Cos’è il nomadismo digitale?

Fino a poco tempo fa la possibilità di essere nomade digitale veniva associata a uno stile di vita avventuroso e poco tempo dedicato al lavoro. Un’immagine stereotipata che vedeva nel cosiddetto Nomadismo Digitale una realtà per pochi, per lo più Millennials desiderosi di fuggire dal quotidiano preferendo il divertimento. Ma è davvero così? Alberto Mattei, fondatore del progetto e della community Nomadi Digitali, chiarisce il fenomeno e gli stereotipi diffusi intorno a questo nuovo stile di vita e di lavoro. Inoltre, se il 2020 può essere considerato l’anno del lavoro da remoto, questa tendenza è destinata a crescere nei prossimi anni, portando un cambiamento culturale e tecnologico che permetterà alle persone di scegliere nuove e inedite postazioni di lavoro.
Un vero e proprio “modus vivendi”
Per dirla con le parole di Mattei, si tratta di “un movimento globale di professionisti, desiderosi di vivere nuove esperienze, di scoprire nuove destinazioni e di conoscere nuovi territori ricchi di cultura e tradizioni, ma al tempo stesso di lavorare e fare impresa in luoghi dove si può vivere meglio, dove i ritmi sono rallentati e dove c’è un rapporto più intimo con la natura”. Tutto ciò a vantaggio di competenze, creatività e soft skills. Con la pandemia questo fenomeno ha subìto un’accelerazione radicale ed è stato facile dimostrare come il lavoro da remoto sia una possibilità concreta per tutti. Internet e le tecnologie digitali diventano quindi uno strumento per permettere a chiunque di seguire le proprie aspirazioni ed esigenze personali senza sacrificare la crescita lavorativa.
I 5 falsi miti più comuni sul Nomadismo Digitale
Il nomadismo digitale non è una soluzione per trasformare la fatica del lavoro in spasso e avventura, bensì un modo per lavorare da remoto senza vincoli di spazio, scegliendo il luogo migliore da cui lavorare. E non si tratta di una scelta per giovani: la maggior parte dei professionisti nomadi digitali sono adulti, non vivono costantemente in giro per il mondo, non sono solo single e non sono necessariamente freelance. Inoltre, non occorre essere geek e possedere strumenti hi-tech di alto livello. Nelle competenze digitali rientra un universo infinito di abilità tecnologiche. Sicuramente chi sceglie di lavorare da remoto e vivere da nomade digitale deve possedere abilità nell’utilizzo delle tecnologie, tuttavia è più importante scegliere strumenti affidabili, con autonomie long lasting, per evitare spiacevoli inconvenienti e compromettere il proprio lavoro e produttività.
Uno stile di vita che permette di essere liberi di vivere e lavorare ovunque
Sono tantissimi i modi di essere, lavorare e vivere da Nomade Digitale. Ognuno può e deve scegliere quello più adatto alle proprie esigenze: il Nomadismo Digitale è un modo totalmente nuovo di intendere la propria vita e il proprio lavoro.
Come ogni scelta nella vita, anche quella di vivere e lavorare da Nomade Digitale richiede rinunce e compromessi. Gli ostacoli possono essere maggiori o minori in base alla condizione di partenza, ma non esiste un profilo univoco. Questo neologismo non descrive una specifica categoria professionale, un target ben definito di persone e nemmeno un loro preciso modus operandi. Essere Nomade Digitale, riporta Ansa, significa scegliere uno stile di vita che permette di essere liberi di vivere e lavorare ovunque, senza essere incasellato in modelli precostituiti.

Il settore della ristorazione scommette sul digitale

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha impresso una generale accelerazione alla digitalizzazione delle imprese, un trend che trova riscontro anche nell’indagine condotta sui propri clienti italiani da Qonto, che traccia un quadro attuale del tasso di digitalizzazione tra le Pmi italiane. Lo spaccato dell’indagine relativo alle Pmi del mondo della ristorazione e dell’ospitalità, di cui il 61% microimprese con un massimo di quattro dipendenti, mette in evidenza come negli ultimi 12 mesi, il settore della ristorazione, diversamente da altri settori, non abbia conosciuto una netta accelerazione verso la digitalizzazione. Solo il 37% delle imprese di questo comparto, infatti, ammette di aver introdotto nel proprio business nuovi strumenti digitali.

L’urgenza di avviare un processo di trasformazione digitale

Nel 2020 solo il 24% delle imprese del comparto ha investito almeno il 10% di budget dedicato all’adozione e implementazione di strumenti digitali, e solo l’8% ha superato il 30%. E il 33% ha dichiarato di aver destinato meno del 5%. Eppure, sembra essere chiara ai più l’urgenza di avviare un processo di trasformazione digitale, pena la perdita di competitività (temuta dal 41% delle imprese intervistate) e di ricavi (24%), maggiori costi di gestione e operativi (20%), e addirittura la non sostenibilità del business nel medio-lungo periodo (10%). Interpellati sul perché l’impresa non investa di più in digitalizzazione, il 20% degli imprenditori ammette la mancanza di risorse economiche per farlo, anche se il 13% si dichiara convinto che tali investimenti non siano necessari alla propria attività.

In quali servizi investire?

I ristoratori che hanno attivato nuovi servizi finanziari sono il 63% del campione, e il 53% ha fatto ricorso a programmi per attività di marketing e pubblicità. Seguono l’adozione di chat e messaggistica (32%) e di piattaforme di e-commerce (32%). Sono però le imprese tra i 5 e i 10 anni di anzianità quelle che hanno vissuto più di tutte un’accelerazione verso la digitalizzazione (50%), poiché le aziende di più recente costituzione sono digital-native, e sono partite più avvantaggiate nell’affrontare l’emergenza sanitaria. Se guardiamo invece alla digital perception, si scopre che il 43% si promuove come molto digitalizzato, a fronte di una valutazione del settore, alta solo per il 33% dei ristoratori.

Per il 2021 quasi il 70% delle imprese sarà più digitalizzato

In ogni caso, per il 2021 quasi il 70% delle imprese intervistate prevede un maggior sviluppo digitale. Una percentuale che mostra come anche i più scettici, magari più lentamente, si stanno convertendo al digitale. Non solo infatti cresce di 13 punti percentuali la quota di aziende che investirà più del 10% del proprio budget in digitalizzazione (il 14% investirà addirittura più del 30%), ma cala anche la percentuale dei ristoratori che non lo farà.

Per il 2021, ancora una volta saranno i servizi legati al marketing e alla pubblicità quelli a cui verranno destinati i budget più consistenti, scelti dal 32% del campione, seguiti dai software di contabilità (21%).

Pagamenti digitali, nel 2020 valgono 268 miliardi di euro

Quanto valgono i Pagamenti Digitali in Italia? Secondo i dati dell’Osservatorio Innovative Payments della School of Management del Politecnico di Milano nonostante un calo generalizzato dei consumi di oltre il 13%, i pagamenti digitali nel 2020 hanno toccato quota 5,2 miliardi di transazioni, passando dal 29% al 33% del valore totale dei pagamenti, e raggiungendo 268 miliardi di euro, -0,7% rispetto al 2019. A crescere sono stati soprattutto i pagamenti tramite contactless, e ancor più quelli tramite smartphone e wearable, le modalità senza contatto si sono infatti affermate come valide alleate dei cittadini contro la diffusione del contagio da Covid-19.

La spinta degli incentivi governativi

“Prima del lockdown di marzo 2020, nonostante tassi di crescita promettenti, i pagamenti digitali non erano ancora permeati completamente nella quotidianità degli italiani – dichiara Alessandro Perego, Responsabile Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano -. Secondo i dati della Banca Centrale Europea, infatti, l’Italia nel 2019 si posizionava al 24° posto su 27 nella classifica continentale delle transazioni con carta pro-capite seguita solo da Germania, Romania e Bulgaria, tutti Paesi con crescite superiori alla nostra. Oltre alla pandemia – prosegue Perego – nel corso di quest’anno sono entrate in gioco anche alcune iniziative di incentivo del Governo, che hanno acceso i riflettori su queste tematiche e stanno portando, direttamente o indirettamente, sempre più persone a preferire i pagamenti elettronici”.

Gli effetti del lockdown

La chiusura pressoché totale di attività commerciali e servizi non strettamente necessari ha certamente frenato anche le transazioni. Tuttavia, i pagamenti digitali si sono dimostrati importanti alleati per i cittadini nelle prime fasi di forte difficoltà, e molti italiani si sono avvicinati ancora di più al mondo dell’e-commerce e dei pagamenti online. Il comparto dell’acquisto di prodotti online ha fatto segnare, infatti, un aumento del 31% nel 2020, con lo smartphone che diventa il device preferito dagli italiani per effettuare pagamenti da remoto e acquisti online, tanto che il mobile commerce raggiunge quota 15,65 miliardi di euro, per una penetrazione sul totale e-commerce del 51%.

Pagamenti tramite smartphone o wearable in negozio, +80%

“Nonostante mesi di chiusure in cui non sono stati di fatto utilizzabili, gli acquisti in modalità contactless con carta nel corso del 2020 salgono del 29% in termini di valore transato, raggiungendo 81,5 miliardi di euro – commenta Valeria Portale, Direttore dell’Osservatorio Innovative Payments -. Questa crescita, sostenuta dal sempre maggior numero di carte contactless in circolazione, potrà beneficiare in futuro anche della nuova soglia introdotta dalla PSD2 (50 euro) sotto la quale è possibile effettuare transazioni senza passare la propria carta all’operatore in cassa -. Ancora più marcata – aggiunge Portale – è la crescita per i pagamenti tramite smartphone o wearable in negozio, che in questo periodo di incertezza crescono del +80% circa rispetto al 2019, superando i 3,4 miliardi di euro”.

Come creare un giardino Mediterraneo

Creare un giardino Mediterraneo può essere difficile per chi non ha grande esperienza nella manutenzione giardini, ma seguendo alcuni consigli è possibile ottenere dei risultati apprezzabili. Sicuramente il clima mediterraneo prevede delle piante e degli alberi che siano abituati alla scarsità d’acqua e temperature estive elevate. Nonostante queste caratteristiche, non ci sono limiti che non possano essere superati per portare a termine il tuo bellissimo giardino Mediterraneo. Ecco alcuni aspetti sui quali devi focalizzare l’attenzione.

Scegli le piante giuste

Una delle prime cose da evitare quando si progetta la realizzazione di un giardino mediterraneo è quella di posizionare delle piante che necessitano di molta acqua. Questo non significa che è necessario rinunciare al prato verde, in quanto esistono delle ottime alternative di specie erbacee che possono crescere anche in condizione di scarsa acqua, la gramigna è il tipico esempio. Potresti adoperare anche la ghiaia da posizionare attorno alle piante in quanto questa consente di rallentare l’evaporazione dell’acqua.

Opta per piante resistenti

Nelle regioni Mediterranee ci sono tantissime piante che ben si sono adattate alle condizioni di vita calde e secche tipiche di questa zona. Evita dunque di scegliere piante dal clima continentale o tropicale perché commetteresti un errore. Pensa ad esempio a piante quali i gerani, l’agapanthus, il rosmarino, la salvia, la lavanda e arbusti quali ulivi e cipressi.

Sfrutta i vasi

Tipicamente, nelle zone del Mediterraneo vengono sfruttati i vasi, che ne rappresentano anche lo stile. Si tratta perlopiù di vasi in ceramica che creano dei bellissimi punti focali nel tuo giardino. Potresti pensare di piantare qui le piante aromatiche o fiori quali le ortensie.

Crea un piccolo orto

Un orto è tipico della tradizione Mediterranea e fornisce delle provviste davvero salutari e migliori di quelle che puoi comprare al mercato. Pensa ad esempio a pomodori e zucchine, che sono molto facili da far crescere, così come alberelli di limoni e arance.

Ricorda infine di riservare per il tuo orto la zona più illuminata del giardino, in quanto queste piante hanno bisogno di parecchie ore di sole ogni giorno.

Un anno di Covid, come sono cambiati i consumi in Italia

Tutto è iniziato il 21 febbraio 2020, quanto il purtroppo celebre il “paziente 1” venne ricoverato all’ospedale di Codogno. Da quel giorno, il virus ha iniziato a circolare nel nostro Paese e a distanza di oltre 12 mesi non se ne è ancora andato. Anche se oggi esistono un’infinità di armi in più per contrastare il nemico invisibile, resta il fatto che le nostre esistenze hanno necessariamente subito degli scossoni, costringendoci a cambiare stile di vita e abitudini. Ha fotografato questo strano periodo la ricerca “Eurispes, indagine: un anno di Covid in Italia” che ha analizzato i cambiamenti in atto nel vari settori della società. Condotta su 2.063 cittadini, rappresentativi della popolazione italiana, la ricerca è stata realizzata nel periodo compreso tra novembre 2020 e gennaio 2021. Dalla casa – diventata il centro di tutto – ai consumi, dal rapporto con gli altri e al ruolo del personale medico fino alla portata della Rete, la survey è ricca di spunti interessanti. Vediamone alcuni.

Nuove modalità di consumo

Il 21,9% degli italiani afferma di aver ordinato per la prima volta la spesa a domicilio dopo marzo 2020, ovvero dopo l’esplosione della pandemia da Covid-19. L’abitudine di ordinare la cena o altri pasti a domicilio era già abbastanza diffusa (il 28,6% lo faceva anche prima della pandemia), ma da marzo il 16,8% lo ha fatto per la prima volta. Il 13,1% ha ordinato per la prima volta farmaci a domicilio.

La tecnologia entra in casa

Gli strumenti tecnologici a supporto della comunicazione, già molto diffusi, sono diventati vitali: il 45,2% degli intervistati era già solito comunicare con amici/parenti tramite videochiamata; con la diffusione del virus quasi un terzo lo ha fatto per la prima volta (30,7%).  Il 13,4% degli italiani ha acquistato un abbonamento a piattaforme streaming (il 36,3% già lo aveva). E infine la decisione di acquistare/noleggiare strumenti per fitness domestico ha riguardato una quota non trascurabile del 14% (il 12,2% ne era già in possesso). Eppure, l’e-commerce resta una modalità sconosciuta per tre italiani su dieci, specie fra i cittadini più anziani. D’altra parte, con divese intensità, fare acquisti online sta diventando per molti una consuetudine: il 18,2% del campione fa acquisti online raramente, il 25,9% qualche volta, mentre il 16,3% spesso ed il 10,5% abitualmente. Gli over 64 sono l’unica fascia d’età nella quale prevalgono coloro che non fanno mai acquisti attraverso la Rete (59%).

Abitudini cambiate e non più abbandonate

Oltre un italiano su 4 (25,9%) continua ad ordinare la spesa a domicilio anche dopo la fine del lockdown primaverile, l’8,7% con la stessa frequenza, il 17,2% con minor frequenza. L’ordinazione di farmaci a domicilio continua ad essere utilizzata dal 16,4% degli intervistati (il 10,2% con minor frequenza), mentre il 9,8% ha smesso dopo il lockdown. Il 37,2% degli italiani continua ad ordinare pasti a domicilio, il 14,5% con la stessa frequenza del periodo del lockdown, il 22,7% meno spesso. Il 66,1% continua a videochiamare amici e parenti, il 31,5% con la stessa frequenza, il 34,6% meno spesso rispetto ai mesi della chiusura totale.

In Europa migliora la parità, ma non nelle aziende: solo 6% donne capo

Qualcosa si muove in Europa per l’uguaglianza di genere, ma la strada obiettivamente è ancora lunga, visto che sono appena 42 le società dell’indice di borsa STOXX Europe 600 con a capo una donna (il 6%), e solamente 130 (19%) le realtà in cui è presente una donna a ricoprire almeno una funzione tra ceo o coo. È quanto emerge dall’indice di Gender Diversity in Europa, lo studio europeo rilasciato da EWOB, l’associazione no profit European Women on Boards, di cui Valore D è membro, che ogni anno analizza la rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione e nei vertici aziendali delle 668 più grandi società europee.

Italia al sesto posto nell’indice di Gender Diversity

Le cose possono cambiare, come ha detto il neo presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden alla cerimonia d’insediamento della presidenza americana rivolta a Kamala Harris, la prima donna alla carica di vicepresidente. Ma in Europa la strada è appunto ancora lunga, anche se la lettura dell’indice ha qualche risvolto incoraggiante.  L’Italia occupa infatti al sesto posto nell’indice di Gender Diversity tra i paesi europei esaminati, con il 37% di donne nei cda, il 22% di donne a capo di un cda e il 45% delle donne a capo dei comitati di controllo, parametro per cui l’Italia è in testa alla classifica. Al top dell’indice si trovano Norvegia, Francia, Gran Bretagna, Finlandia e Svezia.

Solo il 17% le donne italiane presenti nei livelli esecutivi

Allo stesso tempo fuori dei consigli di amministrazione, il nostro paese è ancora lontano dall’essere bilanciato, infatti la percentuale di donne nei livelli esecutivi è solo del 17% contro il 33% della Norvegia e il 25% degli UK. Inoltre, in Italia solo il 4% delle donne sono ceo contro il 21% della Norvegia, o il 15% dell’Irlanda. Le prime cinque aziende in classifica, poi, sono inglesi e svedesi, e le prime tre sono accomunate da una leadership perfettamente equilibrata (Gender diversity index = 1). Al top, riporta Ansa, c’è l’inglese Assura, seconda la svedese Wihlborgs Fastigheter, terza l’inglese Grainger, quarte e quinte le svedesi Kinnevic B e Sweco B.

Cultura politica e aziendale dominante alla base della sotto rappresentanza femminile

I dati 2020 sono però da inquadrare in un periodo, come è noto, molto difficile. Oltre alle conseguenze dirette sulla salute la pandemia ha danneggiato il benessere e la conciliazione vita-lavoro di molti lavoratori. Allo stesso tempo, il 2020 è stato un anno di movimenti sociali e proteste che chiedono proprio di affrontare i divari.  Secondo la UE però la sotto rappresentanza femminile nei processi e ruoli decisionali dipende essenzialmente dalla perpetuazione di stereotipi di genere, dalla mancanza di un adeguato supporto a donne e uomini per un corretto bilanciamento tra le responsabilità familiari e lavorative, nonché dalla cultura politica e aziendale dominante nelle società, riferisce Il Mattino.

Pil italiano, +5,6% nel 2021. Si tornerà a livelli pre-crisi nel 2022

Nel 2021 il Pil italiano tornerà a crescere, ma i livelli pre-Covid si raggiungeranno solo nel 2022. A quanto prevede l’agenzia di rating Moody,s dopo il -9% del 2020 nel 2021 l’economia dell’Italia crescerà del 5,6%. Per quanto riguarda la ripresa economica in Europa l’Agenzia prevede che “sarà lenta, irregolare e fragile”, e nel 2021, dopo la contrazione del 7,7% del 2020, Moody,s prevede che il Pil europeo crescerà al +4,6%. Solo la Lituania, secondo Moody’s, tornerà ai livelli pre-crisi durante l’anno appena iniziato, mentre Italia, Francia e Spagna “impiegheranno almeno fino al 2022” per tornare ai livelli pre-crisi. Per tutti gli altri Paesi l’Agenzia sostiene che i rischi “rimangano elevati e volti al ribasso”, a causa degli “sviluppi incerti della pandemia e le potenziali azioni dei governi”, costretti in molti casi a reintrodurre le restrizioni, che verranno mantenute sicuramente fino ai primi mesi di quest’anno.

Italia e Spagna particolarmente esposte alle restrizioni dei governi

“Italia e Spagna – rileva ancora l’Agenzia – sono particolarmente esposte alle restrizioni interne”, perché hanno economie molto dipendenti dal settore dei servizi. In particolare, continueranno a risentire del minor afflusso di turisti. Sempre secondo Moody’s, è improbabile che la domanda di turismo internazionale torni ad avvicinarsi ai livelli precedenti, “fino a quando un vaccino efficace non sarà largamente in circolazione o non si avrà un trattamento che ridurrà significativamente i decessi”.

Un maggior rischio di credito in caso di nuovi shock all’economia

Inoltre, se Italia, Francia e Spagna registreranno dei tassi di crescita più elevati nel 2021 ciò riflette in gran parte un rimbalzo “meccanico” dopo le notevoli contrazioni dello scorso anno e la loro produzione rimarrà ben al di sotto dei livelli pre-crisi, riporta Agi. L’Italia, insieme a Spagna, Portogallo e Cipro, è tra i Paesi europei considerati dall’agenzia di rating a maggior rischio di credito in caso di nuovi shock all’economia.

“I rischi maggiori per il credito – si legge nel report di Moody’s – sono in Italia, Cipro, Spagna e Portogallo data la loro elevata esposizione economica alla crisi e il loro più limitato spazio fiscale”.

La Bce continuerà a svolgere un ruolo cruciale nel sostenere la fiducia degli investitori

Tuttavia, questi rischi sono mitigati dall’impegno della Banca centrale europea a fare tutto il necessario per fornire sostegno all’economia e aiutarla a superare la crisi innescata dalla pandemia. La Bce, secondo Moody’s, “continuerà a svolgere un ruolo cruciale nel sostenere la fiducia degli investitori e nel mantenere bassi i costi di rifinanziamento”.

Gli italiani e la salute del futuro, più presidiata e digitale

La pandemia ha avuto un impatto notevole sulla percezione del valore della salute da parte degli italiani. Se prima dell’emergenza sanitaria il 66% dichiarava che la salute fosse la cosa più importante nel corso del 2020 questo dato è cresciuto costantemente. E se a settembre a mettere la salute al primo posto era il 72% degli italiani a novembre la percentuale è salita al 78%. Inoltre, a essere cresciuta è anche l’attenzione alla salute in generale, con l’81% degli italiani d’accordo nell’affermare che la prevenzione sia la cura migliore. È quanto emerge dall’indagine Next Generation Health: le priorità degli Italiani per la sanità del futuro, realizzata da Doxa Pharma per Janssen Italia, l’azienda farmaceutica del Gruppo Johnson & Johnson.

Si a prescrizioni e visite digitali

A fronte di una più complicata accessibilità ai servizi sanitari, la quasi totalità degli italiani (92%) ha sperimentato la ricezione delle prescrizioni mediche per via telematica. Allo stesso tempo, più di 6 cittadini su 10 esprimono elevata propensione circa il ricorso in futuro a modi diversi di relazionarsi con i clinici, consapevoli che la visita a distanza comporti diversi vantaggi, tra cui il minor tempo perso in attesa della visita (61%), minori rischi legati alla necessità di uscire di casa (57%) e minori costi per spostamenti e trasporti (54%). Allo stesso modo, il 90% degli italiani ritiene in generale che il canale digitale sia diventato imprescindibile, soprattutto per la diagnostica e per facilitare la relazione medico-paziente, con il 76% favorevole a visite mediche da remoto anche per il futuro, pur in assenza di situazioni complesse come quella che stiamo vivendo

Il Ssn e l’offerta sanitaria

L’emergenza Covid-19 ha però messo in luce anche le criticità del Ssn, facendo emergere la necessità di ripensare l’organizzazione dell’offerta sanitaria nel nostro Paese. I bisogni e le aspettative degli italiani sono un punto di partenza irrinunciabile nel tentativo di disegnare le possibili direttrici di una Sanità più moderna, sostenibile e vicina ai cittadini. Innanzitutto, la certezza da cui ripartire è conferma del valore del modello universalistico del Ssn italiano, molto apprezzato da oltre l’86% dei cittadini. Dalla ricerca emerge poi che l’area che richiederebbe un intervento immediato è la prenotazione e la gestione delle visite, che proprio durante i mesi del lockdown hanno subito un netto rallentamento.

Come migliorare la sanità?

Gli italiani hanno espresso chiaramente gli ambiti su cui intervenire per ridisegnare la sanità del futuro, con il 92% che si dichiara favorevole a presidi territoriali multi-specialistici, in modo da evitare di dover sempre ricorrere all’ospedale, e con il 72% che apprezzerebbe la domiciliazione delle terapie. Rimane comunque forte il ruolo di presidio territoriale delle farmacie, e il conseguente ruolo di consulente svolto dal farmacista. Per quanto riguarda la richiesta di maggiore uniformità dell’offerta sanitaria l’86% degli intervistati ritiene che debba essere uguale per tutti, a prescindere dalla regione di appartenenza.

I segreti della Danish Way per crescere figli felici

Secondo il World Happiness Report i danesi sono uno dei popoli più felici al mondo. Ma qual è il segreto della Danish Way per la felicità? Innanzitutto, no al genitore autoritario, si a giocare con i bambini, anche a costo di rinunciare a qualche impegno. Ma è in cucina che si può carpire uno dei segreti del metodo danese per crescere figli sereni, socievoli e con una buona dose di autostima. Per i danesi infatti cucinare e fare la spesa non sono più faccende riservate agli adulti, ma occasioni per giocare insieme ai figli a scopo educativo.

Le attività quotidiane sono il palcoscenico perfetto per i giochi

Perché allora non approfittare di un’attività quotidiana come cucinare per trasformarla in un’occasione educativa alla “danese”? Ne sono convinte Jessica Joelle Alexander, psicologa e giornalista americana trasferita in Danimarca, autrice di bestseller sul metodo danese, e Camilla Semlov Andersson, esperta della Danish Way. “Con i figli l’autorità non vale, non servono sermoni e ultimatum, gli ingredienti per crescerli sereni e fiduciosi è fare squadra”, spiegano le esperte nel manuale Il metodo danese per giocare con tuo figlio, edito da Newton Compton.

Il gioco non strutturato, libero, è poi lo strumento migliore per rendere i figli adulti più felici ed equilibrati, e le attività quotidiane sono il palcoscenico perfetto per giochi divertenti ed efficaci.

La cucina è il luogo più intimo della casa

Qual è allora e il luogo “intimo” per eccellenza dove nutrire le emozioni dei figli? Non la loro cameretta, né la sala, seduti tutti insieme davanti alla TV, ma la cucina, che riunisce la famiglia in modo attivo e affettuoso. Il percorso educativo danese completo però inizia dal supermercato, dove scegliere insieme ai più piccoli gli ingredienti delle ricette da sperimentare. I più grandi invece possono andare al supermercato da soli e acquistare gli ingredienti delle ricette prescelte. Ai pre-adolescenti, consigliano le autrici, è bene lasciare una sera a settimana affinché cucinino da soli per tutta la famiglia. L’intento è di dare forza al senso di autonomia, facendolo in modo affettuoso, emozionante perché condiviso tutti insieme intorno alla tavola.

Bandire telefoni e tablet da tavola e sala da pranzo

Perché la Danish Way sia efficace la tavola o la sala da pranzo però devono essere phone-free. Più che una zona franca “un luogo sacro”, come la definiscono i danesi, dove telefoni e tablet sono banditi. Inoltre, è importante tenere conto degli impegni e della stanchezza degli adulti: per giocare ci vuole l’attitudine giusta, perché nel gioco anche i genitori devono partecipare, essere presenti e responsabili della comunicazione. Prima di cominciare è bene perciò rispondere ad alcune domande: quale è il mio stato d’animo? E quello di mio figlio? Questo è il momento giusto per noi? Per non sbagliare il segreto è uno solo, quello di mettersi sempre nei panni dei figli.

Il Superbonus al 110% piace agli italiani: 9 milioni di famiglie vogliono utilizzarlo

 

Migliorare l’efficientamento energetico della propria abitazione senza dover pagare un euro: ecco cosa è possibile fare con il Superbonus al 110%, l’agevolazione prevista dal Decreto Rilancio. Nel dettaglio, questa misura consente di portare fino al 110% l’aliquota di detrazione delle spese per alcuni specifici interventi di efficientamento energetico degli immobili o adeguamento sismico effettuati tra 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2021. Insomma, un indubbio vantaggio tanto che quasi 1 italiano su 2 pensa di usufruirne, per un totale di 21 milioni di persone e circa 9 milioni di famiglie. A “dare i numeri” è una recente indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat su un campione rappresentativo della popolazione nazionale.

Per quali immobili sarà utilizzato

La ricerca ha anche esaminato quali saranno gli ambiti di intervento per cui gli italiani utilizzeranno il Superbonus. Circa il 55%, tra quanti hanno dichiarato di voler usufruire del bonus, lo faranno per il condominio in cui risiedono, mentre il 29,3%, pari a più di 6.250.000 individui, lo utilizzerà per la casa unifamiliare di residenza. Questa percentuale aumenta fino a raggiungere il 32,1% per gli abitanti del Sud e delle isole, mentre c’è anche una quota considerevole, circa 2 milioni di persone, che vorrebbero utilizzare questa opportunità per le seconde case, siano esse un immobile unifamiliare o parte di un condominio.

Le tipologie di intervento
Per poter avere accesso al Superbonus, occorre effettuare una o tutte delle tre tipologie di interventi definiti “trainanti”: i lavori di isolamento termico delle superfici, quelli di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti e quelli antisismici e di riduzione del rischio sismico. I primi due tipi di interventi “trainanti”, destinati cioè alla riqualificazione energetica, danno la possibilità ai singoli proprietari di estendere il bonus 110% anche ad alcuni interventi minori “trainati”, come ad esempio la sostituzione degli infissi, l’installazione di impianti solari fotovoltaici e di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici. Complessivamente, i lavori trainanti e trainati devono far sì che l’edificio migliori di almeno due classi energetiche. Ma quali interventi sono i più scelti dagli italiani? Il 58,2% del campione afferma che vi ricorrerà per l’intervento di isolamento termico (cappotto termico), percentuale che sale fino al 63,4% tra i residenti del Sud e delle isole. Sempre tra chi pensa di utilizzare l’agevolazione, più di 7.300.000 (34,7%) italiani hanno intenzione di sostituire l’impianto di climatizzazione invernale esistente con impianti centralizzati per il riscaldamento, raffreddamento o fornitura di acqua calda sanitaria a condensazione, mentre il 7,1%, vale a dire più di 1,5 milioni di individui, si dedicherà all’implementazione di misure antisismiche