Cresce il ricorso all’arbitrato semplificato, +19% negli ultimi 6 mesi

La procedura di arbitrato semplificato, adottata in epoca Covid il 1° luglio 2020 in Camera Arbitrale di Milano compie un anno.
La procedura, avviata con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento Arbitrale, ha l’obiettivo di venire incontro alle esigenze delle imprese provate dalla crisi economica innescata dalla pandemia, e oggi è uno strumento più adattabile ai fabbisogni delle Pmi.
Questa procedura dimezza, infatti, i tempi del procedimento: il caso con l’arbitrato semplificato si chiude in media in 6 mesi e il costo si riduce di un terzo rispetto al procedimento arbitrale ordinario. Inoltre, i costi di un arbitrato in Camera Arbitrale di Milano sono certi e prevedibili, perché stabiliti da un tariffario.

Cos’è l’arbitrato semplificato?

Questo tipo di procedura ha il vantaggio appunto di dimezzare i tempi e ridurre i costi rispetto al procedimento arbitrale ordinario. La decisione è affidata all’arbitro unico (anziché a un collegio di tre arbitri), i tempi prevedono 3 mesi per il deposito del lodo anziché i 6 ordinari, e il numero di memorie è ridotto e si svolge, al più, in un’unica udienza. In media in 6 mesi si arriva all’esito del procedimento e i costi per gli onorari della Camera Arbitrale e dell’arbitro unico si riducono in media del 30%.  La procedura si applica ai procedimenti instaurati dopo il 1° luglio se il valore della domanda di arbitrato non sia superiore a 250.000 euro.

Nei primi 6 mesi ha coperto il 29% del totale delle procedure

In un anno, su un totale di 109 nuove domande di arbitrato depositate in Camera Arbitrale di Milano, il 32% è stato amministrato con la procedura semplificata. Nei primi 6 mesi di avvio l’arbitrato semplificato ha coperto il 29% del totale delle procedure, mentre nei 6 mesi successivi la quota della procedura del semplificato è stata del 36%, rispetto al totale delle procedure. Il ricorso a questo nuovo strumento è quindi cresciuto del 19%, nel confronto tra i primi 6 mesi di avvio e i successivi sei mesi di consolidamento della procedura.

Le materie del contendere e chi utilizza l’arbitrato

La maggior parte delle controversie amministrate con la procedura dell’arbitrato semplificato ha avuto per oggetto il mancato pagamento di fatture, liti societarie, l’affitto del ramo d’azienda. Seguono consulenza, violazione del patto di non concorrenza, fornitura, leasing, vendita, e franchising. Le parti che nel 2020 hanno fatto ricorso all’arbitrato sono persone giuridiche nel 68% dei casi, mentre per il 55% sono società di capitali. Tra le persone fisiche (32%) si registra un incremento del numero dei professionisti (10%), e tra le materie del contendere primeggiano l’ambito societario (48%), il settore appalti (9%) e quello dell’affitto, la vendita e cessione del ramo d’azienda (7,5%).

I rumori “cancellati” dalla pandemia. Quali ci mancano di più?

La pandemia ha “cancellato” molti rumori a cui eravamo abituati, come la musica live dei concerti, i suoni delle posate al ristorante, o gli applausi dei teatri. Ma quali di questi ci sono più mancati in questo anno e mezzo di emergenza sanitaria? Tra lockdown e vita casalinga, molti suoni che caratterizzavano i nostri momenti di svago fuori dalle mura domestiche sono quasi scomparsi dalla nostra vita. Secondo una ricerca diffusa da Jabra e condotta da Censuswide in dieci nazioni, Italia compresa, a più di un anno dall’esplosione della pandemia tra le molte cose che “prima erano normali e ora sembrano un lontano ricordo” ci sono anche alcuni rumori.

La musica live dei concerti, le risate intorno a una piscina, gli applausi a teatro

Stando ai risultati della ricerca la musica live dei concerti (65%), gli spruzzi d’acqua e le risate intorno a una piscina (60%), i rumori di posate in una cena al ristorante (58%), gli applausi dei teatri (56%), il tipico rumore dei bar e dei pub (53%) sono i suoni che più suscitano nostalgia, e che maggiormente ci sono mancati in questi lunghi mesi di restrizioni.

Aumenta l’ascolto dei Podcast, soprattutto per i giovani uomini

In particolare, riguardo la fruizione della musica, il focus sull’Italia ha fornito un quadro interessante delle abitudini del campione degli intervistati a seconda del genere, l’età e la provenienza geografica. Dall’inizio della pandemia il 27% degli uomini, ad esempio, ha infatti dichiarato di avere aumentato l’ascolto dei Podcast (26,13% le donne), e tra questi la fascia di età che più ha contribuito all’incremento è quella che va dai 16 ai 24 anni (36,36%).

Esponenziale la crescita della fruizione della radio

Esponenziale per l’Italia è anche la crescita della fruizione della radio, riferisce Adnkronos, con una quota pari al 41,30% per gli uomini e il 40,28% per le donne, e con la fascia di età 25-34 a guidare il range (46,50%). E la regione che ha visto maggiormente aumentare l’ascolto della radio è la Liguria (60.87% del campione).
Più contenuti i dati relativi agli Audio books, e la percentuale degli uomini che ne ha aumentato l’ascolto è del 17,98%, mentre è del 19.25% quella delle donne.
La musica live però manca “molto” al 45,71% del campione, e “abbastanza” al 31,33% degli intervistati. Per il “massimo grado di nostalgia” prevalgono le donne, pari al 49,71% contro il 41,70% degli uomini, e per tutte le fasce che vanno dai 16 ai 54 anni per la voce “molto” la percentuale ha una media che sfiora il 50%.

L’impatto del Covid sullo sport, e le conseguenze sui giovani

L’interruzione della pratica sportiva durante l’emergenza sanitaria ha giocato un ruolo importante sulle abitudini dei più giovani, e nella fase di ripartenza la ripresa dell’attività fisica avrà sicuramente un ruolo decisivo nella vita dei giovani italiani. L’impatto del Covid-19 su ogni aspetto della nostra vita quotidiana è indiscusso, ma gli effetti sulla diminuzione, se non addirittura l’interruzione, delle attività sportive da parte dei ragazzi, è causa per loro di malessere fisico e mentale.
L’indagine di Ipsos dal titolo L’impatto del Covid sull’attività sportiva dei giovani, fornisce una fotografia della popolazione sportiva, che proprio a causa della pandemia è stata costretta a cambiare improvvisamente il proprio stile di vita. Più in particolare, l’indagine di Ipsos ha delineato le ripercussioni che tale cambiamento ha avuto non solo sul settore, ma anche sullo stato di salute psicologico e fisico degli sportivi, con un focus particolare sui minorenni.

Le implicazioni in termini di salute fisica e mentale generate dalle restrizioni

L’obiettivo principale dell’indagine, condotta per il Dipartimento per lo Sport e realizzata con la collaborazione dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive dello Spallanzani, il Policlinico Gemelli e l’Ospedale Pediatrico del Bambino Gesù, è quello di misurare l’impatto quantitativo, determinato dai cambiamenti nell’attività sportiva dei giovani italiani confrontando le pratiche pre- e in-Covid, e misurare l’impatto emotivo e le implicazioni in termine di salute mentale e fisica, generato dalle restrizioni legate all’emergenza sanitaria.

L’abbandono dell’attività e le ricadute psicologiche

Gli attivi che praticavano sport nel periodo pre-Covid erano il 73% nella fascia 6-13 anni, il 59% in quella 14-19 anni, e il 20% tra gli adulti. Con l’avvento della pandemia però gli abbandoni sono stati molto elevati: il 48% tra i piccoli, il 30% tra i ragazzi e il 26% tra gli adulti. Un terzo di coloro che hanno continuato ha cambiato attività, e più della metà ha cambiato modo di fare sport, con attività all’aperto e home fitness. Le ricadute psicologiche delle restrizioni dovute al Covid, invece, hanno avuto un impatto sullo stato d’animo in particolar modo dall’83% delle bambine e bambini appartenenti alla fascia 6-13 anni, e dall’85% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni.

Tristezza, apatia, ansia, e cambiamento nel ritmo sonno-veglia

Per quanto riguarda le condizioni mentali tra coloro che hanno dovuto smettere di fare sport e i sentimenti maggiormente provati dai giovani italiani, rientrano tristezza (55% tra i giovanissimi e 69% tra i ragazzi), apatia (53% tra i giovanissimi e 58% tra i ragazzi), ansia (40% tra i giovanissimi e 56% tra i ragazzi) e irascibilità (46% tra i giovanissimi e 43% tra i ragazzi). Quanto al ritmo sonno-veglia, il cambiamento è stato dichiarato dal 31% delle bambine e bambini appartenenti alla fascia 6-13 anni (di cui il 29% si è rivolo a un medico), e dal 39% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni (di cui il 25% ha assunto farmaci).

Isee 2021, come è possibile abbassarlo?

L’indicatore della situazione economica del nucleo familiare, l’Isee, o Dsu (dichiarazione sostitutiva unica), è indispensabile per accedere alla maggior parte delle agevolazioni pubbliche. Oltre a reddito e pensione di cittadinanza, serve infatti a valutare l’entità o l’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie e della mensa scolastica, o il pagamento rateizzato delle cartelle esattoriali. Non sempre, però, l’Isee rispecchia la situazione reale del nucleo familiare, poiché il patrimonio e i redditi di tutti i componenti della famiglia inclusi nella dichiarazione devono risalire al secondo anno precedente alla presentazione della dichiarazione stessa. Inoltre, possono subentrare modifiche nella composizione del nucleo stesso.

Il modello Isee corrente

Esiste un modo per far sì che la dichiarazione Isee rispecchi la reale situazione reddituale della famiglia, ovvero, attraverso la presentazione del modello Isee corrente, che aggiorna i redditi del nucleo familiare in tempo reale. La validità dell’Isee corrente è pari a 6 mesi, e decorre dal momento della presentazione del modulo sostitutivo della dichiarazione. Se però intervengono variazioni nella situazione lavorativa o nel godimento di eventuali trattamenti, l’Isee corrente deve essere aggiornato entro due mesi dalla variazione. Per presentare questa dichiarazione è necessario che esista già, per lo stesso nucleo familiare, un Isee in corso di validità. Inoltre che, dopo il 1° gennaio dell’anno di riferimento dei redditi dell’Isee ordinario, si verifichi uno scostamento della variazione della situazione reddituale complessiva del nucleo familiare, pari almeno al 25% rispetto alla situazione reddituale calcolata con la prima dichiarazione Isee.

Quando si possono togliere familiari dall’Isee?

Uscire dal nucleo familiare per abbassare l’Isee è invece possibile soltanto se si cambia residenza, oppure nel caso in cui ci si possa avvalere del nucleo familiare ristretto per la presentazione di Isee sociosanitario-disabili, includendo solo i redditi del disabile, del coniuge e dei figli. Il nucleo familiare ai fini Isee però non sempre coincide con la famiglia anagrafica. In alcuni casi, si può far parte dello stesso nucleo familiare anche se si ha una residenza differente, si è separati o divorziati. Ad esempio, il figlio maggiorenne non convivente con i genitori fa parte del nucleo familiare dei genitori esclusivamente quando è di età inferiore a 26 anni, è a loro carico a fini Irpef, non è coniugato e non ha figli.

Si possono togliere redditi e patrimoni dall’Isee precompilato?

Dal 2020 ha debuttato l’Isee precompilato: il contribuente, in pratica, trova la dichiarazione Isee nel sito dell’Inps comprensiva di quasi tutte le informazioni occorrenti, come redditi, patrimonio immobiliare e mobiliare. In caso di errori, è possibile effettuare correzioni, ma in caso di controlli è indispensabile conservare la documentazione che comprova la presenza di inesattezze nelle banche dati e la veridicità di quanto dichiarato. Omettere di dichiarare redditi, beni mobili o immobili, riporta Adnkronos, è invece una pessima idea, non solo per le sanzioni penali, ma anche perché, con l’Isee precompilato quasi tutti i dati della dichiarazione saranno conosciuti dall’Inps ancora prima di presentare il modello.

La metà degli under 35 italiani vive con mamma e papà

Rendersi autonomi e poter finalmente lasciare la casa di mamma e papà sembra essere un’utopia per moltissimi giovani. A dirlo è il Report realizzato dal Consiglio Nazionale del Giovani in collaborazione con Eures sulle condizioni e prospettive occupazionali, retributive e contributive degli under 35 sul lavoro, che rivela che nel nostro paese solo un ragazzo su 3 ha un’occupazione stabile a 5 anni dalla fine degli studi. Nel dettaglio, soltanto poco più di un italiano su tre (37%) può contare su un lavoro fisso, mentre il 26% è un giovane precario con contratto a termine e un quarto degli under 35 (24%) risulta disoccupato. Proprio per questa ragione – la precarietà economica – il 50,3% degli under 35 vive ancora con i propri genitori, mentre circa quattro giovani su dieci (38%) vivono da soli o con il proprio partner.

Il futuro fino alla pensione? Un mistero

L’indagine condotta nel periodo di febbraio-aprile 2021 su un campione nazionale di 960 giovani della fascia 18-35 anni include anche una riflessione sulla riforma delle pensioni e sulle responsabilità attribuite dai giovani allo Stato, il cui ruolo dovrebbe essere centrale nei confronti delle criticità dell’attuale sistema previdenziale. “Nel nostro Paese, la discontinuità lavorativa è arrivata a rappresentare una condizione strutturale del mercato del lavoro e il fenomeno della precarizzazione, destinato ad aumentare alla luce della crisi post pandemica, investe inevitabilmente la qualità della vita con conseguenze significative sulla dimensione retributiva dei nostri giovani, anche a causa di un sistema pensionistico messo a rischio dalle passate generazioni”, ha dichiarato Maria Cristina Pisani, presidente del Cng.

Solo il 6,5% degli under 35 ha figli. E il 33% non li vuole 

Questo scenario – che di fatto priva i giovani di certezze dal punto di vista occupazionale – ha anche pesanti riverberi sulla scelta di farsi una famiglia o meno. Solamente il 6,5% dei giovani tra i 18 e i 35 anni afferma infatti di avere figli (8,8% tra i lavoratori stabili), mentre un terzo (33%) dichiara di non averne e di non volerne neanche negli anni a venire. Mancano, infatti, le condizioni per mettere su famiglia: solamente il 12% degli under 35 è proprietario della casa in cui abita. Uno su 10 (11%) ha provato ad acquistare un appartamento e il 7,8% è riuscito ad ottenere un mutuo, mentre a un terzo dei casi (3% del campione) il mutuo è stato rifiutato. Un’altissima percentuale – il 40% dei giovani – non ha nemmeno provato a richiedere un mutuo, sapendo già in partenza che sarebbe stato rifiutato.

IWM Depuratori d’Acqua

Il nostro fabbisogno quotidiano di acqua varia in base all’età. Il corpo di un adulto è costituito per il 65% di acqua, quello di un neonato arriva addirittura all’85%. L’idratazione neonatale è fondamentale per garantire al neonato il delicato equilibrio di cui il suo giovanissimo organismo ha bisogno, per cui necessita di un acqua che possa garantirgli il giusto apporto idrominerale, che abbia le giuste caratteristiche e che sia quindi ben bilanciata. Questa necessità sorge in maniera più significativa quando deve essere usato un latte artificiale poiché la sua formulazione prevede appunto l’uso dell’acqua.

Qui entrano in gioco delle caratteristiche fondamentali, quali il grado di mineralizzazione, se contenga nitrati o contaminanti vari, il residuo fisso e così via; ma soprattutto deve essere un’acqua oligominerale, per non rischiare di sovraccaricare i giovanissimi reni. Insomma, di raccomandazioni pediatriche ne abbiamo a sufficienza per preoccupare una neo-mamma che si trova a dover scegliere un’acqua adatta al suo bambino, così via alla ricerca spasmodica delle etichette che riportino la dicitura: utilizzabile nella prima infanzia. Addirittura ci sono acque vendibili esclusivamente nelle farmacie data la loro particolare natura e composizione. Quale madre non baderebbe a spese pur di garantire la salute dei propri figli? Eppure un metodo altrettanto sicuro e certamente meno dispendioso per fare questo esiste ed è commercializzato dalla IWM, International Water Machines, azienda leader nel trattamento delle acque potabili.

Questa importante azienda produce depuratori che erogano acqua oligominerale con lo stesso pH del liquido amniotico, particolarità fondamentale se si pensa all’alimentazione di un neonato, nonché consente, nel processo di purificazione dell’acqua, di mantenere inalterate le caratteristiche anche organolettiche della purezza, permettendo ai minerali di coesistere con questa, al contrario di altri metodi di filtraggio del mercato, garantendo quindi la giusta idratazione ed il corretto apporto di minerali utili al nostro organismo. All’interno del sito internet è possibile trovare esaurienti informazioni circa il depuratore acqua, e gli altri prodotti IWM, in alternativa basta chiamare il numero verde: 800 800 813 per avere a propria disposizione gentilezza, efficienza e celerità, nonché convenienza.

Gli italiani e le pulizie di casa nell’anno del Covid

Quando si tratta di pulire la casa gli italiani hanno le idee chiare. Circa 4 su 10 (41%) dedicano a questa attività in media tre ore a settimana, mentre il 23% ammette di non spendere più di due ore del proprio tempo per “tirare a lucido” la propria dimora. Quasi la metà (46%) dichiara poi di occuparsi personalmente delle pulizie domestiche, mentre il 34% divide il compito con il/la convivente, e il 23% si affida a un professionista. Lo ha scoperto Everli, il marketplace della spesa online, che ha indagato l’approccio degli italiani a una delle attività meno amate seppur indispensabile: le pulizie domestiche.

Si pulisce di più e con maggior frequenza

La pandemia sembra avere influito su queste abitudini, soprattutto rispetto al tempo dedicato alla pulizia: il 43% di chi vive da solo e il 36% di chi vive in coppia nell’ultimo anno ha dedicato molto più tempo a questa attività rispetto a quanto facesse prima dell’emergenza. Il 57% dei single e il 33% delle coppie ora dedica quotidianamente maggiore attenzione a tenere in ordine e non sporcare il luogo in cui risiede.Il giorno preferito per le pulizie di casa? Per il 35% è meglio svolgere questa attività durante la settimana, complice anche la modalità di lavoro in smart working, soprattutto venerdì (12%), così da avere il weekend libero, o lunedì (10%), per godersi una settimana intera di pulito.

Guanti in lattice monouso i prodotti più acquistati

Nel 2020 si è poi registrato un incremento a tripla cifra (+375%) degli acquisti online dei prodotti per l’igiene domestica, in particolare quelli eco-friendly, (+408%). Complice il Covid-19 e le sue fasi più acute, i mesi di aprile, maggio e novembre, sono stati quelli in cui gli italiani hanno fatto approvvigionamento di detersivi e prodotti igienizzanti per liberare le proprie case da ogni forma di batterio. Quanto al contenuto dei carrelli, i guanti in lattice monouso sono stati i prodotti più acquistati, seguiti da additivi igienizzanti e candeggina, rispettivamente in seconda e terza posizione. Nei primi cinque posti si trovano anche i prodotti sgrassanti e i detersivi liquidi per il bucato al sapone di Marsiglia.

Trionfano i “sostituti” naturali dei detersivi classici

Il tema della sostenibilità è sempre più importante anche quando si tratta di igienizzare la propria casa. Tuttavia, esistono ancora alcuni ostacoli che impediscono di fare uso di prodotti green con continuità e costanza. Sebbene infatti il 43% degli intervistati apprezzi brand e prodotti eco-friendly, fatica ancora a sceglierli, soprattutto per via del prezzo (35%), la difficoltà ad abbandonare i prodotti tradizionali (25%) e lo scetticismo verso l’efficacia di questi prodotti (21%). Gli italiani si dimostrano invece più aperti verso gli ingredienti naturali come “sostituti” dei detersivi classici, e tra le soluzioni bio più utilizzate trionfa il bicarbonato di sodio (86%), seguito da aceto (76%) e limone (36%). Chiudono la top 5 il sapone di Marsiglia (29%) e gli oli essenziali (5%).

 

Cos’è il nomadismo digitale?

Fino a poco tempo fa la possibilità di essere nomade digitale veniva associata a uno stile di vita avventuroso e poco tempo dedicato al lavoro. Un’immagine stereotipata che vedeva nel cosiddetto Nomadismo Digitale una realtà per pochi, per lo più Millennials desiderosi di fuggire dal quotidiano preferendo il divertimento. Ma è davvero così? Alberto Mattei, fondatore del progetto e della community Nomadi Digitali, chiarisce il fenomeno e gli stereotipi diffusi intorno a questo nuovo stile di vita e di lavoro. Inoltre, se il 2020 può essere considerato l’anno del lavoro da remoto, questa tendenza è destinata a crescere nei prossimi anni, portando un cambiamento culturale e tecnologico che permetterà alle persone di scegliere nuove e inedite postazioni di lavoro.
Un vero e proprio “modus vivendi”
Per dirla con le parole di Mattei, si tratta di “un movimento globale di professionisti, desiderosi di vivere nuove esperienze, di scoprire nuove destinazioni e di conoscere nuovi territori ricchi di cultura e tradizioni, ma al tempo stesso di lavorare e fare impresa in luoghi dove si può vivere meglio, dove i ritmi sono rallentati e dove c’è un rapporto più intimo con la natura”. Tutto ciò a vantaggio di competenze, creatività e soft skills. Con la pandemia questo fenomeno ha subìto un’accelerazione radicale ed è stato facile dimostrare come il lavoro da remoto sia una possibilità concreta per tutti. Internet e le tecnologie digitali diventano quindi uno strumento per permettere a chiunque di seguire le proprie aspirazioni ed esigenze personali senza sacrificare la crescita lavorativa.
I 5 falsi miti più comuni sul Nomadismo Digitale
Il nomadismo digitale non è una soluzione per trasformare la fatica del lavoro in spasso e avventura, bensì un modo per lavorare da remoto senza vincoli di spazio, scegliendo il luogo migliore da cui lavorare. E non si tratta di una scelta per giovani: la maggior parte dei professionisti nomadi digitali sono adulti, non vivono costantemente in giro per il mondo, non sono solo single e non sono necessariamente freelance. Inoltre, non occorre essere geek e possedere strumenti hi-tech di alto livello. Nelle competenze digitali rientra un universo infinito di abilità tecnologiche. Sicuramente chi sceglie di lavorare da remoto e vivere da nomade digitale deve possedere abilità nell’utilizzo delle tecnologie, tuttavia è più importante scegliere strumenti affidabili, con autonomie long lasting, per evitare spiacevoli inconvenienti e compromettere il proprio lavoro e produttività.
Uno stile di vita che permette di essere liberi di vivere e lavorare ovunque
Sono tantissimi i modi di essere, lavorare e vivere da Nomade Digitale. Ognuno può e deve scegliere quello più adatto alle proprie esigenze: il Nomadismo Digitale è un modo totalmente nuovo di intendere la propria vita e il proprio lavoro.
Come ogni scelta nella vita, anche quella di vivere e lavorare da Nomade Digitale richiede rinunce e compromessi. Gli ostacoli possono essere maggiori o minori in base alla condizione di partenza, ma non esiste un profilo univoco. Questo neologismo non descrive una specifica categoria professionale, un target ben definito di persone e nemmeno un loro preciso modus operandi. Essere Nomade Digitale, riporta Ansa, significa scegliere uno stile di vita che permette di essere liberi di vivere e lavorare ovunque, senza essere incasellato in modelli precostituiti.

Il settore della ristorazione scommette sul digitale

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha impresso una generale accelerazione alla digitalizzazione delle imprese, un trend che trova riscontro anche nell’indagine condotta sui propri clienti italiani da Qonto, che traccia un quadro attuale del tasso di digitalizzazione tra le Pmi italiane. Lo spaccato dell’indagine relativo alle Pmi del mondo della ristorazione e dell’ospitalità, di cui il 61% microimprese con un massimo di quattro dipendenti, mette in evidenza come negli ultimi 12 mesi, il settore della ristorazione, diversamente da altri settori, non abbia conosciuto una netta accelerazione verso la digitalizzazione. Solo il 37% delle imprese di questo comparto, infatti, ammette di aver introdotto nel proprio business nuovi strumenti digitali.

L’urgenza di avviare un processo di trasformazione digitale

Nel 2020 solo il 24% delle imprese del comparto ha investito almeno il 10% di budget dedicato all’adozione e implementazione di strumenti digitali, e solo l’8% ha superato il 30%. E il 33% ha dichiarato di aver destinato meno del 5%. Eppure, sembra essere chiara ai più l’urgenza di avviare un processo di trasformazione digitale, pena la perdita di competitività (temuta dal 41% delle imprese intervistate) e di ricavi (24%), maggiori costi di gestione e operativi (20%), e addirittura la non sostenibilità del business nel medio-lungo periodo (10%). Interpellati sul perché l’impresa non investa di più in digitalizzazione, il 20% degli imprenditori ammette la mancanza di risorse economiche per farlo, anche se il 13% si dichiara convinto che tali investimenti non siano necessari alla propria attività.

In quali servizi investire?

I ristoratori che hanno attivato nuovi servizi finanziari sono il 63% del campione, e il 53% ha fatto ricorso a programmi per attività di marketing e pubblicità. Seguono l’adozione di chat e messaggistica (32%) e di piattaforme di e-commerce (32%). Sono però le imprese tra i 5 e i 10 anni di anzianità quelle che hanno vissuto più di tutte un’accelerazione verso la digitalizzazione (50%), poiché le aziende di più recente costituzione sono digital-native, e sono partite più avvantaggiate nell’affrontare l’emergenza sanitaria. Se guardiamo invece alla digital perception, si scopre che il 43% si promuove come molto digitalizzato, a fronte di una valutazione del settore, alta solo per il 33% dei ristoratori.

Per il 2021 quasi il 70% delle imprese sarà più digitalizzato

In ogni caso, per il 2021 quasi il 70% delle imprese intervistate prevede un maggior sviluppo digitale. Una percentuale che mostra come anche i più scettici, magari più lentamente, si stanno convertendo al digitale. Non solo infatti cresce di 13 punti percentuali la quota di aziende che investirà più del 10% del proprio budget in digitalizzazione (il 14% investirà addirittura più del 30%), ma cala anche la percentuale dei ristoratori che non lo farà.

Per il 2021, ancora una volta saranno i servizi legati al marketing e alla pubblicità quelli a cui verranno destinati i budget più consistenti, scelti dal 32% del campione, seguiti dai software di contabilità (21%).

Pagamenti digitali, nel 2020 valgono 268 miliardi di euro

Quanto valgono i Pagamenti Digitali in Italia? Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano nonostante un calo generalizzato dei consumi di oltre il 13%, i pagamenti digitali nel 2020 hanno toccato quota 5,2 miliardi di transazioni, passando dal 29% al 33% del valore totale dei pagamenti, e raggiungendo 268 miliardi di euro, -0,7% rispetto al 2019. A crescere sono stati soprattutto i pagamenti tramite contactless, e ancor più quelli tramite smartphone e wearable, le modalità senza contatto si sono infatti affermate come valide alleate dei cittadini contro la diffusione del contagio da Covid-19.

La spinta degli incentivi governativi

“Prima del lockdown di marzo 2020, nonostante tassi di crescita promettenti, i pagamenti digitali non erano ancora permeati completamente nella quotidianità degli italiani – dichiara Alessandro Perego, Responsabile Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano -. Secondo i dati della Banca Centrale Europea, infatti, l’Italia nel 2019 si posizionava al 24° posto su 27 nella classifica continentale delle transazioni con carta pro-capite seguita solo da Germania, Romania e Bulgaria, tutti Paesi con crescite superiori alla nostra. Oltre alla pandemia – prosegue Perego – nel corso di quest’anno sono entrate in gioco anche alcune iniziative di incentivo del Governo, che hanno acceso i riflettori su queste tematiche e stanno portando, direttamente o indirettamente, sempre più persone a preferire i pagamenti elettronici”.

Gli effetti del lockdown

La chiusura pressoché totale di attività commerciali e servizi non strettamente necessari ha certamente frenato anche le transazioni. Tuttavia, i pagamenti digitali si sono dimostrati importanti alleati per i cittadini nelle prime fasi di forte difficoltà, e molti italiani si sono avvicinati ancora di più al mondo dell’e-commerce e dei pagamenti online. Il comparto dell’acquisto di prodotti online ha fatto segnare, infatti, un aumento del 31% nel 2020, con lo smartphone che diventa il device preferito dagli italiani per effettuare pagamenti da remoto e acquisti online, tanto che il mobile commerce raggiunge quota 15,65 miliardi di euro, per una penetrazione sul totale e-commerce del 51%.

Pagamenti tramite smartphone o wearable in negozio, +80%

“Nonostante mesi di chiusure in cui non sono stati di fatto utilizzabili, gli acquisti in modalità contactless con carta nel corso del 2020 salgono del 29% in termini di valore transato, raggiungendo 81,5 miliardi di euro – commenta Valeria Portale, Direttore dell’Osservatorio Innovative Payments -. Questa crescita, sostenuta dal sempre maggior numero di carte contactless in circolazione, potrà beneficiare in futuro anche della nuova soglia introdotta dalla PSD2 (50 euro) sotto la quale è possibile effettuare transazioni senza passare la propria carta all’operatore in cassa -. Ancora più marcata – aggiunge Portale – è la crescita per i pagamenti tramite smartphone o wearable in negozio, che in questo periodo di incertezza crescono del +80% circa rispetto al 2019, superando i 3,4 miliardi di euro”.