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Quali sono i comportamenti d’acquisto degli italiani? Una nuova ricerca fa il punto sulla spesa

Come è cambiato nell’ultimo periodo il rapporto fra gli italiani e la spesa? Impossibile anche solo pensare che non sia cambiato a seguito di ciò a cui stiamo assistendo di questi tempi, come l’innalzamento dell’inflazione, la guerra in Ucraina, le difficoltà legate all’economia. Ovvio ritenere che i nostri connazionali facciano la spesa in modo “diverso”, come descrive il Nuovo Codice Consumi di GS1 Italy, presentato durante l’evento “La spesa e gli italiani: scenari e impatti sul sistema Paese”: la ricerca fondativa realizzata da Ipsos e McKinsey Company con l’obiettivo di comprendere a fondo i comportamenti d’acquisto degli italiani del 2022 e di immaginare quelli del 2030, delineando scenari strategici futuri per istituzioni e filiere del largo consumo.

Sei tendenze chiave

Il rapporto mette in luce sei tematiche chiave nel rapporto degli italiani con la spesa e i consumi: emozionalità di prodotti e marchi, innovazione dell’esperienza di consumo, omnicanalità ed esperienza d’acquisto, cura per l’ambiente e la persona, territorialità, convenienza e parsimonia. Le metodologie utilizzate evidenziano una nuova mappa dell’Italia, che integra due visioni complementari: l’Italia delle persone, composta da nove “comunità di sentire”, trasversali per età e collocazione geografica. Si tratta di community aperte e dinamiche, in cui gli individui entrano grazie a pulsioni, affinità, attitudini e passioni comuni, da cui altrettanto velocemente escono e in cui coesistono atteggiamenti e tensioni apparentemente in conflitto. l’Italia dei territori, con una nuova ripartizione, in cui i quattro territori sono stati identificati in virtù della composizione del tessuto sociale e produttivo che li caratterizza (grandi città, aree a prevalenza agricola, aree a prevalenza industriale e aree a prevalenza turistica) e che può essere utilizzata per analizzare i fenomeni locali, studiare il territorio e programmare attività specifiche per ogni area.

Consumatori mutevoli

Il Nuovo Codice Consumi fa emergere una nuova concezione della territorialità e fotografa una società altamente frammentata, con pulsioni contrastanti tra una costante ricerca delle origini e un desiderio imitativo e innovativo: gli sciami sono le nuove tribù: al posto degli “italiani”, intesi come gruppo unitario e sostanzialmente omogeneo, la ricerca ha messo in luce la presenza di community a geometria variabile e in movimento perpetuo, che si formano sull’onda di un sentire comune ma senza omogeneità implicite e che vivono integrando flussi emozionali e dimensioni comportamentali. Le motivazioni di acquisto sono la nuova espressione della territorialità perché si differenziano da zona a zona. Ciò che differenzia i territori sono le motivazioni di acquisto: gli stessi prodotti sono infatti acquistati in funzione di driver che sono specifici per territorio, e che, se colti, offrono una chiave di lettura in grado di rivoluzionare i meccanismi dell’offerta.

Il futuro è incerto: cresce propensione a risparmio e assicurazioni

Il Covid e la guerra rendono gli italiani pessimisti e incerti sul futuro. Se il Covid ha lasciato un segno profondo sulle aspettative degli italiani, per 1 su 2 il prossimo decennio sarà caratterizzato da una profonda incertezza, da instabilità e precarietà, ma anche da una maggiore propensione al risparmio. Dopo la pandemia, il 40% dei single italiani con figli piccoli è pronto a sottoscrivere una nuova copertura assicurativa, il 13% l’ha già stipulata, il 28% avrebbe voluto farlo, ma ha rinunciato per far fronte ad altre priorità di spesa. In ogni caso, salute e famiglia restano i primi beni da assicurare.
Lo ha scoperto una ricerca BVA-Doxa condotta per la seconda edizione dell’Osservatorio Change Lab, Italia 2030, realizzato da Groupama Assicurazioni.

Una sensazione generale di precarietà

Per 1 italiano su 2 (48%) il segno più evidente lasciato dalla pandemia è una sensazione generale di precarietà. Preoccupa anche l’incertezza riguardo alle prospettive finanziarie future (42%), che induce a una maggiore propensione al risparmio (33%). Percezioni amplificate tutte ulteriormente dalla guerra russa- ucraina, che ha accentuato la sensazione generale di instabilità in 6 italiani su 10 (60%).
L’insorgenza di nuovi conflitti internazionali è una delle maggiori preoccupazioni (57%), così come l’idea di perdere i propri cari (39%), avere gravi problemi di salute (36%), non riuscire a mantenere economicamente la propria famiglia (33%), e perdere i propri risparmi (28%).

Famiglia e figli i beni più cari da proteggere

Famiglia e figli sono in cima alla classifica dei beni più cari da proteggere (47%), seguiti da salute (41%), patrimonio e risparmi (30%). Per 4 italiani su 10 (39%) diventa prioritario garantire una serenità economica ai propri familiari facendo fruttare i capitali messi da parte. Più di 1/3 degli intervistati (34%) avrebbe voluto investire i propri risparmi, ma lo ha fatto solo il 20%. Il 14% non è ancora riuscito a concretizzare questo desiderio (27% giovani) mentre il 35% non ha avuto la possibilità di investimenti economici. I motivi principali degli investimenti effettuati sono far crescere i capitali risparmiati (46%), assicurarsi un futuro economicamente più tranquillo (31%), e non tenere ‘fermi’ troppi soldi sul conto (50%).

I più giovani hanno paura del futuro

Immaginando la propria vita da qui a 10 anni, il 51% degli italiani dichiara di vedere una prospettiva decisamente incerta. A far da contraltare è un 43% che trova nella speranza il sentimento che rispecchia maggiormente la propria visione del prossimo decennio. Per il 33% sarà il cambiamento/trasformazione a farla da padrone, ma il 26% non nega di avere paura del futuro, percentuale che sale al 34% nella fascia dai 18-34 anni. Ecco perché guardando al futuro, tra le coperture assicurative la salute rimane prioritaria per 4 italiani su 10 (40%), percentuale che sale al 64% per i single con figli grandi. Seguono le polizze sulla vita (28%), la previdenza integrativa (26%), e le soluzioni di investimento (14%), soprattutto per i più giovani (21%).

Italiani e web, una passione che riguarda (quasi) tutti

Impossibile pensare alle nostre vite senza Internet: e anche in Italia, paese dalla popolazione non esattamente giovanissima (oltre il 20% è infatti over 65), la penetrazione del web ha raggiunto livelli molto alti. Lo evidenzia l’ultima release di Datareportal, con i dati aggiornati a febbraio2022 relativi alla diffusione del web in Italia. Si scopre così che su una popolazione di 60,32 milioni di persone ci sono 78,22 milioni di connessioni via smartphone. Gli utilizzatori abituali di Internet sono 50,85 milioni, l’84,3 per cento della popolazione, mentre chi usa i social media abitualmente è il 71,6 per cento, 43,2 milioni di persone.

Quante sono le connessioni via smartphone

Il 97,3 per cento della popolazione italiana possiede uno smartphone, l’1,6 per cento un feature phone, il 75,4 per cento un computer laptop o desktop, il 53 per cento un tablet, il 36,8 per cento una console per videogiochi, il 28,1 per cento uno smartwatch, il 19,6 per cento un set top box per lo streaming, il 17,4 per cento almeno un dispositivo per smart home e solo il 2,8 per cento un casco per la realtà virtuale. Ogni giorno, i nostri connazionali trascorrono 6 ore e 9 minuti su Internet, 3 ore e 12 minuti guardando la TV, 1 ora e 47 minuti sui social media, 1 ora e 22 minuti leggendo testate giornalistiche online e su carta, 1 ora e 5 minuti ascoltando musica in streaming, 48 minuti giocando con una console e 29 minuti ascoltando podcast. Smartphone e computer sono gli strumenti più diffusi per navigare nel web, rispettivamente il 47,37 e il 50,49 per cento del traffico totale. Chrome è il browser più diffuso, utilizzato dal 66,74 per cento degli utenti, seguito da Safari al 18,50 per cento e Edge al 3,99 per cento. Google, Facebook e YouTube sono i siti più frequentati in assoluto, mentre Repubblica.it è la testata giornalistica più letta. 

Motori di ricerca e ricerche

Per quanto riguarda i motori di ricerca, Google è il numero uno, usato dal 94,67 per cento della popolazione, seguito a larga distanza da Bing con solamente il 3,33 per cento. Per quanto concerne invece le ricerche, dall’analisi si scopre che la celebrità più cercata su Google è stata Raffaella Carrà, lo show TV più visto in streaming Lupin su Netflix, e il film che ha guadagnato di più 007 No Time To Die. Il gioco mobile più giocato in Italia è Clash Royale.

Libri: cosa leggono i bambini italiani e perché

Per celebrare i suoi primi trent’anni, Il Battello a Vapore, marchio di libri per bambini e ragazzi di Edizioni Piemme, ha programmato diverse iniziative al Salone del Libro di Torino, tra cui la presentazione della ricerca commissionata a BVA Doxa, condotta allo scopo di cogliere gli aspetti di coinvolgimento capaci di alimentare la passione per la lettura dei ragazzi.
La ricerca ha coinvolto 500 tra ragazzi e ragazze di età compresa tra 8 e 11 anni e i loro genitori. E il 66% dei ragazzi dichiara che la lettura è un’attività che piace molto. Leggere non è un ‘dovere’, ma piuttosto un’attività che genera curiosità (57%), stimola la fantasia (54%), rimanda ai temi dell’avventura (47%) ed è generato dalla voglia di scoprire (46%).

Il libro ‘giusto’ li fa innamorare

Per la metà dei ragazzi è stato proprio quel ‘primo libro appassionante’ l’incentivo alla lettura di altri libri (47%). Un libro che è piaciuto particolarmente è infatti la scintilla che fa scattare la passione per la lettura (36%). Altrettanto importante il ruolo che i ragazzi riconoscono alla famiglia, che interviene con un suggerimento/regalo di un libro (34%). L’avvicinamento alla lettura per i ragazzi è frutto in buona parte di impegno da parte dei genitori che ne ha segnato la crescita: il 61% cercava di leggere libri insieme al figlio da piccolo, il 57% comprava libri che pensava potessero piacergli, il 55% parlava insieme dei libri letti e della lettura come di una vera e propria passione (51%). Più contenuto, ma sempre cruciale e irrinunciabile, il ruolo che giocano gli insegnanti (24%).

L’importanza dell’esempio dei genitori

L’importanza del ruolo dei genitori nel stimolare la lettura di libri da parte dei bambini è rafforzata dal fatto che loro stessi ne riconoscono benefici oggettivi. Tra i più importanti, la conoscenza di vocaboli (63%) e lo sviluppo delle capacità linguistiche (55%).
Accanto a questo lo sviluppo della fantasia e creatività (62%), elemento particolarmente accentuato per chi ha figlie femmine (66%). Tra i valori che la lettura dovrebbe comunicare, la curiosità (48%) e il rispetto (43%).

Cosa si aspettano i ragazzini da un libro?

Prima di tutto che riesca farli viaggiare con la fantasia in mondi immaginari (56%), desiderio più marcato tra le femmine. Ma anche un modo per ‘imparare cose nuove’ (47%), più citato dai maschi e quindi un modo per immedesimarsi nei personaggi (46%).  Anche i genitori hanno lo stesso modo di ricordare il loro approccio alla lettura durante l’infanzia. Il percorso fatto dai genitori, da ragazzi ad adulti lettori è la testimonianza di come sia importante far nascere e coltivare questa passione ‘da piccoli’. Da grandi però cambia in parte la sua percezione, e diventa momento di relax (58%) prima che curiosità (48%), voglia di scoprire (48%) e passatempo (46%), ma si conferma sempre una vera passione.

Il 29% delle aziende nel mondo è vittima di cyber attacchi

Allarme cybersecurity: i dati aziendali sono sempre più vulnerabili. Nell’ultimo anno il 29% delle aziende a livello mondiale ha infatti subito una violazione dei propri dati, e nonostante gli ingenti investimenti attuati nel settore della sicurezza, solo il 48% delle società, un’azienda su due, dispone di un piano formale per contrastare gli attacchi cyber. Si tratta di alcuni risultati del Data Threat Report 2022, la ricerca del gruppo francese Thales, effettuata e condotta in 17 paesi di tutto il mondo tramite interviste a oltre 2700 responsabili IT. In particolare, secondo la ricerca, il 21% degli intervistati ha raccontato di avere subito un attacco ransomware nel corso dell’ultimo anno, e il 20% del campione ha affermato di avere pagato o pagherebbe un riscatto per rientrare in possesso dei propri dati.

L’aumento del rischio è legato all’adozione crescente del cloud

L’indagine è stata svolta con l’obiettivo di comprendere quali sono i trend che guidano e spingono verso significativi cambiamenti nel settore della sicurezza, e quali i temi legati alla cybersecurity, fondamentali e imprescindibili di un mondo sempre più connesso. Tra le minacce più frequenti sono emersi attacchi di tipo ransomware, tecniche come il phishing e ambienti sempre più vulnerabili, come le piattaforme cloud.
Nel report viene evidenziato infatti come l’aumento del rischio sia legato soprattutto all’adozione crescente del cloud da parte delle aziende.

Ma il 41% delle società non intende investire per la sicurezza

Infatti, il 32% degli intervistati ha affermato di archiviare nel cloud almeno la metà dei propri dati. Tuttavia, l’uso della crittografia risulta molto basso, in quanto metà degli intervistati ha dichiarato di aver crittografato solo il 40% dei propri dati sensibili. Ma lo studio di Thales ha rilevato anche come a fronte di una situazione così allarmante ben il 41% delle società ha ammesso comunque di non avere in programma l’investimento di ulteriori risorse economiche per la sicurezza. Questo, nonostante un’impresa su due non abbia piani di difesa.   Queste tematiche sono state affrontate nello stand Thales del Cybertech Europe da Luca Calindri, Data Protection Country Sales Manager della società per l’Italia e Malta.

Una conferenza internazionale sulla cyber-tecnologia

Thales ha partecipato infatti alla nuova edizione di Cybertech Europe, la conferenza internazionale sulla cyber-tecnologia che si è tenuta a Roma il 10 e 11 maggio. Con uno spazio dedicato, riporta Adnkronos, il Gruppo Thales ha presentato alla kermesse prodotti e soluzioni innovativi di tre delle sue aree di business, Cloud Protection & Licensing, Banking & Payment Services e Secure Communications & Information Systems.

Rivoluzione per WhatsApp: arrivano le Community

resto sarà più semplice mandare messaggi a un gruppo numeroso di persone su WhatsApp. L’app di messaggistica del Gruppo Meta sta introducendo la funzione Community in rollout in tutto il mondo. Si tratta di un nuovo sistema di conversazioni multiple che supera i limiti della sezione ‘gruppi’. La nuova funzione prevede di avere il numero di telefono degli interlocutori per poterli aggiungere, e pone il limite a 256 partecipanti. Con le community di WhatsApp, organizzazioni come scuole, uffici e aziende possono organizzarsi più facilmente, e gli amministratori delle chat possono mandare lo stesso messaggio a tutti contemporaneamente, anche se fanno parte di diversi gruppi.
Secondo Meta si tratta dell’evoluzione dell’app in accordo con l’uso che molti ne fanno già ora.

Solo gli amministratori potranno mandare un messaggio a tutti gli utenti

Solo gli amministratori però, riporta Adnkronos, potranno mandare un messaggio a tutti gli utenti della community, mentre i partecipanti potranno dialogare solamente nei sottogruppi.
Per essere aggiunti a una comunità l’amministratore deve avere il nostro numero telefonico, che sarà visibile solo a lui e agli altri membri del sottogruppo.
Ma WhatsApp ha preparato anche un’altra novità nell’aggiornamento, ovvero le reazioni ai messaggi. E presto le chiamate vocali accetteranno un limite massimo di 32 partecipanti.

Meno chat più social

L’obiettivo di Community è quello di riunire sulla chat più gruppi i cui membri si conoscono e si riuniscono in base a un interesse comune, per raggiungere in maniera veloce, con pochi messaggi, un pubblico maggiore.
“Con il lancio di oggi – spiega Mark Zuckerberg -, ci siamo spinti oltre permettendo alle persone di comunicare non solo con gli amici e con i contatti più stretti, ma anche con tutte le diverse community che fanno parte della loro vita. Costruiremo funzioni di messaggistica comunitaria anche per Messenger, Facebook e Instagram”.
Per quanto riguarda la scuola, ad esempio, se a oggi esistono numerosi gruppi relativi a classi e sezioni, gruppi sportivi o di studio, con Community si potrà creare un unico ‘super-gruppo’ utile agli amministratori per inviare avvisi generali su attività che interessano più studenti, notifiche su orari o criticità e molto altro.

Evitare comunicazioni superflue o sovraccarichi

Allo stesso modo, aziende, enti e organizzazioni possono creare le loro comunità per sfruttare WhatsApp come se fosse una bacheca, riferisce Ansa. Il motivo per cui gli iscritti alle Community, i membri dei singoli gruppi aggiunti, possono solo leggere le chat, senza commentare, è semplice. “In questo modo, si eviteranno comunicazioni superflue o sovraccarichi”, spiega WhatsApp, precisando che come nelle chat singole e nei gruppi le conversazioni delle comunità sono protette dalla crittografia end-to-end. In modo che nessun utente, al di fuori delle stanze, possa accedere ai messaggi.

Giovani e device: più di 1 su 2 cerca meno il contatto fisico

Una ricerca condotta dall’Istituto Piepoli per conto del Moige, il Movimento italiano genitori, fa emergere dati preoccupanti. Da quando è scoppiata l’emergenza pandemica il tempo trascorso dai ragazzi davanti ai device tecnologici è aumentato del 67% (+48% nel nord ovest, +71% nel nord est, +71% al centro, +74% al sud, +76% nelle isole). Questo, escluso l’impegno per la DAD. E i genitori sono preoccupati: l’87% di loro ha infatti riscontrato sui propri figli effetti negativi dovuti a un ricorso sempre maggiore della tecnologia nella vita quotidiana. Un altro dato significativo emerso è quello delle conseguenze dovute all’aumento del ricorso al digitale sui rapporti sociali tra i bambini e gli adolescenti. Il 52% dei genitori ha segnalato la perdita del contatto fisico con gli altri coetanei.

Non solo effetti negativi: la tecnologia compensa la mancanza di relazioni

A livello territoriale, la ricerca segnala come i giovani delle isole abbiano maggiormente risentito dell’aumento di utilizzo di device, con addirittura il 94% degli intervistati che ne ha riscontrato gli effetti negativi. Di contro, il 77% riconosce che l’uso dei device ha compensato la mancanza di relazioni aiutando i figli ad affrontare la chiusura forzata e mantenere così le relazioni sociali.
Per questo motivo è partito da Ravenna il web tour del progetto Comunità in rete contro i cyber risk, promosso dal Moige, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Un progetto per diffondere una “sana” cultura digitale 

La campagna coinvolgerà 400 scuole primarie e secondarie di I e II grado sul territorio italiano, oltre a studenti, Giovani Ambasciatori, docenti e genitori degli studenti con l’obiettivo di diffondere una cultura digitale per sensibilizzare sui rischi connessi a un uso improprio delle nuove tecnologie. Il progetto ha inoltre lo scopo di supportare i ragazzi nell’acquisizione di competenze per una gestione costruttiva dei conflitti interpersonali, fornire alle famiglie una formazione digitale consapevole per fronteggiare i pericoli della rete, contrastare il fenomeno delle fake news e informare l’opinione pubblica per contrastare la trasmissione, anche involontaria, di comportamenti devianti ai minori.

Promuovere l’uso corretto del web

Gli studenti saranno protagonisti in prima linea per promuovere l’uso corretto del web, e verrà messo a disposizione delle scuole anche il Centro mobile digitale, una piattaforma con contenuti realizzati da esperti raggiungibili in qualsiasi momento. Anche i Comuni prenderanno parte all’iniziativa, tramite la creazione di uno sportello territoriale per integrare i servizi di supporto e welfare nelle scuole, integrando la presenza di figure specializzate a fronteggiare tempestivamente fenomeni di bullismo e cyberbullismo.

I giovani e la finanza, il risparmio è ancora una priorità

Cosa vogliono i giovani e sopratutto cosa si aspettano dal loro futuro, anche in termini finanziari? Nonostante le perplessità, i desideri potrebbero essere più simili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti rispetto a quello che si potrebbe pensare. A dirlo è una recente indagine BVA Doxa condotta per Invesco, svolta su un campione di 750 ragazzi in tutta Italia così composto: per genere 50% donne e 50% uomini; per fascia d’età 33% Z Tribe (18-24 anni), Nouveau Millennials (25-29 anni) e Mid Millennials (30-34 anni).

Gli obiettivi a breve e lungo termine

Nel breve periodo, 4 su 10 hanno in programma di risparmiare per il futuro (39%) e praticamente la stessa quota vuole investire il proprio denaro (35%) e, solo dopo, pensano a fare molti viaggi (32%).
Anche i progetti nel lungo periodo esprimono una forte apertura al mondo finanziario: tra quelli più importanti troviamo l’investimento in fondi (29%), seguito dal volersi costruire una pensione (27%), che è ancora più forte tra i Nouveau Millennials (30%). Anche l’aspetto della realizzazione futura acquista importanza su un orizzonte di lungo periodo: come il risparmiare (27%), farsi una famiglia propria (26%) ed investire nell’immobile (23%). Inoltre, sono consapevoli dell’utilità della pianificazione per risparmiare (84%), per realizzare i propri sogni (79%) e per vivere serenamente (71%).

Poche certezze

I giovani intervistati sanno di non poter contare su quelle certezze che hanno caratterizzato l’epoca welfare dei loro genitori, dimostrano di possedere una lucida consapevolezza che ha consentito loro di sviluppare la saggezza antica dei nonni, iniziare cioè il più presto possibile a risparmiare, mettere da parte, accumulare certe somme di denaro che serviranno in futuro per realizzare progetti (la casa, un’attività imprenditoriale in proprio, l’auto, la casa per i figli) e per garantirsi un benessere di base parallelo o complementare al reddito da lavoro in epoche successive.

Il consulente finanziario è… un influencer

Il 70% del campione non ha un consulente finanziario anche se tre giovani su cinque lo considerano importante; le giovani generazioni svelano una precocità di conoscenze e iniziative molto più spiccata e nuova rispetto agli adulti appartenenti alle generazioni precedenti, ma la loro sensibilità ed educazione finanziaria si formano per la gran parte in famiglia, ad opera di genitori e nonni. I giovani ritengono che occuparsi e parlare di finanza sia smart, sia di moda, seguono i cosiddetti finfluencer (influencer finanziari) soprattutto su Instagram e alcuni giovanissimi si dichiarano affascinati dai robo-advisor, da cripto-valute, bitcoins e NFT, ma il loro cruccio maggiore resta il futuro pensionistico.

Investimenti in R&S, il motore della ripresa

Le risorse destinante alla ricerca e sviluppo previste nel PNRR ammontano a circa 17 miliardi di euro, circa il 7,5% complessivo del totale. La maggior parte si concentrano su ricerca applicata e sviluppo sperimentale (10 miliardi), ricerca di base (4 miliardi), azioni trasversali e di supporto (1,88 miliardi) e trasferimento tecnologico (380 milioni). 

Sono alcuni dati emersi dalla terza edizione della Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia – Analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia del CNR. Il PNRR costituisce un’occasione irripetibile “per instaurare il circolo virtuoso tra ricerca e innovazione e sviluppo economico e sociale del paese – afferma Maria Chiara Carrozza, presidente del CNR – e avviare numerosi progetti di sviluppo scientifico e tecnologico e nuove collaborazioni tra mondo accademico, amministrazione pubblica, enti locali e industria”.

Spesa per R&S in rapporto al PIL all’1,4%

Per quanto riguarda i Programmi Quadro europei, l’Italia contribuisce al bilancio per la ricerca comunitaria con il 12,5%, ma i finanziamenti che ritornano sono pari all’8,7%. Ciò dipende anche dal fatto che i ricercatori in Italia sono meno rispetto ai nostri partner europei (6 su mille unità di forza lavoro contro oltre 10 in Francia e Germania).

In Italia la spesa per R&S in rapporto al PIL è in lieve ripresa (1,4%), poiché gli stanziamenti pubblici hanno smesso di ridursi. Anche l’andamento del personale addetto alla R&S cresce, grazie all’incremento del personale nelle imprese, che ha raggiunto 218mila addetti.

Gli iscritti al dottorato sono meno della media UE

Solo lo 0,5% della popolazione in età lavorativa in Italia ha però il dottorato di ricerca, contro l’1,2% della media dell’Unione. Anche gli iscritti al dottorato sono meno della media UE: lo 0,14% contro lo 0,28%. Non sorprende poi che una parte dei nostri studenti svolga il dottorato all’estero: dopo 6 anni dal conseguimento del titolo il reddito medio mensile in Italia è pari a 1.679 euro contro 2.700 all’estero.

È necessario aumentare il numero di coloro che conseguono questo titolo, circa 10 mila studenti l’anno, per compiere un salto nella specializzazione tecnologica e produttiva verso settori e industrie a più elevato contenuto di conoscenza, riporta Italpress.

Più della metà dei dottori di ricerca è donna

La quota di donne rappresenta più della metà dei dottori di ricerca, ma gli uomini coprono il 60% dei posti nelle STEM e le donne il 58% nelle altre materie. Il gap salariale esplode nelle scienze mediche, dove gli uomini, dopo 4-6 anni dal conseguimento del titolo, guadagnano 704 euro in più delle donne. 

Per quanto riguarda la produzione scientifica, si conferma una comunità accademica e della ricerca che risponde alle incertezze istituzionali generando una quantità di pubblicazioni scientifiche pari al 5% sul totale mondiale, e con un impatto in aumento. La produzione di brevetti continua a essere però sotto paesi come Germania e Francia, con 4.600 brevetti italiani depositati all’Ufficio Europeo del Brevetto nel 2020, contro 25.954 in Germania e 10.554 in Francia.

Dop economy, nel 2020 ‘tiene’ e raggiunge 16,6 miliardi

La Dop economy vale il 19% del fatturato complessivo del settore agroalimentare nazionale, e nell’anno segnato dalla pandemia raggiunge 16,6 miliardi di valore alla produzione (-2%) e 9,5 miliardi di export (-0,1%), pari al 20% delle esportazioni nazionali di settore. Questo grazie al contributo delle grandi produzioni certificate, anche se non mancano elementi che confermano un forte dinamismo del sistema delle Indicazioni Geografiche italiane, fra cui l’affermarsi di categorie come le paste alimentari o i prodotti della panetteria e pasticceria. Lo attesta l’analisi del XIX Rapporto Ismea- Qualivita sul settore italiano dei prodotti Dop Igp.

Export a 5,6 miliardi, -1,3% su base annua ma +71% dal 2010

Le esportazioni dei prodotti Dop Igp hanno un peso del 20% nell’export agroalimentare italiano, e raggiungono 5,6 miliardi, per un -1,3% su base annua e un trend del +71% dal 2010. Risentono degli effetti della pandemia soprattutto i mercati extra-UE (-4,3%), mentre cresce l’export in UE (+4,1%) con incrementi a doppia cifra per i Paesi scandinavi e del Nord Europa. Ma i mercati principali si confermano Germania (770 milioni), Usa (647 milioni), Francia (520 milioni) e Regno Unito (268 milioni). Il valore complessivo è frutto anche di un andamento diverso fra i comparti cibo e vino, con il cibo che con 3,92 miliardi registra un incremento del valore esportato del +1,6%, e il vino, che con 5,57 miliardi mostra un calo del -1,3%.

Si conferma la concentrazione del valore nel Nord Italia

Tutte le regioni e le province italiane registrano un impatto economico delle filiere Dop Igp, anche se si conferma la concentrazione del valore nel Nord Italia.
Fra le prime venti province per valore, ben undici sono delle regioni del Nord-Est, a partire dalle prime tre, Treviso, Parma e Verona, che registrano un impatto territoriale oltre il miliardo. Nel 2020 solo l’area Sud e Isole mostra un incremento complessivo del valore rispetto all’anno precedente (+7,5%), con crescite importanti soprattutto per Puglia e Sardegna.

Agroalimentare e vitivinicolo 

L’agroalimentare italiano Dop Igp Stg, riporta Italpress, coinvolge oltre 86mila operatori, 165 Consorzi autorizzati e 46 organismi di controllo. Nel 2020 raggiunge 7,3 miliardi di valore alla produzione, per un -3,8% in un anno e un trend del +29% dal 2010. Stabile il valore al consumo a 15,2 miliardi, per un andamento del +34% sul 2010.
Il vitivinicolo italiano Dop Igp coinvolge invece oltre 113mila operatori, 121 Consorzi autorizzati e 12 organismi di controllo. Nel 2020 registra 24,3 milioni di ettolitri di vino Ig imbottigliato (+1,7% in un anno), con le Dop che rappresentano il 68% della produzione e le Igp il 32%. Il valore della produzione sfusa di vini Ig è di 3,2 miliardi, mentre all’imbottigliato è 9,3 miliardi (-0,6%), con le Dop che ricoprono un peso economico pari all’81%.