quello delle conseguenze dovute all’aumento del ricorso al digitale sui rapporti sociali tra i bambini e gli adolescenti. Il 52% dei genitori ha segnalato la perdita del contatto fisico con gli altri coetanei.

Non solo effetti negativi: la tecnologia compensa la mancanza di relazioni

A livello territoriale, la ricerca segnala come i giovani delle isole abbiano maggiormente risentito dell’aumento di utilizzo di device, con addirittura il 94% degli intervistati che ne ha riscontrato gli effetti negativi. Di contro, il 77% riconosce che l’uso dei device ha compensato la mancanza di relazioni aiutando i figli ad affrontare la chiusura forzata e mantenere così le relazioni sociali.
Per questo motivo è partito da Ravenna il web tour del progetto Comunità in rete contro i cyber risk, promosso dal Moige, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Un progetto per diffondere una “sana” cultura digitale 

La campagna coinvolgerà 400 scuole primarie e secondarie di I e II grado sul territorio italiano, oltre a studenti, Giovani Ambasciatori, docenti e genitori degli studenti con l’obiettivo di diffondere una cultura digitale per sensibilizzare sui rischi connessi a un uso improprio delle nuove tecnologie. Il progetto ha inoltre lo scopo di supportare i ragazzi nell’acquisizione di competenze per una gestione costruttiva dei conflitti interpersonali, fornire alle famiglie una formazione digitale consapevole per fronteggiare i pericoli della rete, contrastare il fenomeno delle fake news e informare l’opinione pubblica per contrastare la trasmissione, anche involontaria, di comportamenti devianti ai minori.

Promuovere l’uso corretto del web

Gli studenti saranno protagonisti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web, e verrà messo a disposizione delle scuole anche il Centro mobile digitale, una piattaforma con contenuti realizzati da esperti raggiungibili in qualsiasi momento. Anche i Comuni prenderanno parte all’iniziativa, tramite la creazione di uno sportello territoriale per integrare i servizi di supporto e welfare nelle scuole, integrando la presenza di figure specializzate a fronteggiare tempestivamente fenomeni di bullismo e cyberbullismo.

I giovani e la finanza, il risparmio è ancora una priorità

Cosa vogliono i giovani e sopratutto cosa si aspettano dal loro futuro, anche in termini finanziari? Nonostante le perplessità, i desideri potrebbero essere più simili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti rispetto a quello che si potrebbe pensare. A dirlo è una recente indagine BVA Doxa condotta per Invesco, svolta su un campione di 750 ragazzi in tutta Italia così composto: per genere 50% donne e 50% uomini; per fascia d’età 33% Z Tribe (18-24 anni), Nouveau Millennials (25-29 anni) e Mid Millennials (30-34 anni).

Gli obiettivi a breve e lungo termine

Nel breve periodo, 4 su 10 hanno in programma di risparmiare per il futuro (39%) e praticamente la stessa quota vuole investire il proprio denaro (35%) e, solo dopo, pensano a fare molti viaggi (32%).
Anche i progetti nel lungo periodo esprimono una forte apertura al mondo finanziario: tra quelli più importanti troviamo l’investimento in fondi (29%), seguito dal volersi costruire una pensione (27%), che è ancora più forte tra i Nouveau Millennials (30%). Anche l’aspetto della realizzazione futura acquista importanza su un orizzonte di lungo periodo: come il risparmiare (27%), farsi una famiglia propria (26%) ed investire nell’immobile (23%). Inoltre, sono consapevoli dell’utilità della pianificazione per risparmiare (84%), per realizzare i propri sogni (79%) e per vivere serenamente (71%).

Poche certezze

I giovani intervistati sanno di non poter contare su quelle certezze che hanno caratterizzato l’epoca welfare dei loro genitori, dimostrano di possedere una lucida consapevolezza che ha consentito loro di sviluppare la saggezza antica dei nonni, iniziare cioè il più presto possibile a risparmiare, mettere da parte, accumulare certe somme di denaro che serviranno in futuro per realizzare progetti (la casa, un’attività imprenditoriale in proprio, l’auto, la casa per i figli) e per garantirsi un benessere di base parallelo o complementare al reddito da lavoro in epoche successive.

Il consulente finanziario è… un influencer

Il 70% del campione non ha un consulente finanziario anche se tre giovani su cinque lo considerano importante; le giovani generazioni svelano una precocità di conoscenze e iniziative molto più spiccata e nuova rispetto agli adulti appartenenti alle generazioni precedenti, ma la loro sensibilità ed educazione finanziaria si formano per la gran parte in famiglia, ad opera di genitori e nonni. I giovani ritengono che occuparsi e parlare di finanza sia smart, sia di moda, seguono i cosiddetti finfluencer (influencer finanziari) soprattutto su Instagram e alcuni giovanissimi si dichiarano affascinati dai robo-advisor, da cripto-valute, bitcoins e NFT, ma il loro cruccio maggiore resta il futuro pensionistico.

Investimenti in R&S, il motore della ripresa

Le risorse destinante alla ricerca e sviluppo previste nel PNRR ammontano a circa 17 miliardi di euro, circa il 7,5% complessivo del totale. La maggior parte si concentrano su ricerca applicata e sviluppo sperimentale (10 miliardi), ricerca di base (4 miliardi), azioni trasversali e di supporto (1,88 miliardi) e trasferimento tecnologico (380 milioni). 

Sono alcuni dati emersi dalla terza edizione della Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia – Analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia del CNR. Il PNRR costituisce un’occasione irripetibile “per instaurare il circolo virtuoso tra ricerca e innovazione e sviluppo economico e sociale del paese – afferma Maria Chiara Carrozza, presidente del CNR – e avviare numerosi progetti di sviluppo scientifico e tecnologico e nuove collaborazioni tra mondo accademico, amministrazione pubblica, enti locali e industria”.

Spesa per R&S in rapporto al PIL all’1,4%

Per quanto riguarda i Programmi Quadro europei, l’Italia contribuisce al bilancio per la ricerca comunitaria con il 12,5%, ma i finanziamenti che ritornano sono pari all’8,7%. Ciò dipende anche dal fatto che i ricercatori in Italia sono meno rispetto ai nostri partner europei (6 su mille unità di forza lavoro contro oltre 10 in Francia e Germania).

In Italia la spesa per R&S in rapporto al PIL è in lieve ripresa (1,4%), poiché gli stanziamenti pubblici hanno smesso di ridursi. Anche l’andamento del personale addetto alla R&S cresce, grazie all’incremento del personale nelle imprese, che ha raggiunto 218mila addetti.

Gli iscritti al dottorato sono meno della media UE

Solo lo 0,5% della popolazione in età lavorativa in Italia ha però il dottorato di ricerca, contro l’1,2% della media dell’Unione. Anche gli iscritti al dottorato sono meno della media UE: lo 0,14% contro lo 0,28%. Non sorprende poi che una parte dei nostri studenti svolga il dottorato all’estero: dopo 6 anni dal conseguimento del titolo il reddito medio mensile in Italia è pari a 1.679 euro contro 2.700 all’estero.

È necessario aumentare il numero di coloro che conseguono questo titolo, circa 10 mila studenti l’anno, per compiere un salto nella specializzazione tecnologica e produttiva verso settori e industrie a più elevato contenuto di conoscenza, riporta Italpress.

Più della metà dei dottori di ricerca è donna

La quota di donne rappresenta più della metà dei dottori di ricerca, ma gli uomini coprono il 60% dei posti nelle STEM e le donne il 58% nelle altre materie. Il gap salariale esplode nelle scienze mediche, dove gli uomini, dopo 4-6 anni dal conseguimento del titolo, guadagnano 704 euro in più delle donne. 

Per quanto riguarda la produzione scientifica, si conferma una comunità accademica e della ricerca che risponde alle incertezze istituzionali generando una quantità di pubblicazioni scientifiche pari al 5% sul totale mondiale, e con un impatto in aumento. La produzione di brevetti continua a essere però sotto paesi come Germania e Francia, con 4.600 brevetti italiani depositati all’Ufficio Europeo del Brevetto nel 2020, contro 25.954 in Germania e 10.554 in Francia.

Dop economy, nel 2020 ‘tiene’ e raggiunge 16,6 miliardi

La Dop economy vale il 19% del fatturato complessivo del settore agroalimentare nazionale, e nell’anno segnato dalla pandemia raggiunge 16,6 miliardi di valore alla produzione (-2%) e 9,5 miliardi di export (-0,1%), pari al 20% delle esportazioni nazionali di settore. Questo grazie al contributo delle grandi produzioni certificate, anche se non mancano elementi che confermano un forte dinamismo del sistema delle Indicazioni Geografiche italiane, fra cui l’affermarsi di categorie come le paste alimentari o i prodotti della panetteria e pasticceria. Lo attesta l’analisi del XIX Rapporto Ismea- Qualivita sul settore italiano dei prodotti Dop Igp.

Export a 5,6 miliardi, -1,3% su base annua ma +71% dal 2010

Le esportazioni dei prodotti Dop Igp hanno un peso del 20% nell’export agroalimentare italiano, e raggiungono 5,6 miliardi, per un -1,3% su base annua e un trend del +71% dal 2010. Risentono degli effetti della pandemia soprattutto i mercati extra-UE (-4,3%), mentre cresce l’export in UE (+4,1%) con incrementi a doppia cifra per i Paesi scandinavi e del Nord Europa. Ma i mercati principali si confermano Germania (770 milioni), Usa (647 milioni), Francia (520 milioni) e Regno Unito (268 milioni). Il valore complessivo è frutto anche di un andamento diverso fra i comparti cibo e vino, con il cibo che con 3,92 miliardi registra un incremento del valore esportato del +1,6%, e il vino, che con 5,57 miliardi mostra un calo del -1,3%.

Si conferma la concentrazione del valore nel Nord Italia

Tutte le regioni e le province italiane registrano un impatto economico delle filiere Dop Igp, anche se si conferma la concentrazione del valore nel Nord Italia.
Fra le prime venti province per valore, ben undici sono delle regioni del Nord-Est, a partire dalle prime tre, Treviso, Parma e Verona, che registrano un impatto territoriale oltre il miliardo. Nel 2020 solo l’area Sud e Isole mostra un incremento complessivo del valore rispetto all’anno precedente (+7,5%), con crescite importanti soprattutto per Puglia e Sardegna.

Agroalimentare e vitivinicolo 

L’agroalimentare italiano Dop Igp Stg, riporta Italpress, coinvolge oltre 86mila operatori, 165 Consorzi autorizzati e 46 organismi di controllo. Nel 2020 raggiunge 7,3 miliardi di valore alla produzione, per un -3,8% in un anno e un trend del +29% dal 2010. Stabile il valore al consumo a 15,2 miliardi, per un andamento del +34% sul 2010.
Il vitivinicolo italiano Dop Igp coinvolge invece oltre 113mila operatori, 121 Consorzi autorizzati e 12 organismi di controllo. Nel 2020 registra 24,3 milioni di ettolitri di vino Ig imbottigliato (+1,7% in un anno), con le Dop che rappresentano il 68% della produzione e le Igp il 32%. Il valore della produzione sfusa di vini Ig è di 3,2 miliardi, mentre all’imbottigliato è 9,3 miliardi (-0,6%), con le Dop che ricoprono un peso economico pari all’81%.

A dicembre frenata congiunturale dell’Indice dei prezzi tecnologici

A dicembre 2021 l’Indice dei Prezzi Tecnologici (IPT) scende di -2,30 punti rispetto a novembre, confermando la tradizionale contrazione congiunturale dell’ultimo mese dell’anno.
I settori che hanno subito le maggiori contrazioni dei prezzi sono stati quelli delle Comunicazioni e dell’Entertainment. Dal 2016 è la più elevata diminuzione congiunturale del mese di dicembre degli ultimi 5 anni, ma a livello tendenziale, ovvero rispetto a dicembre 2020, l’IPT ottiene un incremento di +0,65 punti, continuando il trend di crescita dei prezzi degli ultimi mesi su base annua.

Comunicazioni e Entertainment in contrazione

Nelle Comunicazioni si registrano flessioni importanti per Assistenti vocali (-11,16 punti IPT e -6,68 punti rispetto a dicembre 2020), Wearable Health&Fitness (-7,01 punti), Telefoni Cellulari (-6,03) e Telefoni Fissi VOIP (-5,42), che tuttavia sono incrementati di 12,21 punti rispetto a dicembre 2020.
Nell’Entertainment sono quattro le famiglie tecnologiche che hanno contribuito a contrarre l’IPT. I TV Flat per via del bonus governativo (-4,55 punti), che tuttavia hanno registrato un incremento tendenziale di 7,40 punti rispetto a dicembre 2020, l’Home Cinema, diminuito di 2,93 punti, e di 16,57 punti rispetto a dicembre 2020, le Consolle per Videogiochi, che riducono l’IPT di 2,66 punti rispetto a novembre 2021 e di 7,12 punti rispetto a dicembre 2020, e le Digital Camera, in contrazione congiunturale di 2,51 punti.

Contributo positivo dei prodotti GED e PED

Un contributo positivo all’IPT di dicembre 2021 arriva dai Grandi Elettrodomestici e dal settore Informatico. Per quanto riguarda il GED, gli elettrodomestici Built-in hanno vivacizzato verso l’alto l’IPT: Piani cottura (+3,41 punti), (Forni +2,73), Frigoriferi e Lavatrici Built-in, che hanno registrato non solo aumenti congiunturali (rispettivamente +3,23 e +2,42 punti) ma anche importanti incrementi dell’IPT a rispetto a dicembre 2020 (+19,46 e +13,37).
Ulteriori consistenti rialzi di prezzi di alcune famiglie di prodotti PED, un settore su cui si concentra molto l’attenzione degli italiani per i regali tecnologici di fine anno: tra i più rilevanti segnaliamo le Macchine da Caffè (+19,08); i prodotti per i Capelli (+14,44 punti) e gli Aspirapolvere (+10,34).

Le oscillazioni del settore Informatico

Quanto al settore Informatico, per i Notebook la decrescita tendenziale dell’IPT è di 40,81 punti, mentre sono cresciuti i prezzi delle Stampanti Multifunzione (+8,31 punti di IPT), dei Computer Desktop (+2,30) e dei Monitor (+1,94). Ma se Multifunzione e Desktop segnano un arretramento dell’IPT tendenziale (rispettivamente -8,30 e -7,49 punti), i Monitor rialzano i prezzi anno su anno (+12,30 punti). Dicembre è sicuramente un mese atipico per l’intero settore delle vendite al dettaglio, e per il settore della tecnologia ancora più degli scorsi anni.
Sono diversi i fattori che hanno agito sulle politiche di pricing, determinando uno scenario complesso in cui produttori e rivenditori dovranno districarsi, almeno nei primi mesi del 2022.

Smart-working, le 5 mosse per l’equilibrio tra vita privata e lavoro

Quali sono le ‘5 mosse vincenti’ per trovare un buon equilibrio tra lo smartworking e la vita privata? Primo, organizzare il lavoro, secondo, no al multitasking, terzo, rilassare la mente, quarto, trovare i propri spazi, e quinto, dedicarsi del tempo. Sono i cinque consigli utili che MeglioQuesto, il network globale e player di riferimento in Italia nel settore della customer experience, in collaborazione con Relief, hanno proposto come primo pronto soccorso psicologico per le emergenze emotive e il benessere quotidiano al fine di supportare gli smart worker in un clima psicologico ottimale.

Diminuisce la percentuale di smart workers pienamente ingaggiati

Lo scenario da cui partono gli esperti di MeglioQuesto e Relief è quello delineato dall’Osservatorio Smart Working, che ha stimato come al termine della pandemia le organizzazioni prevedano un aumento degli smart workers rispetto ai numeri registrati negli ultimi diciotto mesi.  Il perdurare dell’emergenza sanitaria, e i lunghi periodi di lavoro forzato da casa, hanno avuto però anche ripercussioni negative. È infatti diminuita la percentuale di smart workers pienamente ingaggiati (ovvero legati all’azienda e attaccati al proprio lavoro, oltre che soddisfatti), passata dal 18% al 7%, restando comunque, seppur di poco, superiore a quella degli altri lavoratori inseriti in organizzazioni tradizionali (pari al 6%).

Il tecnostress ha colpito un lavoratore su quattro 

In questo scenario, il tecnostress, l’impatto negativo a livello comportamentale o psicologico causati dall’uso delle tecnologie, ha poi interessato un lavoratore su quattro, in misura maggiore smart workers (28% contro il 22% degli altri dipendenti), in particolare, donne (29% contro il 22% dei colleghi) e responsabili (27% contro il 23% dei collaboratori). Alcuni possibili effetti negativi del tecnostress sono il peggioramento dell’equilibro tra vita privata e lavoro, dell’efficienza e l’overworking, ovvero dedicare un’elevata quantità di tempo alle attività lavorative trascurando momenti di riposo.

Ottenere una separazione più efficace degli ambiti personali da quelli produttivi

Tecnostress e overworking hanno coinvolto il 13% dei lavoratori, e in misura maggiore gli smart worker rispetto agli altri lavoratori (17% contro 9%), le donne più degli uomini (19% contro 11%) e i manager più dei collaboratori (19% contro 9%).  Da qui la strategia e i consigli di MeglioQuesto e Relief, che hanno l’obiettivo di aiutare i lavoratori a organizzare meglio il tempo, e modulare le emozioni per ottenere una più efficace separazione degli ambiti personali da quelli produttivi. Ovviamente, a vantaggio di entrambi.

Studiare matematica e fisica favorisce lo sviluppo del pensiero algoritmico?

Gli studenti di oggi saranno i lavoratori del futuro, e il mercato futuro richiederà competenze sempre più legate all’informatica e al mondo dei big data, ambiti ora più che mai alla ribalta anche per la situazione pandemica globale. I dati quindi sono e saranno una risorsa fondamentale, e saperli gestire una competenza molto richiesta dal mercato del lavoro. Che gli studenti italiani sappiano “contare” si sa, ma come se la cavano con il pensiero algoritmico? Uno studio pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Complex Networks (Oxford University Press) ha quantificato l’abilità dei maturandi di pensare in termini di dati, modelli e simulazioni sul mondo che li circonda. E i risultati evidenziano nuove sfide per la scuola del futuro.

Uno studio evidenzia le lacune dei giovani studenti italiani

La ricerca, svolta in collaborazione con la New York Hall of Science e la HSE University, evidenzia alcune criticità nel modo di percepire i dati e gli algoritmi da parte degli studenti italiani esposti a programmi didattici intensivi di matematica, fisica e scienze della vita. Confrontando il modo di pensare di oltre 200 tra studenti di scuola superiore e ricercatori internazionali in data science, lo studio ha evidenziato alcuni ‘tasselli’ mancanti nella mente dei giovani studenti, soprattutto nell’ambito del cosiddetto pensiero algoritmico.

Non servono competenze ma una ‘forma mentis’ particolare

“Il pensiero algoritmico è l’abilità di ragionare sul mondo in termini di dati, modelli e predizioni – spiega il dottor Massimo Stella, professore di Data Science alla University of Exeter (UK) e primo autore dello studio -. Non si tratta di possedere competenze, come saper risolvere integrali e derivate, ma piuttosto di possedere una forma mentis adatta a identificare metodi per estrarre informazioni, come il coding, le simulazioni o i modelli”.

La scuola del futuro deve fornire anche strumenti di pensiero

Più in particolare, la ricerca ha evidenziato come gli studenti siano inconsapevoli del pensiero algoritmico e inquadrino concetti come ‘modello’ o ‘simulazione’ come eventi legati a persone o alla moda. Al contrario, i ricercatori hanno legato tali concetti a modi di ottenere nuove conoscenze sul mondo, come nei sistemi quali il meteo, i social media o i mercati finanziari. Tutti sistemi di chiaro impatto per il lavoro di domani. La scuola del futuro deve affrontare un’ulteriore sfida per essere portatrice di innovazione: usando la forma mentis dei ricercatori come fonte d’ispirazione, agli studenti dovrebbero essere fornite non solo competenze, ma anche strumenti di pensiero, proprio come quello algoritmico.

Italia, aumenta ancora la tassa per i rifiuti

Catania è il capoluogo di provincia più caro, mentre Potenza è il più economico. A livello regionale, è il Veneto l’area più conveniente mentre la Campania quella che paga il conto più salato: si tratta della classifica dell’entità della tassa dei rifiuti, un onore che nell’ultimo anno è aumentato a livello nazionale dell’1,5%.

Cifre che pesano
A livello di budget familiare, quella della tassa rifiuti non è una voce da poco: è di 312 euro la tassa per i rifiuti pagata in media nel 2021 da una famiglia nel nostro Paese, prendendo come riferimento per il 2021 un nucleo tipo composto da 3 persone ed una casa di proprietà di 100 metri quadri. Facendo i conti in tasca agli italiani, la rilevazione annuale dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva afferma che la regione con la spesa media più bassa è il Veneto (232 euro), dove si registra anche una diminuzione del 4% circa rispetto all’anno precedente. Al contrario, la regione con la spesa più elevata resta la Campania (416 euro, -0,6% rispetto al 2020). A livello territoriale si registrano aumenti in dodici regioni: incremento a due cifre in Liguria (+10,3%), segue la Basilicata con +8,1%, il Molise con +6,1% e la Calabria con +5,9%; tariffe in diminuzione in sei: in Sardegna si registra un -5% e in Veneto un -3,8%. Sempre a livello di aree geografiche, i rifiuti costano meno al Nord (in media 270 euro, +1,6% rispetto al 2020), segue il Centro (313 euro, +2,4%), infine il Sud, più costoso (353 euro, +1,3%).
“A fronte di una spesa media a famiglia che continua a salire e di una eccessiva sperequazione della tariffa fra le regioni e le singole città, ci spiace constatare che soltanto il 10% dei capoluoghi di provincia applica la tariffa puntuale che incentiverebbe le famiglie a produrre meno rifiuti. Allo stesso modo ancora scarseggiano le iniziative per favorire il riuso e per ridurre i rifiuti, sebbene finalmente tutte le regioni registrino un aumento nei livelli di raccolta differenziata”, dichiara Tiziana Toto, responsabile politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva.

Cresce anche la raccolta differenziata
In Italia cresce la raccolta differenziata ma sono ancora scarse le iniziative per favorire il riuso e limitare i rifiuti. Il Veneto è la regione più virtuosa, male la Sicilia. Secondo il rapporto Rifiuti urbani 2020 dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), gli italiani nel 2019 hanno prodotto 30,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (-0,3% rispetto al 2018). La maggioranza è prodotta al Nord (47,9%) seguito dal Sud (30,3%) e infine dal Centro entro (21,8%). La media nazionale di raccolta differenziata ha raggiunto il 61,3% (+3,1 punti percentuale rispetto al 2018) mentre il 21% finisce in discarica. A livello di aree geografiche, primeggia anche in questo caso il Nord (69,6% di raccolta differenziata) seguito da Centro (58,1%) e Sud (50,6%).