L’Italia è 14a in Europa per gender gap

Con 63 punti su 100 l’Italia si colloca al 14° posto fra gli stati dell’Unione per disparità di genere. Questa è infatti la posizione del nostro Paese all’interno del Gender Equality Index 2019, l’Indice annuale di parità curato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. La buona notizia però è che il punteggio italiano, che risulta 4,4 punti sotto la media europea, è comunque salito di 3,8 punti tra il 2005 e il 2017. È quanto ha spiegato il Cnel nel corso di un’audizione alla Camera alla Commissione Lavoro della Camera, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge sulle modifiche al codice delle pari opportunità tra uomo e donna.

“Non andiamo bene, ma andiamo meno peggio di altri”

Riguardo la disparità retributiva di genere “non andiamo bene, ma andiamo meno peggio di altri”, commenta il presidente del Cnel, Tiziano Treu, in audizione presso la Commissione Lavoro della Camera. Un dato positivo, spiega il Cnel, è che secondo l’Indice con 88,7 punti l’Italia registra la migliore performance di parità nel campo salute. Male invece le voci lavoro (63,1 punti) e raggiungimento di posizioni di vertice nella società (47,6 punti).

Nel settore conoscenza l’Italia invece registra, nei 12 anni presi in esame, una crescita di 7,1 punti, riporta Ansa.

Nel 2017 gli occupati maschi guadagnano il 7,4% rispetto alle donne

Nell’analisi presentata dal Cnel da un confronto tra gli ultimi dati Istat e quelli della Commissione Europea, entrambi relativi all’anno 2017, emerge che in Italia per gli occupati maschi la retribuzione oraria mediana è di 11,61 euro, superiore del 7,4% rispetto a quella delle donne, che si attesta sui 10,81 euro. Un trend, tuttavia. che risulta essere in calo rispetto all’8,8% registrato nel 2014. Questo, sottolinea il Cnel, per effetto di una maggiore crescita della retribuzione oraria mediana delle donne, salita del +2,4%, rispetto a quella maschile, cresciuta “solo” del +1%.

Un minore divario retributivo non significa che le donne siano pagate meglio

Si tratta di dati che consentono all’Italia di essere uno dei paesi Ue con il minore differenziale retributivo tra uomini e donne. Tanto che in Francia e in Spagna il differenziale è maggiore rispetto a quello italiano, così come in Germania, dove risulta anche più marcato. Tuttavia, come rilevato dalla Commissione europea, un minore divario retributivo di genere, in alcuni Paesi, non significa automaticamente che le donne siano pagate meglio. Un divario retributivo più basso spesso si verifica in Paesi caratterizzati da un tasso di occupazione femminile più basso. È proprio il caso dell’Italia, dove la differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile è il secondo più alto nella Ue, più che doppio rispetto a Germania e Francia. Per questo motivo il Cnel sottolinea come la questione fondamentale sia portare più donne sul mercato del lavoro.

Nel 2019 crolla la produzione industriale italiana

Nel 2019 crolla la produzione dell’industria, e con una riduzione dell’1,3% segna il calo peggiore dal 2014 e la maggior contrazione registrata dal 2013. Secondo l’Istat il calo nel 2019 è stato dell’1,3% in media rispetto al 2018, quando si era registrata una crescita dello 0,6%. Su base mensile a dicembre la produzione ha segnato -2,7% rispetto a novembre, il calo più forte da gennaio 2018, mentre nel quarto trimestre 2019 la flessione è dell’1,4%, la più marcata dal 2012. Su base annua la diminuzione registrata dall’Istat è del 4,3%.

La flessione, secondo l’Istat, è più marcata per i beni intermedi e meno per i beni strumentali. Tra i settori che hanno subìto le maggiori flessioni a livello annuale quello dell’auto (-13,9%), e tra quelli meno colpiti computer, prodotti di elettronica e ottica, industria alimentare, bevande e tabacco.

A dicembre -2,7% rispetto a novembre, e -4,3% su dicembre 2018

A dicembre il calo è stato ancora maggiore: -2,7% rispetto a novembre e -4,3% su dicembre 2018. Il calo tendenziale del 4,3% è il peggiore da dicembre 2018, quando segnò un -5,7%, mentre la diminuzione congiunturale del 2,7% è la più bassa da gennaio 2018 (-3,2%). Male anche il quarto trimestre, che ha evidenziato una diminuzione dell’1,4%. In forte calo, lo scorso anno, anche la produzione auto, scesa del 13,9%, la diminuzione più marcata dal 2012. Mentre a dicembre 2019 la produzione di autoveicoli è diminuita dell’8,6%.

“Considerando l’evoluzione congiunturale dello scorso anno, si è registrato un aumento solo nel primo trimestre (al netto dei fattori stagionali), mentre nei successivi si sono avute continue flessioni, con un calo più marcato negli ultimi tre mesi dell’anno”, spiega l’istituto di statistica, riporta AGI.

Su base mensile marcate diminuzioni congiunturali in tutti i comparti

Nel complesso, nel quarto trimestre il livello della produzione registra una flessione dell’1,4% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile mostra marcate diminuzioni congiunturali in tutti i comparti, con variazioni negative che segnano i beni intermedi (-2,8%), l’energia e i beni di consumo (-2,5% per entrambi i raggruppamenti) e i beni strumentali (-2,3%), riporta Adnkronos. Su base tendenziale e al netto degli effetti di calendario, a dicembre 2019 si registrano accentuate diminuzioni per i beni intermedi (-6,6%), l’energia (-6,0%) e i beni strumentali (-4,7%). Un decremento più contenuto si osserva per i beni di consumo (-0,8%).

Incrementi tendenziali solo per computer, prodotti di elettronica, industria alimentare

I soli settori di attività economica che registrano incrementi tendenziali sono la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (+5,3%), l’industria alimentare, bevande e tabacco (+2,9%) e le altre industrie (+1,1%). Tra i rimanenti settori le maggiori flessioni si registrano nelle industrie (-10,4%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-9,3%) e nella fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-7,7%).

Pagare in contanti, si abbassa il limite a 2.000 euro

Ridurre l’uso del denaro contante per tracciare le transazioni. Questo è il motivo per cui la soglia per i pagamenti in contanti torna ad essere abbassata, con l’obiettivo di riportarla ai limiti del 2011. Ovvero, a 999,99 euro. Dal primo luglio 2020 scatta infatti il nuovo limite ai pagamenti in contanti, che inizialmente scenderanno da 3mila a 2mila euro, per poi essere nuovamente abbassato a 999.99 euro nel 2022. È una delle novità della manovra economica 2020 per limitare l’utilizzo del contante e tentare di ridurre l’evasione fiscale. Tanto che con la nuova limitazione dell’utilizzo del denaro contante verrà aggiornata anche l’esistente normativa antiriciclaggio.

In origine il limite era fissato a 999,99 euro

Originariamente, il limite per i pagamenti in contanti in Italia era fissato a 999,99 euro, come stabilito dalla direttiva del 13 agosto 2011. Tale limite era valido sia per i contanti sia per i pagamenti tramite gli assegni, ma anche per i libretti di deposito al portatore e di titoli al portatore. Con il governo Renzi il limite venne successivamente innalzato fino a portarlo agli attuali 3mila euro. A eccezione dei money transfer e degli assegni, per i quali la soglia è sempre rimasta a 999,99 euro.

Una riduzione progressiva per tornare alla soglia del 2011

Con la nuova legge di bilancio verrà introdotta quindi una riduzione progressiva a scaglioni, che nel giro di due anni riporterà il limite a 999,99. Per la precisione il prossimo primo luglio scatterò il primo step con l’abbassamento da 2999,99 euro a 1999,99 euro, mentre a partire dal primo gennaio 2022 partirà il secondo step con il ritorno ai livelli del 2011. Queste scadenze tuttavia sono ancora da confermare e sono suscettibili dei cambiamenti politici che potrebbero avvenire nei prossimi mesi.

Anche prestiti e donazioni sottoposti alla misura

Il nuovo limite al contante sarà valido anche per i trasferimenti di denaro intesi come donazioni o come prestiti fra parenti. Se un genitore vuole ad esempio dare 5mila euro al proprio figlio non potrà farlo in contanti, ma attraverso bonifico o assegno non trasferibile. Se una persone dovesse contravvenire alla nuova norma potrà incorrere in una sanzione pecuniaria che va dai 3mila ai 50mila euro, a seconda ovviamente della quantità di denaro trasferito illegalmente. In questo caso inoltre, la pena graverà su entrambe le parti della transazione finanziaria, ovvero sia su chi invia il denaro sia su chi lo riceve.

Un’impresa su tre utilizza misure per la cybersecurity

Il 92,9% delle imprese italiane con almeno 10 addetti adotta almeno una misura di cybersecurity. Il comportamento delle imprese di minore dimensione determina la diffusione soprattutto di misure di sicurezza meno sofisticate, come l’aggiornamento del software (89,5%), l’autenticazione con password (82,2%) e il back-up dei dati (79,2%). Al contrario, le misure più sofisticate sono utilizzate da una quota esigua di imprese. Lo rileva l’Istat nel Report 2019 su Imprese e Ict, spiegando che le imprese che adottano misure di sicurezza avanzate, come quelle per l’analisi degli incidenti di sicurezza, ad esempio, la conservazione dei file di registro (40,6%), o preventive, come le pratiche di valutazione del rischio e l’esecuzione periodica di test di sicurezza dei sistemi (circa 33%), sono i quantità minore.

L’accesso alla rete espone a possibili attacchi o intrusioni dall’esterno

L’accesso alla rete e l’utilizzo di strumenti informatici e applicazioni espongono le imprese a possibili attacchi o intrusioni dall’esterno. Nel 2019, infatti, il 10,1% delle imprese con almeno 10 addetti (il 21,7% nel caso delle imprese con almeno 250 addetti) ha dichiarato di aver avuto nel corso dell’anno precedente almeno uno di questi problemi, spiega l’Istat. Tra le misure di sicurezza più sofisticate solo il 4,5% utilizza metodi biometrici per l’identificazione e l’autenticazione dell’utente, come riconoscimento del viso, della voce o delle impronte digitali, il 20,4% utilizza la crittografia per dati, documenti o email, riporta Ansa.

Il 69,1% delle imprese Tlc adottano documenti sulla sicurezza

Il 34,4% delle imprese, inoltre, dispone di documenti relativi a misure, pratiche o procedure connesse alla sicurezza informatica che riguardano, ad esempio, la formazione degli addetti sull’uso sicuro degli strumenti informatici, o la valutazione delle misure di sicurezza adottate. Di queste imprese l’80,7% ha definito o aggiornato tali documenti negli ultimi 12 mesi. A livello settoriale, le imprese delle telecomunicazioni hanno adottato documenti sulla sicurezza nel 69,1% dei casi, a cui seguono quelle dell’informatica (65,0%) e delle attività editoriali (53,1%), mentre in coda si posizionano le imprese dei servizi postali e attività di corriere (13,7%) e della ristorazione (14,9%).

Le aree connesse alla gestione dei dati di accesso le più trattate

Nei documenti sulla sicurezza informatica adottati dalle imprese vengono trattate maggiormente le aree connesse alla gestione dei dati di accesso per l’utilizzo degli strumenti informatici (91,2%), seguono le misure per il trattamento dei dati (94,8%) e la responsabilità degli addetti nell’ambito dell’utilizzo di strumenti, quali, ad esempio, email, social media, dispositivi mobili (84,6%).

Il 13,0% delle imprese con almeno 10 addetti (31,3% delle grandi imprese) ha dichiarato invece di essersi assicurato contro incidenti connessi alla sicurezza ICT.

 

Studenti fumatori, nel 2018 il 56,9% ha provato almeno una volta

Nel 2018 il 56,9% degli studenti, circa un milione e mezzo, hanno provato il fumo di una sigaretta almeno una volta nella vita. E sebbene dal 2000 l’andamento sia in calo costante, erano il 67,5%, la prevalenza dei fumatori oggi aumenta con l’età, mentre per quanto riguarda il genere, dopo i 16 anni sono le femmine a mostrare quote più alte dei coetanei. Dopo la riduzione registrata nel 2011 la forbice torna infatti ad ampliarsi nel 2018, con il 55,9% delle ragazze contro il 58,0% dei maschi.

Si tratta dei risultati della ricerca ESPAD Italia condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr.

Nell’ultimo anno il 40,8% dei ragazzi fuma

Nell’ultima rilevazione ESPAD Italia la prevalenza degli studenti fumatori si attesta al 40,8%, ovvero quasi 1 milione e 100 mila studenti, sempre con le femmine generalmente in quote più alte. Considerando invece il fumo di almeno una sigaretta al giorno sono circa 600 mila gli studenti, pari al 21.7% degli intervistati, il valore più basso rilevato nel periodo 2004-2018.

Nel corso degli anni si abbassa poi considerevolmente la percentuale degli studenti italiani che descrive come “molto facile” il reperimento di sigarette, passati dall’83,3% nel 1999 al 46,3% nel 2017, anche se in modo speculare cresce la valutazione di “abbastanza facile”, passata dal 10% (2002-2004) al 23% (2016-2017).

Meno consumo di sigarette, ma aumenta la quota di quanti provano la sigaretta elettronica

Le rilevazioni ESPAD Italia hanno registrato tra il 1999 e il 2018 che il consumo di nicotina inizia generalmente in età adolescenziale. Cresce infatti nel tempo la tendenza a provare la sigaretta oltre i 15 anni, ma le percentuali più alte (oltre un quarto) sono quelle di chi ha avuto la prima esperienza di fumo a 14 anni, e 100 mila studenti hanno provato addirittura prima dei 12 anni.

Se il consumo di sigarette mostra un trend in continua discesa, contestualmente cresce però in maniera costante la quota di quanti riferiscono di aver provato la sigaretta elettronica (e-cig) almeno una volta nella vita, dal 33% nel 2013 al 37,9% nel 2018, corrispondente a circa un milione di studenti.

Divieto ai minorenni, in 200mila lo ignorano

Nel 2018 gli studenti che hanno riferito una duplice abitudine al fumo (sigarette ed e-cig) sono oltre 650 mila (25,2%). La ricerca ha rilevato anche altre forme di consumo del tabacco, come l’uso di pipa ad acqua (5,6% ), tabacco da sniffo o da fiuto (3,3%) e sigarette senza combustione, le Heat Not Burn (HNB), commercializzate in Italia come IQOS (I Quit Ordinary Smoking), che hanno conquistato 130 mila adolescenti (5%). Sebbene nel 2018 il 70,4% degli studenti fosse consapevole del divieto di fumo ai minorenni, 200 mila di loro lo ignoravano oppure ritenevano valesse solo fino a 14 o 16 anni.

La diversità in azienda? A sorpresa, è ancora una questione di genere

Anche nel 2019, la diversità sul posto di lavoro è connessa al genere. Per dirla piatta, al fatto di essere uomini o donne. Sembra impossibile, eppure è proprio così: a dirlo è InfoJobs, piattaforma specializzata nella ricerca di lavoro online, che ha presentato una ricerca condotta su aziende e candidati sul tema lavoro e diversity. In particolare, la società – che conta 5,4 milioni di utenti registrati e oltre 5.000 aziende attive nel 2018 ed è quindi un osservatorio privilegiato e attendibile – ha chiesto ai candidati cosa fosse per loro la diversity in azienda e come venga vissuta, mentre alle aziende e agli Hr ha chiesto non solo che politiche vengano messe in atto, ma anche se e come la diversity venga considerata in fase di recruiting.

Pari opportunità? La strada è ancora lunga

Alla domanda “cosa è la diversity”, ben il 71% degli intervistati ha dichiarato che la diversità è una questione di genere. A grandissima distanza seguono altre motivazioni come la nazionalità (23%), l’orientamento sessuale (6%), il colore della pelle (4%) e il credo religioso (3%). “Nonostante una popolazione lavorativa al 42,1% femminile e un campione di oltre 1.300 rispondenti di età compresa tra i 26 e i 55 anni ed equamente diviso tra uomini e donne, per i candidati il tema più sentito è quello delle pari opportunità. La strada da fare è ancora lunga, per questo è importante per noi come osservatorio dare il nostro contributo per stimolare il dibattito e la riflessione su un tema chiave come questo” ha commentato Filippo Saini, head of job di InfoJobs.

Come ti senti al lavoro?

Alla domanda se ci si è mai sentiti “diversi” sul posto di lavoro, il 52% dei rispondenti ha detto sì, sebbene si sia trattato di episodi isolati nel 34% dei casi. Non è un dato percentualmente alto anche quel 16% che afferma di di non sentirsi diverso perché l’ambiente in cui lavora è inclusivo e valorizza la diversità. A molti è poi capitato di assistere a episodi discriminatori: il 33,5%, mentre un altro 60% dice di non avervi mai assistito.

Il sentiment sulla diversità in azienda

La diversità viene vissuta bene nel 30% dei casi, o perché ci sono politiche specifiche di inclusione (18%), oppure perché, anche in assenza di politiche specifiche, l’azienda valorizza la diversità (12%). Male per il 23%, perché ci sono politiche che vengono ignorate (12%) oppure per discriminazione vera e propria (11%). Spopola però il sentimento di indifferenza:  per il 47% non ci si presta attenzione, nel bene e nel male. L’88% dei candidati dichiara di sapere cosa sia il diversity management, ma per il 52% significa trattare tutti allo stesso modo, mentre solo per il 36% significa valorizzare le differenze. Sono ancora relativamente poche le figure che seguono la diversity management: il 20% delle aziende ha una persona che se ne occupa, però il 13% sta lavorando per crearla, mentre il 24,5% dichiara di non averlo in piano ma che ce ne sarebbe bisogno.

Smart building, anche gli edifici intelligenti a rischio cyberattacchi

I computer che gestiscono i cosiddetti smart building sono a rischio di attacco informatico. Secondo una recente ricerca, condotta dagli esperti di Kaspersky, solo nelle prima metà del 2019 sarebbero 4 su 10 i computer che gestiscono gli edifici intelligenti attaccati da malaware. E l’Italia sarebbe il paese più colpito.

Smart building, come funzionano

Serve però fare un passo indietro per capire come “funziona” uno smart building. In linea generale, i sistemi di automazione degli edifici intelligenti sono costituiti da sensori e controller usati per monitorare e automatizzare il funzionamento di ascensori, impianti di vario genere come quello di ventilazione, di climatizzazione, elettrici, di fornitura idrica, di video sorveglianza, o allarmi anti-incendio e sistemi di controllo degli accessi e molte altre informazioni critiche e sistemi di sicurezza. Questi sistemi sono solitamente gestiti e controllati da normali workstation che, spesso, sono connesse a internet. Un attacco riuscito contro una di queste workstation può facilmente concludersi con il mal funzionamento di uno o più sistemi critici dello smart building. E non si tratta di fantascienza, ma di rischi reali.

I risultati dell’indagine

La ricerca ha evidenziato “che più dell’11% dei computer per la gestione dei sistemi di smart building presi di mira (37.8%), è stato attaccato da diverse versioni di spyware, ovvero malware che hanno l’obiettivo di rubare le credenziali degli account e altre informazioni importanti. Sono stati rilevati dei worm sul 10.8% delle workstation, mentre il 7.8% è stato oggetto di tentativi di phishing e il 4.2% è stato vittima di ransomware”. La maggior parte di queste minacce proveniva da internet con il 26% dei tentativi di infezione nati sul web. Nel 10% dei casi, i responsabili dell’infezione sono stati i supporti rimovibili, incluse le chiavette USB, gli hard-driver esterni e altri dispositivi. Un ulteriore 10% proveniva da link e allegati mandati via mail. L’1,5% dei computer degli smart building sono stati attaccati da sorgenti interne alla rete, come le cartelle condivise.

L’Italia sotto attacco

Stupisce in particolare che, in base ai dati raccolti, l’Italia si trovi al primo posto con la più alta percentuale di attacchi rivolti ai computer per gli smart building (48,5%), seguita da Spagna (47,6%), Regno Unito (44,4%), Repubblica Ceca (42,1%) e Romania (41,7%). “Anche se queste percentuali sono relativamente basse se paragonate al panorama generale delle minacce, il loro impatto non dovrebbe essere sottovalutato. Provate a immaginare a cosa potrebbe succedere se le credenziali di un edificio altamente protetto venissero rubate da un malware qualsiasi e poi rivendute sul mercato nero. O se una risorsa fondamentale di un sistema sofisticato di un edificio intelligente venisse paralizzata da un ransomware in grado di criptare i processi essenziali. La lista di scenari possibili è infinita. Proprio per questo consigliamo ai team di sicurezza responsabili delle reti IT degli smart building di non dimenticare che necessitano di essere protetti. Anche una soluzione di sicurezza base potrebbe portare dei benefici per un’organizzazione che vuole difendersi da potenziali attacchi di questo tipo”, ha affermato Kirill Kruglov, Security Researcher di Kaspersky ICS CERT. Ovviamente, perché questi attacchi non si verifichino è fondamentale che  gli smart building siano provvisti di infrastrutture IT protette da soluzioni di sicurezza affidabili e create su misura, periodicamente controllate e verificate.

 

Mediclinics | Asciugamani elettrici di nuova generazione

Quando i clienti raggiungono i servizi igienici dei tuoi locali e utilizzano il lavandino, non sempre (o meglio dire quasi mai) sono contenti di asciugare le mani con il rotolo di cotone presente all’interno del dispenser. Spesso rimangono residui sulle mani, queste comunque non si asciugano del tutto e bisogna uscire dai servizi igienici con le mani ancora umide, sensazione fastidiosa ma inevitabile. Stesso dicasi per i fazzoletti di carta, non sono proprio il massimo dell’igiene e le mani ad ogni modo non vengono asciugate in maniera perfetta, da qui la necessità di trovare una soluzione alternativa che fornisca un servizio eccellente alla tua clientela anche all’interno dei servizi igienici.

La soluzione innovativa e geniale di cui ha ibisogno esiste già ed è rappresentata degli asciugamani elettrici Mediclinics, ovvero quanto di più efficiente e al tempo stesso facile da utilizzare possa esistere. Questo potente dispositivo asciuga le mani in un intervallo di tempo compreso tra i 10 e i 15 secondi grazie al suo potente getto, e consente di risparmiare energia grazie all’assenza di una resistenza. Si tratta di un prodotto interamente realizzato in Europa, ed in particolar modo a Barcellona, e che quindi nulla a che vedere con i prodotti di importazione dai paesi del Sud Est Asiatico. Il suo design accattivante e la possibilità di regolare la potenza di erogazione del getto, rendono questo prodotto facilmente adattabile a qualsiasi tipo di ambiente. L’innovativo sistema di raccolta delle gocce poi, farà si che non si formi la classica pozzanghera d’acqua sul pavimento, in quanto le gocce che colano dalle mani saranno convogliate e raccolte all’interno di un contenitore interno al dispositivo. Quando questo sarà pieno, il dispositivo stesso avviserà tramite un apposito segnale acustico e il personale potrà svuotarlo rapidamente con un semplice gesto.

Approvato disegno di legge sulla sicurezza delle reti cibernetiche

Il 19 luglio scorso è stato approvato un disegno di legge sulla sicurezza nazionale delle reti informatiche. Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, ha approvato un disegno di legge in materia di perimetro di sicurezza nazionale cibernetica. Il provvedimento aggiorna il decreto 21 del 2012 relativo alla normativa sulle prerogative “speciali” che lo Stato può usare a difesa degli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. Il testo del disegno di legge, spiega una nota di palazzo Chigi, introduce disposizioni volte ad assicurare un livello elevato di sicurezza delle reti, dei sistemi informativi e dei servizi informatici delle Amministrazioni pubbliche, degli enti e degli operatori nazionali, pubblici e privati, da cui dipende l’esercizio di una funzione essenziale dello Stato.

Definite le finalità del perimetro e le modalità di individuazione dei soggetti coinvolti

Tale funzione prevede la prestazione di un servizio essenziale per il mantenimento di attività civili, sociali o economiche fondamentali per gli interessi dello Stato, e dal cui malfunzionamento o interruzione, anche parziali, ovvero utilizzo improprio, possa derivare un pregiudizio per la sicurezza nazionale. A questo scopo, il disegno di legge prevede, tra l’altro, la definizione delle finalità del perimetro e delle modalità di individuazione dei soggetti pubblici e privati che ne fanno parte, nonché delle rispettive reti, dei sistemi informativi e dei servizi informatici rilevanti per le finalità di sicurezza nazionale cibernetica per i quali si applicano le misure di sicurezza e le procedure introdotte.

Istituzione di un meccanismo che assicurare un procurement più sicuro

Il progetto prevede inoltre l’istituzione di un meccanismo teso a garantire un procurement più sicuro. In particolare, per i soggetti inclusi nel perimetro che intendano procedere all’affidamento di forniture di beni e servizi ICT destinati a essere impiegati sulle reti, sui sistemi e per i servizi rilevanti.

Per i soggetti privati inclusi nel perimetro il disegno di legge prevede anche l’individuazione delle competenze del Ministero dello sviluppo economico e dell’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) per le Amministrazioni pubbliche, riporta Askanews.

Un sistema di vigilanza e controllo per il rispetto delle norme introdotte

Inoltre, il disegno di legge supporta l’istituzione di un sistema di vigilanza e controllo sul rispetto degli obblighi introdotti, attraverso lo svolgimento delle attività di ispezione e verifica da parte delle strutture specializzate in tema di protezione di reti e sistemi. Nonché, per quanto riguarda la prevenzione e il contrasto del crimine informatico da parte delle Amministrazioni da cui dipendono le Forze di polizia e le Forze armate, che ne comunicano gli esiti.

Multe, le pagano la metà degli automobilisti. E i Comuni non incassano

Nel 2017 solo il 40,8%o degli automobilisti ha pagato la contravvenzione inflitta dalla Polizia municipale per aver violato il Codice della Strada. Sebbene ci sia stato un lieve aumento rispetto all’anno precedente, dieci anni prima la riscossione era stata del 59,1%. In pratica, segnala l’Ufficio studi della Cgia, dei 2,6 miliardi di euro che nel 2017 i quasi 8 mila Comuni italiani avrebbero dovuto riscuotere dai trasgressori, ne è stato incassato poco più di 1 miliardo. Non è comunque da escludere che coloro che non lo hanno fatto due anni fa abbiano effettuato il pagamento successivamente, usufruendo della rottamazione delle cartelle esattoriali introdotta negli ultimi anni.

Con i rilevatori elettronici molte Amministrazioni hanno fatto cassa

I numeri della Cgia di Mestre raccontano anche come i Comuni, nonostante abbiano incassato meno di quanto dovuto, continuino a utilizzare lo strumento delle contravvenzioni per far cassa. “E se rispetto a 10 anni prima l’importo complessivo in euro delle contravvenzioni pagate ai Comuni è salito del 68% – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo – è evidente che attraverso l’utilizzo dei rilevatori elettronici di velocità molte Amministrazioni comunali hanno fatto cassa, coprendo una parte dei mancati trasferimenti imposti per legge dallo Stato centrale. Detto ciò, è utile ricordare, soprattutto ai Sindaci, che gli automobilisti, e in particolar modo i conducenti professionali, non sono dei bancomat”.

Alcune infrazioni prevedono aggravi sanzionatori per i conducenti professionali

“Molti enti locali, pertanto, dovrebbero utilizzare gli autovelox e i T-red con maggiore attenzione – continua Zabeo – tenendo conto delle fasce orarie della giornata che, come si sa, registrano flussi di traffico molto differenziati”.

Se il giro di vite imposto dal legislatore ha messo in apprensione molti automobilisti la cosa è ancor più sentita tra i conducenti professionali, come gli autotrasportatori, i taxisti e gli autonoleggiatori con conducente. Per queste ultime categorie, che per esercitare l’attività di trasporto di persone o merci hanno l’obbligo di conseguire la Carta di Qualificazione del Conducente (CQC), alcune infrazioni del Codice prevedono aggravi sanzionatori che possono accelerare il ritiro o la sospensione della patente, con conseguente interruzione dell’attività lavorativa.

Da gennaio multe più salate

Lo scorso 1° gennaio è scattato l’adeguamento biennale all’inflazione degli importi delle multe stradali (+2,2%). Un aggiornamento al costo della vita che non ha lasciato invariati gli importi per la maggior parte delle violazioni. Per questa tornata di aumenti sono state escluse solo poche violazioni penali previste dal Codice. Dal 10 giugno scorso, inoltre, le multe hanno subito un ulteriore rincaro, riporta Agi, nei casi in cui la notifica sia consegnata al trasgressione da Poste italiane. Tutto questo perché dopo le recenti modifiche di legge le Poste hanno aumentato le tariffe per la spedizione. Che se riguarda lettere o plichi di peso fino a 20 grammi è salita da 6,80 a 9,80 euro. Un incremento del 44%.